“Migranti”

                                                            Siena, 30.10.2017

MIGRANTI

(proviamo a guardare il problema con un’ottica e soluzioni diverse)

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Premessa

“Razzismo” e “integrazione” sono temi forti e fortemente dibattuti, ma trattati, a seconda dei casi, con molto cuore o molta pancia e sempre, purtroppo, con poca razionalità e buon senso. Per cui sento prima di tutto la necessità di alcune considerazioni a tale proposito.

Oggi tutti gli animali cosiddetti “senzienti”, con in testa la nostra specie di homo sapiens sapiens, discendono fin dai primordi – ossia sin dal primo apparire più di 400 milioni di anni fa della vita animale sul pianeta – da individui sopravvissuti a una selezione naturale che vedeva favoriti quelli che prima di altri erano capaci di riconoscere, nel “diverso” che si stava avvicinando, un aggressore o predatore. E’ così che agli individui meno sospettosi e più fiduciosi, e quindi soccombenti, veniva impedito di trasmettere alla propria discendenza questo istintivo carattere negativo, mentre nella discendenza dei più vigili e pronti, sopravvissuti all’aggressione/ predazione, la selezione naturale rafforzava continuamente, generazione dopo generazione, la capacità di capire in via istintiva il rischio e quindi sottrarvisi o con la fuga o con una pronta reazione difensiva[1]. Per cui, nel corso di molti milioni di anni, il “razzismo” – ossia la diffidenza e/o l’avversione per il “diverso” – è diventato un carattere profondamente incistato nel DNA anche e soprattutto della nostra specie perché si è evoluta più di ogni altra. E ciò significa che, consapevolmente o inconsapevolmente, la stragrande maggioranza della popolazione ha istintivamente una sincera paura e perfino terrore (talvolta a buona ragione) del “diverso”.  

Quindi lo sforzo dialettico – con toni da Santa Inquisizione, poi! – con cui i “buonisti” cercano di evangelizzare i “razzisti”, ossia l’impossibile tentativo di modificarne il DNA, è un’azione che nell’attualità ha un solo, perverso effetto: la reazione contraria, ossia la crescita costante di sentimenti, se non addirittura di movimenti, razzisti e reazionari, insomma fascisti. Ciò vuol dire che con incredibile superficialità e ottusità i “buonisti” stanno creando le condizioni affinché diventi fascista anche la pubblica Istituzione. Così anche il razzismo verrà istituzionalizzato. E’ già successo in questo Paese, neanche tanti anni fa.

Un vicolo cieco, dunque? Probabilmente sì. Solo con l’iniezione di robuste dosi di cultura e intelligenza si può riuscire a condizionare (violentare) quell’ancestrale carattere genetico. Ma buoni livelli di cultura e intelligenza sono doti in possesso solo di una parte assolutamente minoritaria della popolazione umana (sarà lapalissiano, ma l’assioma che metà della popolazione abbia intelligenza e cultura inferiori alla media e che solo l’altra metà le possieda a livello superiore è incontrovertibile). Insomma il razzismo, ossia il bestiale istinto genetico, rischia di essere vincente e l’antirazzismo, ossia l’intelligenza/cultura, rischia di restare perdente nell’immediato e forse per secoli (per sempre?).

Se quanto sin qui detto è vero, anche l’ “integrazione” rischia di restare un mito utopico, ossia poco ragionato. E qui è sufficiente anche un’occhiata superficiale alla storia e all’attualità per sincerarsene. Per certo sappiamo che può realizzarsi l’integrazione di singoli individui o singole famiglie immigrate, magari con molto sforzo e magari parzialmente. Ma l’integrazione di massa tra comunità o, peggio, tra popoli diversi è praticamente impossibile se non a livello del genocidio (largamente praticato nella storia).

Prendiamo per esempio gli USA, paese di immigrazione per antonomasia come nessun altro e con livelli di democrazia e cultura elevati (almeno se si considera la reale situazione dell’intera popolazione umana). Quale tipo di apprezzabile integrazione c’è stata, dopo quasi mezzo millennio di convivenza, tra i discendenti degli schiavi africani e la popolazione bianca? Peggio ancora per quanto riguarda i nativi americani, nonostante il genocidio che hanno subito. Ma anche comunità, come quella cinese, russa, vietnamita o anche italiana hanno negli States livelli di integrazione assai modesti, spesso inesistenti. E ciò vale anche per il nostro Paese se si pensa a quale integrazione si sia realizzata tra Italiani e Tedeschi nell’Alto Adige-Südtirol o, all’altro estremo, se si pensa alla sopravvivenza di comunità greche e albanesi con la loro cultura e la loro lingua nel nostro Meridione, dopo 5 secoli di convivenza, ossia da quando riuscirono a sottrarsi e sfuggire all’invasione turca. E allargando il campo, si pensi alla divisione tra Scozzesi, Irlandesi e oggi anche Gallesi da una parte, e gli Inglesi dall’altra (dopo un millennio!), o alla ex Cecoslovacchia, recentemente e dopo secoli divisasi in Cechia e Slovacchia, o al recentissimo episodio della Catalogna. Se l’integrazione non è stata possibile tra comunità aventi più o meno analoga cultura ed anche lingua, come si fa a sperare che l’integrazione all’italiana dell’immigrazione di massa dal Terzo o Quarto Mondo, ingenuamente sostenuta dai nostri “buonisti”, possa avere sorte migliore?

Chi ha l’età giusta deve ricordarsi la polemica violenta del Pci e del Psi, ossia dei due antenati della ormai defunta sinistra italiana, che furono ferocemente contrari, nel secondo dopoguerra, al dramma dell’emigrazione italiana di massa dal sud verso il nord Italia e il nord Europa, accusando la DC di criminalità perché la favoriva: viaggio pagato ma solo d’andata, concessione gratuita del passaporto che ancora veniva rilasciato a pochi privilegiati proprio come al tempo del fascismo. Si parlava allora di “vedove bianche” per le mogli lasciate sole nei paesi deserti del Meridione. Furono 800 gli Italiani morti nelle miniere di carbone del Belgio (v. la tragedia di Marcinelle).

Insomma la sinistra di allora considerava l’emigrazione, giustamente, come un crimine per i drammi sociali, umani, economici e demografici che comportava, sia per i molti che se ne andavano (i migliori e più svegli), sia per gli altri che invece restavano (ci furono studi per capire se e quanto il livello intellettivo medio della popolazione residua ne risentisse).

La sedicente sinistra residua di oggi invece beatifica l’emigrazione. Perché? C’è solo da pensare che la pseudo sinistra attuale denuncerebbe come criminale l’emigrazione se fosse ancora quella dei bianchi italiani, ma siccome ora ad emigrare e soffrire sono i neri africani, l’emigrazione può venire tranquillamente beatificata. Non c’è male per gente che si dichiara ad ogni passo antirazzista. E una bella giravolta (non la sola che hanno fatto!) di 180 gradi. Per cui è vero che questa è solo una pseudo sinistra, anzi una nuova Democrazia Cristiana.

Per la cronaca: chi scrive è ancora d’accordo con la sinistra d’antan circa la criminalizzazione dell’emigrazione, per cui i responsabili andrebbero puniti.

Tutto ciò premesso, due sono però le ragioni principali per cui è stata stesa la proposta che segue.


La prima è la preoccupante constatazione che nessuno o pochi, per quanto mi risulti, abbiano fino ad ora denunciato seriamente il rapporto di causa-effetto esistente tra i reiterati proclami “buonisti” a sostegno dei migranti e il crescente riemergere tra la popolazione di sentimenti xenofobi che ritenevamo cancellati sin dalla fine del ventennio fascista nel 1945. In soldoni: quanto più la (sedicente) sinistra si schiera a difesa dei diritti umani e civili dei migranti, tanto più fasce crescenti di popolo si schierano a destra (quella vera, quella estrema).

La seconda ragione è che sono figlio di operai antifascisti perseguitati[2]. E siccome nel 1958, per tale motivo e in forza della cosiddetta legge Scelba, fui escluso dal Corso allievi ufficiali di complemento, mi ritengo “perseguitato” anch’io, nonostante sia nato solo nel 1939. Insomma l’antifascismo l’ho preso insieme al latte della mia mamma. Per cui ho a tale riguardo una sensibilità, come dire?, esasperata. Quindi non esagero se dico che sono terrorizzato dall’ipotesi che, dopo essere nato in un’Italia fascista, debba finire i miei ultimi anni in un’Italia nuovamente tornata fascista. Ipotesi non peregrina se solo si tiene conto di fenomeni geopolitici (crescenti!) quali, in Italia, Casapound, Forza Nuova e Lega, e altrove Le Pen, Trump, Putin, Erdogan, Orban, Duda, mentre minacciose si fanno le situazioni in Paesi ritenuti altamente evoluti come Olanda o Svezia.

Senza contare il paradosso, da nessuno sottolineato, che la difesa a oltranza (e senza alternative) dei già pochi diritti dei migranti produrrebbe, con l’avvento al potere del neofascismo, l’eliminazione totale di quei pochi diritti e quindi, per esempio, l’aumento esponenziale delle tragedie in mare. Per cui in questo caso il “buonismo” spinto è un tipico caso di miopia, ottusità e autolesionismo.

La proposta che segue può sembrare ingenua, forse non realizzabile, ma sarebbe nuova e avventurosa, insomma tale da colpire l’opinione pubblica. E comunque sempre meglio che tacere o tergiversare sul tema dei migranti. Perché, su questo argomento, si rischia di sostenere il confronto politico, che ci sarà e sarà durissimo, nella maniera più conformista e grigia a rimorchio delle proposte altrui. Peggio se la situazione dovesse aggravarsi magari con gravi eventi terroristici: rischieremmo di essere sempre superati dagli eventi. E questo non ci verrebbe perdonato. Noi vinciamo se siamo capaci del “contropiede” che manda in tilt l’avversario, come per il reddito di cittadinanza o la democrazia diretta.

Esprimiamoci sul progetto, emendiamolo là dove è necessario e poi decidiamo se è il caso o meno di tentare di farlo diventare un caso provinciale, poi regionale e poi nazionale e magari sovranazionale o almeno europeo.

Di seguito la proposta.


Migranti per motivi economici.


E’ il gruppo più numeroso e quindi è quello il cui impatto con la popolazione residente (anche con gli stessi immigrati già residenti e regolarizzati!) causa i maggiori problemi di rigetto culturale e materiale. Secondo la legge, dopo averli per lo più salvati in mare, dovremmo rispedirli in massa nei paesi di origine o in quelli dove si sono imbarcati. Operazione questa di difficile realizzazione, tanto che i rimpatri riguardano una frazione minima del gruppo, mentre il resto si dilegua per mille rivoli, anche verso l’estero.

Comunque, averli definiti “migranti economici” è in sostanza molto paradossale: la maggior parte di loro arriva dall’Africa che è il continente più ricco di risorse naturali di ogni tipo dell’intero pianeta e anche il meno popolato. In un rapporto del 2009 è stata fatta un valutazione della sola ricchezza mineraria del continente africano (http://www.vita.it/it/article/2009/10/26/quanto-valgono-le-ricchezze-dellafrica/94822/). Sono 10 milioni i giacimenti di materie prime sinora conosciuti e catalogati (ma solo sfruttati per l’1%) per un valore di 46.200 miliardi di dollari, ossia 13 volte il reddito annuale della Cina. Col solo 12% di quella cifra l’Africa potrebbe finanziare la costruzione di infrastrutture di livello europeo. Ma l’Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi ha dichiarato che i popoli d’Africa, invece di godere di questa ricchezza come benedizione e fonte di reale sviluppo, sono vittime della cattiva e criminale gestione pubblica da parte delle corrottissime autorità locali, e dello sfruttamento da parte di poteri stranieri.

Insomma l’unica cosa che è cambiata in Africa in questi ultimi decenni è questa: i ricchi (politici e burocrati corrotti dall’Occidente ed ora anche dai Cinesi) sono sempre più ricchi fino a eguagliare gli sceicchi d’Arabia, mentre i poveri sono sempre più poveri.

Per cui prima di rimandare indietro questa grande massa di immigrati, dovremmo  renderla edotta su questi dati di fatto:

  • La democrazia non è solo portatrice di valori morali e etici come la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la solidarietà ecc., ma anche e soprattutto è portatrice di prosperità economica diffusa.
  • E’ la prosperità economica che induce la cultura (i poveri sono ignoranti), che a sua volta induce scienza e arte, ossia civiltà.
  • Per cui c’è un rapporto diretto di causa ed effetto tra livelli di democrazia e livelli di ricchezza diffusa e civiltà di un popolo: quanto più è democratico un regime politico, tanto più ricco e civile è il popolo.
  • Insomma l’Occidente deve la sua ricchezza e potenza al solo ed unico fatto di avere adottato livelli di democraticità più alti rispetto al resto del Pianeta. E la stessa differenza la si nota all’interno dello stesso Occidente, dove i paesi a più alta democrazia sono più prosperi e civili degli altri. Questa è una regola senza eccezioni: come spiegare altrimenti la profonda differenza esistente tra Nord America e Sud America, nonostante che la seconda vanti risorse naturali più numerose e importanti della prima?
  • Le risorse naturali dell’Africa, sono enormemente superiori a quelle dell’Europa, anzi l’Africa è il continente in assoluto più ricco di risorse naturali dell’intero pianeta, ma i popoli europei sono molto più ricchi dei popoli africani perché si sono guadagnati maggiori livelli di democrazia.
  • La ricchezza dell’Africa è proprietà di tutto il popolo africano e non di pochi accaparratori, rapaci e corrotti, nativi o stranieri che siano.
  • L’unico strumento utile a meglio distribuire la ricchezza africana (e quindi migliorare l’occupazione, i salari, l’istruzione, la sanità, la giustizia ecc.) è l’applicazione di maggiori livelli di democrazia: quanto maggiori saranno questi livelli, tanto più distribuita sarà la ricchezza.
  • Migliori livelli di democrazia si ottengono solo con la lotta politica non violenta (non violenta però a condizione che la struttura dello Stato sia in grado di punire i corrotti).
  • La conquista di un grado accettabile di democrazia negli Stati africani è un compito che solo i popoli stessi possono assolvere.
  • La democrazia non è stata regalata all’Europa e a tutto l’Occidente, ma è costata rivoluzioni e guerre con decine di milioni di morti.

Ecco in sostanza il programma: alloggiare gli immigrati in speciali centri dove per alcuni mesi possano essere istruiti con corsi accelerati sulla materia, con la consegna finale di un manuale della democrazia da mandare a memoria prima di essere riportati in patria (magari forniti personalmente di una modesta dotazione di denaro).

Poi stiamo a vedere cosa succede (ma in caso di successo, anche se dilazionato nel tempo, potrebbe crearsi un reciproco e proficuo rapporto privilegiato di empatia tra il nostro Paese e i loro).

Migranti per motivi politici e/o bellici.


Una breve premessa. Chi scrive ha il ricordo dei giovani maschi Kosovari albanesi (venti-trentenni), scappati dalla sanguinosa repressione serba della fine degli anni ’90 (un milione di rifugiati all’estero), e felicemente sdraiati a gruppi in Piazza del Campo a Siena a godersi il sole con le Marlboro in una mano e il telefonino nell’altra, magari anche a infastidire le turiste straniere. Poi la sera, dalla televisione, venivamo aggiornati sulla raccapricciante strategia del terrore adottata dai Serbi in Kosovo, compresi gli stupri sistematici delle Kosovare, rese schiave sessuali come oggi fa l’Isis nei territori da esso controllati nel Vicino Oriente. Ancora oggi non riesco a contenere il senso di disprezzo per quei ragazzi, mantenuti dal contribuente italiano a 35 euro giornalieri a testa e tutti di invidiabile costituzione fisica e in grado di maneggiare le armi, ma che avevano lasciato alla mercé dei miliziani serbi le madri, le sorelle, le mogli e le fidanzate.

Il grosso di questo tipo di migranti oggi arriva dalle aeree interessate dalle stragi e devastazioni conseguenti alla terribile e confusa situazione creatasi nel Vicino Oriente per contrastare l’estendersi dello Stato Islamico. Ma gruppi consistenti arrivano anche dall’Africa sub-sahariana (dall’Eritrea per la cruenta instabilità politica; dal Darfur per le stragi delle popolazioni stanziali di etnia africana non islamica da parte di bande di popoli nomadi di etnia araba protetti dal governo sudanese e aderenti all’Isis; dalla Nigeria per un’analoga situazione provocata dai Boko Haram, dalla Somalia e Kenia per gli Shabaab, ecc.). Non ci sono noti dati statistici sulla composizione di questo gruppo di migranti ma da quello che possiamo vedere dalle riprese televisive, solo una ristretta minoranza è rappresentata da famiglie (adulti e minori, uomini e donne) alle quali va assolutamente procurato rifugio e ogni assistenza possibile. Ma la grande maggioranza è composta da giovani maschi nel pieno possesso dei propri mezzi fisici, nonostante le gravi difficoltà incontrate nel lungo e periglioso viaggio.
Non è giusto, anzi è criminale che abbiano abbandonato le loro donne ai pazzi dell’Isis. A questo tipo di rifugiati non può essere concessa l’ospitalità. Vanno istruiti e rimandati in patria. Quale tipo di istruzione? Prima di spiegarlo occorre che sia preso in considerazione quanto segue.

C’è un fenomeno che sembra sfuggire ai più. Paradossalmente c’è un flusso di migrazione uguale e contrario a quello di chi fugge dalla Siria e dintorni. Sono gli emigrati curdi, giovani e vecchi, uomini e donne (ci sono brigate armate formate da sole donne!), che lasciano l’Europa per raggiungere quel fronte e difendere la loro terra e il loro popolo. Peggio, devono combattere contro più di un nemico. Perché non basta dover contrastare l’Isis, ma devono anche fronteggiare la Turchia (e la sua alleata Russia) che non li vuole a combattere (e vincere!) su quel fronte, per cui li bombarda. Quei Curdi e quelle Curde, praticamente armati solo di kalashnikov (guerriglia partigiana), sono la migliore forza militare della zona, quella che, nonostante tutto, ha i maggiori successi in combattimento.

Insomma la violenza sanguinaria si combatte con altrettanta violenza, quella partigiana però. I modelli sono:

  • i Viet Minh (1941-1954) che umiliarono prima i Giapponesi e poi i Francesi nel Vietnam; poi, trasformatisi in Viet Cong (1955 – 1975), umiliarono gli Americani: circa 65.000 poveri partigiani dal fisico minuto con un pugno di riso al giorno, ma che sconfissero i 500.000 soldati regolari del Vietnam del Sud e soprattutto il mezzo milione di giganteschi Americani supernutriti, super protetti e armati fino ai denti con tecnologie che mai si erano viste prima;
  • ancora meglio, gli Afgani che prima hanno dovuto mettere in fuga la famosa Armata Rossa (che pare abbia lasciato sul campo un milione di propri caduti)  e dopo quella tenere in scacco i supertecnologici Americani;
  • o i Curdi, popolo senza patria, che sono stati capaci di resistere contemporaneamente alle aggressioni dell’Isis, della Turchia, dell’Iraq, della Siria ed ora anche della Russia.

Ecco, invece dell’arma ideologica con cui dovremmo addestrare i migranti economici di cui sopra, a questo secondo tipo di giovani dovremmo somministrare una vera istruzione militare adatta alla guerriglia, alla lotta partigiana e poi riportarli in patria, magari armati, a difendere la loro terra e le loro donne. Nessuna imposizione però, ma rimpatrio immediato per chi non accetta.

E poi stiamo a vedere cosa succede (anche in questo caso, col tempo, potrebbero sorgere rapporti di reciproca e proficua empatia tra il nostro Paese e il loro).


[1] Il fenomeno è ancora attuale tra esseri umani, come ci conferma il biologo e antropologo americano Jared  Diamond (Armi, acciaio e malattie,  Einaudi, 1997). Nella grande isola della Nuova Guinea inaccessibili catene montuose e profondi vallate hanno provocato una diffusissima e netta separazione culturale e genetica tra gli abitanti (vi si parlano più lingue che in tutto il resto del pianeta preso nel suo insieme). Per cui se capita che due nativi papua si incontrino nella foresta, il primo che capisce che lo sconosciuto che gli sta davanti appartiene a un clan diverso dal suo e che quindi è un nemico mortale, può passare all’attacco o darsi alla fuga, sorprendendo l’altro che sta ancora riflettendo. Il primo ha quindi, al contrario del secondo, maggiori probabilità di sopravvivere e soprattutto di trasmettere alla propria discendenza questa sua migliore capacità di rapida riflessione.

[2] Devo però dire che sono felicemente anche suocero di un Senegalese e sono anche felicemente padre di un Indiano adottato da piccolissimo. Per cui sono anche felicemente nonno di quattro nipotini caffè e latte incredibilmente belli e intelligenti.

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