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(dal mensile "Sud-Est” n.9 del 1.7.2005)

Federico II di Svevia e il cavallo ghibellino
Il Murgese, una storia italiana
Il dramma dell’ultima razza cavallina italiana sopravvissuta ad un’autentica ecatombe 

di Mauro Aurigi (*)

Fu il provincialismo dei Savoia, re d’Italia dal 1861 al 1946, e il loro complesso di inferiorità verso le maggiori case regnanti d’Europa, come quella inglese, austriaca o prussiana, a determinare la scomparsa di tutte le razze cavalline italiane, fino ad allora le più pregiate e invidiate: in meno di un secolo le fecero tutte inghiottire dagli incroci con le razze inglesi o teutoniche. Che queste ultime, dal purosangue inglese (Enrico VIII d’Inghilterra nel primo Cinquecento) al celeberrimo lipizzano (Giuseppe II d’Asburgo alla fine del Settecento), fossero state tutte costituite con l’apporto determinante di sangue di cavalli italiani, soprattutto meridionali, la dice lunga sulla qualità delle nostre razze pre-unitarie e sul livello culturale di quella nostra casa regnante. Valga per tutte la dichiarazione di un testimone d’eccezione: Goethe, in tutto il suo Viaggio in Italia tra 1700 e 1800, ossia in un mondo ancora immerso nella cultura del cavallo quale unico mezzo di trasporto terrestre, non spende mai una sola parola per i cavalli in generale o per un cavallo in particolare, tranne una volta quando, giunto nel nostro Meridione, davanti allo splendore degli equipaggi e delle cavalcature della nobiltà partenopea scrive: “Mai mi ero commosso davanti a un cavallo … mai visti cavalli più belli”.
Ma a partire dalla metà dell’800 e in meno di cento anni, lo Stato unitario, che per via dell’uso militare del cavallo era l’assoluto dominatore del mercato, ha provocato la scomparsa di quello straordinario patrimonio genetico, grazie alla sostituzione degli stalloni di razze italiane con quelli nord europei. E’ sintomatico che i residui stalloni italiani approvati, prima della loro definitiva scomparsa dagli elenchi, non venissero più indicati col nome della rispettiva razza, ma con quello più generico e – mi viene da pensare – sprezzante di “indigeni”. L’operazione fu chiamata, senza ombra di ironia, e si chiama, perché quella cultura imperversa ancora, miglioramento. Qualche resistenza ci deve però essere stata. Almeno un generale, il grossetano Tommi Bruschieri, nella seconda metà dell’800 criticò quell’operazione. Sosteneva infatti, ed a ragione, che gli esiti erano devastanti: gli incroci perdevano la nevrilità, l’intelligenza e la rusticità tipiche delle razze italiane. E a proposito della rusticità, ossia della frugalità e della resistenza a intemperie e malattie, ci ricorda che la mortalità per malattia dei cavalli europei nella guerra di Crimea nel 1855 (il Regno del Piemonte vi partecipò con 4500 cavalli) fu del 33% per gli inglesi, 27% i francesi e 11% gli italiani.

Marco Roghi
1988 – Il veterinario e cavaliere Marco Roghi sullo stallone Trovatore


Tanto per capire cosa abbia significato quel “miglioramento” basti sapere che ogni razza italiana “migliorata” è oggi praticamente rifiutata dal mercato nazionale, quasi interamente dominato da cavalli stranieri, e assolutamente sconosciuta all’estero, dove si ritiene addirittura che l’Italia non abbia più cavalli autoctoni. La morale della favola è che insieme al patrimonio genetico equestre nazionale è risultata distrutta anche la cultura del cavallo che, com’è ovvio, era anche la più avanzata dell’Occidente. E’ così che il nostro Paese, maggior esportatore di cavalli di pregio del mondo fino all’inizio del 1800, ne è oggi diventato il più grande importatore: a fronte di poco più di 700 cavalli esportati annualmente per un valore di 3 o 4 milioni di euro ci stanno importazioni per più di 50.000 capi per 50 milioni di euro. Sono dati relativi a questo periodo di grave crisi economica perché negli anni precedenti le importazioni erano il doppio e anche il triplo per numero e valore (fino a 150.000 capi importati l’anno) mentre le esportazioni rimanevano sempre limitate a poche centinaia di capi. Che circa la metà dei cavalli importati figuri come “da carne”, è ininfluente: gran parte di essi in realtà viene dirottata al mercato dei cavalli da sella. E il fatto che i cavalli da carne degli altri paesi, ossia lo scarto della loro produzione, sia migliore dei nostri attuali cavalli da sella, è molto più eloquente di tante altre analisi e considerazioni sui danni inferti al nostro allevamento equino.

Puglia, per millenni massima produttrice di cavalli della Penisola

Criss
1985 – Unno, puledro di 30 mesi


Ecco perché in questo devastato panorama il Cavallo della Murgia, ossia il cavallo interamente morello allevato nella dorsale pugliese, assume particolare rilievo: di tutte quelle straordinarie razze italiane, infatti, è l’unica giunta sino a noi in purezza ancorché numericamente assai vicina al punto critico per la sua sopravvivenza. Chiusa com’era in un ambiente fino a poche decine d’anni fa abbastanza emarginato e poco accessibile, se n’erano infatti dimenticati. Cavallo già nobile, in quanto in antico allevato esclusivamente dall’aristocrazia – sicuramente da grandi feudatari come gli Acquaviva conti di Conversano e i Caracciolo duchi di Martina Franca e prima ancora, come vedremo, probabilmente da Federico II di Svevia, forse iniziatore della razza – il murgese, grazie alla politica allevatoriale dei Savoia, venne declassato a cavallo da tiro e agricolo e poi, con l’avvento della meccanizzazione a metà ‘900, a cavallo da carne. E il fatto che i Pugliesi siano in Italia i massimi consumatori di carne equina è stata la fortunata coincidenza che ha consentito a quella razza di arrivare sino a noi. Cavallo da carne, dunque, cavallo senza valore, almeno per il mercato della sella, ma, come vedremo, si tratta invece di un cavallo di gran pregio, certamente tra i massimi mondiali almeno per quanto riguarda il diporto, ma non solo.
Il Cavallo della Murgia fa parte della più grande famiglia del Cavallo Napoletano, per secoli il cavallo più famoso d’Europa. Nel 1300 perfino il Boccaccio, che conosceva bene Napoli avendovi lavorato per 15 anni alle dipendenze del fiorentino Banco de’ Bardi, nel Decamerone cita quella città come sede di un importantissimo mercato internazionale di cavalli d’eccellenza. Bisogna dire che col nome di napoletani in realtà non si identificavano solo i cavalli allevati nell’agro di Napoli, ma più genericamente i celeberrimi cavalli del Regno, ossia anche i salernitani, i calabresi, i siciliani e soprattutto le quattro o cinque razze pugliesi.
La Puglia infatti è stata da sempre la più importante produttrice di cavalli di pregio della Penisola. Alessandro Magno teneva in gran conto la sua cavalleria tarantina (l’agro tarantino comprende anche un pezzo di Murgia), mentre le cronache ricordano che Annibale si rifornì di ben 4000 puledri in Puglia. I Pugliesi erano così riottosi alla dominazione romana e così forti a cavallo che l’imperatore Valentiniano ne proibì loro l’uso, pena la morte: i Romani, in una sola campagna di repressione ammazzarono 7000 rivoltosi o latrones, come sbrigativamente li chiamavano (è destino di tutti i resistenti, dagli Apache ai contadini meridionali che si ribellarono ai Piemontesi, dai partigiani italiani agli Iracheni di oggi, essere definiti briganti, banditi, terroristi, insomma latrones).


Erano murgesi i cavalli di Federico II

fiera Verona
1990 – I dieci stalloni della Compagnia del Cavallo ghibellino in spettacolo alla Fiera Cavalli di Verona


Il grande Federico II di Svevia, nato a Jesi nelle Marche nel 1194 e morto a Fiorentino di Puglia nel 1250, resse per trent’anni, dal Meridione d’Italia, le sorti del Sacro Romano Impero, nonché quelle del Partito ghibellino. I contemporanei lo chiamarono “stupor mundi” (stupore del mondo), ma anche “puer Apuliae” (ragazzo di Puglia). Da tempo sapevamo che fu un impareggiabile allevatore di cavalli: la sua cultura equestre dà ancora dei punti a quella italiana odierna e comunque per fama è solo paragonabile a quella del greco Senofonte. Ma oggi, da un saggio dello storico Franco Porsia dell’Università di Bari (I Cavalli del Re, Schena Editore, Fasano), apprendiamo non solo che i cavalli dell’imperatore erano i migliori dell’epoca, tanto che, considerati arma strategica, ne era assolutamente proibita l’esportazione dal Regno pena punizioni gravissime, ma anche che egli aveva proprio in Murgia ben tre allevamenti. E questo perché secondo lui, ed aveva ragione da vendere, i cavalli, per farsi zampe e zoccoli – la cui qualità, checché oggi ne pensino gli attuali “esperti” nazionali,  è prioritaria su ogni altra – non dovevano essere allevati nelle pianure verdi e umide, ma sulle colline aride e pietrose, come la Murgia, appunto, luogo arido e pietroso come nessun altro in Italia. Inutile dire che la durezza degli zoccoli dell’odierno murgese non ha rivali. Di più: nel suo celeberrimo trattato De Arte venandi cum Avibus, l’imperatore dà una descrizione dei requisiti del cavallo da falconeria che calzano come un guanto sul murgese, il quale infatti si adatta senza problemi a quella nobile caccia, come è stato scoperto recentemente (quasi tutti gli altri cavalli sono insofferenti alla presenza e al volo del falco o dell’aquila). Anche lo scudiero dell’imperatore, il nobile Giordano Ruffo, nel suo De Medicina Equorum verosimilmente scritto su istigazione di Federico, elenca le caratteristiche fisiche del cavallo ideale: esse, compreso il posteriore più alto del garrese, sono esattamente quelle del murgese odierno. Purtroppo né Federico né Giordano fanno alcun riferimento al colore del mantello probabilmente perché ai due, giustamente, interessava la funzione e non l’estetica del cavallo, per cui il colore non era un fatto degno di nota (ma si sa che la cavalcatura più amata dall’imperatore era Draco, uno stallone morello). A proposito del mantello esiste una testimonianza ufficiale trecentesca della presenza anche allora dominante di cavalli morelli nella Murgia. Si tratta del testamento della vedova di Sparano da Bari: due terzi dei suoi 30 cavalli a Altamura hanno pilum maurellum.
Tra XV e XVI secolo tocca alla repubblica di Venezia allevare, sempre nella Murgia, i suoi migliori cavalli (la masseria della Serenissima, in agro di Monopoli, si chiama ancora “la Cavallerizza”). Nel 1600 la corte di Madrid, la più importante d’Europa ma le cui razze erano in decadenza da oltre un secolo, fa acquisti di stalloni murgesi (con buona pace di chi vuole il murgese derivato da razze iberiche durante la dominazione spagnola). Nel XVIII secolo la corte più importante è quella di Vienna, ed anch’essa, per la sua Scuola spagnola d’equitazione, si procura stalloni murgesi, da due dei quali, Napolitano e Conversano, discenderanno le due famiglie più importanti della razza di Lipizza, a sua volta la razza più famosa e celebrata.

La cavalleria savoiarda umiliata dai “briganti” pugliesi

cavallo
1989 – Principe, stallone fuori razza (non registrato) di un allevatore privato della Murgia


Nel secolo successivo sono i Piemontesi che sperimentano, loro malgrado, la qualità dei cavalli della Murgia. Nel 1864 avevano istituito una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sui motivi per cui l’esercito piemontese, uno dei più efficienti d’Europa, si era dimostrato incapace di domare quello che un po’ ipocritamente era stato chiamato e ancora si chiama brigantaggio meridionale. In realtà si era trattato di una rivolta popolare esplosa nel 1860, che assunse subito l’aspetto di una guerra coloniale da parte dei Piemontesi e partigiana da parte dei Meridionali: in 5-6 anni, 5000 furono i briganti uccisi, (i Savoia non si distinsero a questo proposito dagli imperatori romani), mentre le perdite dell’esercito piemontese, che raggiunse i 160.000 effettivi, non sono mai state rese note (si parla di un numero di morti superiore a quello delle tre guerre d’indipendenza contro l’Austria messe insieme). Comunque fu davanti a quella commissione che il colonnello Chevilly dichiarò, immagino abbastanza imbarazzato, che “la cavalleria risultava inutilizzabile nei boschi, sui monti e in generale su tutti i terreni fortemente accidentati dove ugualmente i briganti avventuravano le loro cavalcature”. Ed è chiaro che si riferisse soprattutto alla Puglia dove le bande, a differenza delle altre regioni erano tutte montate. Per la precisione il brigante più famoso e agguerrito, l’unico rimasto imbattuto, Carmine Donatelli detto Crocco, operò tra Matera e Andria, quindi in piena Murgia, dove razziava i cavalli per la sua banda (anche 3000 armati tutti montati). La qualità di quei cavalli è documentata da un testimone al disopra di ogni sospetto, Gaetano Negri, nobile milanese, ex garibaldino e ufficiale della cavalleria piemontese durante la repressione del brigantaggio, che assai di controvoglia dovette ammettere a proposito di Crocco e della sua banda: “Uomini discretamente coraggiosi, montati su eccellenti cavalli”.

cavallo
1985 – Lo stallone Racconigi, il più bel murgese che l’Autore abbia mai visto, sottratto al macello dall’avvocato Ferdinando Bruni di Bisceglie, Bari, e impiegato sia per la sella che gli attacchi, il carro agricolo e perfino l’aratro


Come si sa il Savoia vinse quella guerra coloniale e da allora il murgese è caduto nell’oblio (una punizione da parte del vincitore?). A nulla serve che nel 1932 Pier Giovanni Bujatti, uno dei massimi studiosi italiani di zootecnia, riscopra in Murgia la razza, riconoscendone l’ancora forte somiglianza sia di modello che funzionale con le due celeberrime famiglie lipizzane Napolitano e Conversano, discendenti dai due stalloni murgesi sopra ricordati. Ed a nulla serve che una ventina d’anni dopo si costituisca in Murgia, a Martina Franca, anche l’associazione di razza e che l’Istituto di incremento ippico di Foggia e la neonata Regione Puglia varino programmi di sostegno alla razza (compiono non pochi pasticci perché puntano alla selezione di un cavallo da carne; ma quali alternative avevano se gli Italiani compravano e comprano i loro cavalli da sella all’estero?). Insomma il Cavallo della Murgia rimane sostanzialmente uno sconosciuto.


2009 - Lo stallone Donatello (pronto per una caccia) a Sarteano, Siena

Un cavallo forse unico al mondo
La situazione migliora un poco quando al nord, nel 1979, un gruppo di privati spinti soprattutto da chi scrive che aveva a sua volta “scoperto” il cavallo grazie ad un quasi ventennale soggiorno in Puglia, si organizzano nella Compagnia del Cavallo Ghibellino (così denominata in omaggio all’imperatore Federico II di Svevia, capo del partito ghibellino e, verosimilmente, fondatore della razza). La situazione era allora drammatica. Nella stessa Puglia non c’era un solo murgese montato, a parte uno stupendo stallone, forse il più bello dell’epoca, strappato al macello per puro caso dall’avvocato Ferdinando Bruni di Bisceglie (comunque fu poi rubato e sicuramente finì lo stesso in spezzatino) e un altro paio di soggetti a Martina Franca in mano ad un altro avvocato, Giuseppe Marangi. Tutta la produzione insomma finiva in carne.
Anche la sua terra dunque rifiutava il murgese e preferiva fare ricorso a cavalli “di pregio” d’importazione. E’ sintomatico che il primo agriturismo equestre proprio in Murgia adottasse i quarter horse texani (le cui gambe ovviamente furono letteralmente distrutte dal duro calcare locale affiorante ovunque). A dire la verità sia in Puglia che nel resto del mondo si ignorava addirittura l’esistenza di questo cavallo. Inutile cercarlo nella letteratura specializzata o chiederne agli esperti di settore. La Compagnia ha quindi il grande merito di avere ri-svelato le grandi doti del murgese. Altro che cavallo spregiativamente agricolo e da carne come pensavano i pochissimi che sapevano della sua esistenza, o cavallo da tiro come lo classificava l’Istituto di incremento ippico di Foggia! Era invece un sontuoso e fortissimo cavallo rinascimentale con tutte le caratteristiche tipiche: aspetto magnifico, docilità assoluta anche negli stalloni (anzi, gli stalloni perfino più docili all’addestramento delle femmine), muscolatura imponente su un telaio osseo di grande sostanza, zoccoli così duri da poter lavorare sferrati, rusticità senza pari per la più che millenaria usanza di vivere all’aperto senza protezione alcuna in qualsiasi stagione e senza vaccinazioni né assistenza veterinaria, e poi infine un lucente mantello nero corvino quasi unico al mondo. Ma sono soprattutto la docilità, l’addestrabilità e il coraggio che contraddistinguono la razza: uno stallone indomito è pronto in due mesi, dopodiché può essere utilizzato anche nel caos del traffico delle nostre strade come nei sentieri più impervi del nostro interno oppure, con un addestramento specifico, nell’equitazione di scuola. E infatti nel novembre del 1990 la Compagnia del Cavallo ghibellino si presenta alla Fiera Cavalli di Verona con dieci stalloni dai tre ai sette anni, montati da un maestro e da 9 dilettanti, per lo più ragazzi (sul mio Trovatore, Alessandra Misciattelli, una bambina di 11 anni), che nelle tre serate del Gran Gala si esibiscono fianco a fianco in carosello e equitazione di scuola: sicuramente lo spettacolo più entusiasmante di quella edizione. E’ grazie a quel battesimo del fuoco se oggi finalmente e per la prima volta nella storia un’enciclopedia equestre inglese annovera anche la murgese tra le altre razze e se un murgese può esibirsi nel maneggio reale di Stoccolma.


1989 – Ulisse, giovane stallone dell’Istituto di Incremento ippico di Foggia

Tuttavia la strada rimane in salita. Nonostante una storia (nessun’altra razza al mondo probabilmente ne ha una così prestigiosa ed avventurosa) che da sola è già una certificazione di caratteristiche fisiche e psicologiche di assoluto pregio e forse insuperabili, questo cavallo rimane sostanzialmente del tutto trascurato e emarginato. Su 100 cavalli da diporto (che in Italia sono forse mezzo milione) sì e no una decina saranno di razza straniera nati in Italia, mentre gli altri sono tutti di importazione. I murgesi, completamente assenti dalla sella fino all’arrivo della Compagnia del cavallo ghibellino, oggi saranno presenti nel rapporto forse di 1 su 1000.

Fare del cavallo ghibellino il Cavallo nazionale italiano

Eppure il Cavallo della Murgia, proprio perché unica razza italiana sopravvissuta in purezza, merita di essere elevato alla dignità di Cavallo Nazionale Italiano. E’ ciò che ha fatto il governo spagnolo col Cavallo dell’Andalusia, per molti versi simile al murgese (ha certamente origini rinascimentali) che ora si chiama ufficialmente Cavallo di Pura Razza Spagnola e che, sostenuto anche da una forte azione promozionale, si è conquistato un importante mercato internazionale (è tra i cavalli da diporto più importati in Italia) diventando uno dei cavalli più famosi del mondo.
Ma più o meno la stessa cosa è avvenuta in tutti i Paesi dove forte è il senso nazionale: in Francia come in Spagna, in Inghilterra, negli USA, in Portogallo, in Brasile, in Argentina, in Irlanda, in Germania ecc. In Spagna o negli USA, come negli altri paesi, i corpi armati montati cavalcano esclusivamente il cavallo nazionale, menandone gran vanto. In Italia invece succede, somma vergogna, che i Granatieri vadano fieri dei loro irlandesi, la Polizia dei polacchi, i Carabinieri dei portoghesi (montano anche i lipizzani, cavalli austriaci finiti in Italia per il trattato di pace dell’ultima guerra). Unica e modesta eccezione, le Guardie Forestali che in qualche caso usano i murgesi. E non c’è paese al mondo dove il turismo equestre si faccia con cavalli di altri paesi, tranne in Italia dove si fa esattamente l’opposto, montando solo cavalli di tutte le origini, tranne che italiani.



1987 – Lo stallone Violante, trapiantato in Toscana da Monacchini Luciano di Camucia, Arezzo

Spetta ovviamente alla Puglia l’onere e l’onore di un’iniziativa analoga a quella spagnola: fare del murgese il Cavallo nazionale italiano. Non c’è bisogno di spendere troppe parole per spiegare cosa ciò comporterebbe: l’uso ufficiale del murgese da parte dei nostri corpi montati provocherebbe un eccezionale rilancio della sua immagine non solo nazionale (si pensi ad un intero squadrone di carabinieri in alta uniforme su stalloni morelli) con immediate ripercussioni sul mercato. E un mercato vivace è la sola speranza di sopravvivenza per qualsiasi tipo di prodotto, senza contare cosa comporterebbe un allargamento della base produttiva in termini di ripresa della selezione sia di modello che funzionale. Sembrerebbe, e in effetti è, un’impresa di facile realizzazione, ma con poche speranze, perché ancora una volta i problemi vengono proprio dalla Puglia che sembra muoversi nella direzione opposta. Per far posto all’università si sta infatti smontando l’Istituto regionale di incremento ippico, l’IRIIP (in Italia ce ne sono solo otto) cacciandolo dalla sua prestigiosa sede di Foggia in chissà quale riposto angolo della regione. La cosa ha sollevato una saggia e vivace reazione a Foggia, che si spera riesca a bloccare tale sciagura. La Regione non sembra rendersi conto che l’esistenza di una specialissima razza di cavalli, anche senza voler tenere conto dei vantaggi per l’economia locale, non può che portare prestigio e visibilità alla cultura e al colore locali. Si pensi ai bianchi cavalli di Vienna, a quelli del west, agli arabi, agli andalusi, mentre i Land tedeschi, se una razza locale non l’hanno, se la inventano di sana pianta derivandola da altre. Si pensi che da noi, invece di valorizzare le nostre pregiatissime razze tipiche autoctone, si è fatto e si fa il possibile per eliminarle (anche l’Istituto incremento ippico della Campania a S.Maria Capua Vetere minaccia la dispersione di quel pochissimo che è rimasto di antiche e prestigiose razze italiane come la “salernitana” e la “Persano”).
Se quel progetto non viene bloccato Foggia subirà un danno irreversibile sul piano urbanistico (cosa di cui Foggia non aveva assolutamente bisogno: chi conosce le caratteristiche architettoniche e urbanistiche dell’IRIIP sa di cosa parlo), ma ancor peggio sarà il danno inferto alla razza. E’ il cuore stesso del patrimonio genetico del Cavallo della Murgia che viene emarginato, quei cinquanta stalloni murgesi dell’IRIIP che rappresentano il vertice della selezione e che sono autorizzati a fecondare le circa mille fattrici in razza e dai quali dovrebbe discendere (il condizionale è ormai d’obbligo) tutta la futura progenie. Anche se non ci fossero contraccolpi sul piano tecnico (ma ci saranno: non esistono altri siti in Puglia adatti ad accoglierli decentemente, perché 50 stalloni hanno esigenze che possono essere soddisfatte solo in un ambiente che abbia il fascino, le superfici e le attrezzature che ci sono solo a Foggia), ce ne saranno sicuramente in termini d’immagine. E l’immagine è tutto soprattutto per un prodotto come il cavallo: senza immagine non si ha mercato e senza mercato non rimane che una destinazione, il macello. Oppure l’estinzione, ma non vedo la differenza. E così la Puglia, e con essa il Paese, rischia di perdere un patrimonio unico nella sua specie che non è solo materiale ma anche e soprattutto culturale.
Ecco come, con un finale all’italiana o, se si vuole, con un crimine culturale all’italiana, potrebbe concludersi una bella storia durata quasi mille anni. Ai Pugliesi e solo a loro il compito di impedirlo. 

(*) Mauro Aurigi, senese, sessantacinquenne, ex responsabile del Credito Agrario del Monte dei Paschi di Siena, è un estimatore e conoscitore della razza cavallina della Murgia, della quale ha approfondito la ricerca storica ed alla quale ha dedicato una nutrita serie di articoli sulla stampa specializzata, nonché un robusto contributo alla sua diffusione.

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 COS’E’ IL CAVALLO DELLA MURGIA (scheda)
La razza non si presta a facili catalogazioni. Vi sono contemporaneamente presenti tipi mesomorfi, decisamente a sangue caldo, insieme ad altri più imponenti e di nevrilità più contenuta: le stature variano dai 140 ai 160 cm per le femmine e dai 145 ai 165 per gli stalloni (il castrato è praticamente inesistente), ma qualche soggetto raggiunge e supera i 170 cm. Stature quindi anche di buon rilievo se si considera che il murgese ha un garrese poco o nulla pronunciato (5-10 cm. meno degli altri cavalli). Lo standard ufficiale elimina dalla selezione i soggetti inferiori ai 150 cm. nelle femmine e i 155 nei maschi, ma è un errore frutto di miopia: la razza è quella che è e tutti gli interventi tesi a modificarla producono solo danni (che qui sarebbe troppo lungo analizzare): un cavallo va valutato prima di tutto sul piano funzionale, cosa che non si fa nelle razze italiane (da qui il loro basso livello qualitativo) e poi per il modello.
Comunque le caratteristiche che seguono, riferite ad uno stallone medio, sono comuni a tutta la razza.


2008 - Alessandro Tameni e lo stallone Max che alla Fiera Cavalli di Verona hanno battuto i cavalieri spagnoli nel Concorso nazionale di alta scuola spagnola (Photo By Belleballe)

Aspetto generale: è quello di un cavallo di grande nobiltà e di grande scena, dal portamento sontuoso, il tutto esaltato da una smagliante livrea nera corvina: nel complesso è estremamente gradevole a vedersi tanto che lo si sente spesso definire come il cavallo più bello del mondo.
Mantello: morello zaìno (esiste una limitatissima varietà grigio ferro con testa, arti e crini neri, frutto, pare, della riimmissione di sangue lipizzano in epoca recente). L’epidermide forte e spessa, più vicina alla canapa che alla seta dei purosangue arabi e inglesi, è responsabile della grande resistenza del murgese non solo ai rigori invernali e alla vampa estiva, ma anche agli insetti e alla ruvidità della macchia mediterranea.

Conformazione:

  • testa in genere piuttosto pesante, stretta ed allungata, talvolta montonina, con ganasce cariche (non mancano però soggetti con teste più leggere e rettilinee);
  • collo ampio, muscoloso ed arcato, fornito di abbondante criniera, innestato piuttosto in alto in modo da assorbire il garrese, già di per sé poco pronunciato;
  • tronco possente e muscoloso esente da insellature, con torace alto e profondo, petto largo, spalla giustamente obliqua, groppa corta e rotondeggiante, talvolta spiovente: termina con una coda ben attaccata e fornita di peli lunghi e abbondanti;
  • arti esenti da tare, muscolosi ed asciutti, stinco piuttosto corto e grosso (supera spesso i 22 cm.) con tendini staccati e ben sviluppati; giunture larghe e secche, pastorale di giusta lunghezza e direzione, gambe lunghe e dritte con accentuata apertura del garretto tanto da determinare un’altezza della groppa superiore al garrese;
  • il piede del murgese possiede qualità eccezionali: di proporzioni regolari, è rivestito da un corno nero durissimo (frequente è l’uso di cavalli sferrati) che si conserva esente da qualsiasi tara quali setole, cerchiature ecc., ma al contempo sufficientemente elastico tanto che è molto difficile riscontrare incastellature.

Costituzione: la selezione provocata dal difficile ambiente dove viene allevato brado e la totale assenza di qualsiasi intervento sanitario (vaccinazioni, sverminature), gli ha conferito una costituzione ed una resistenza alle malattie notevoli. Le affezioni organiche quali la bolsaggine e le malattie intestinali sono pressoché sconosciute in questi cavalli.

Temperamento: il murgese è un cavallo docilissimo (lo stallone addirittura è normalmente più docile della femmina e si monta regolarmente senza problemi anche in presenza di altri maschi o femmine): questa particolare qualità è spiegata dal fatto che la sua origine risale ad un periodo in cui solo i maschi non castrati (le femmine erano destinate esclusivamente alla riproduzione allo stato brado per cui non venivano addestrate) erano selezionati per qualità particolari di temperamento che permettessero di educarli facilmente al duello in battaglia, ai tornei e ai complessi esercizi d’alta scuola. Difficilmente questo cavallo (stiamo parlando di uno stallone) fa uso di difese, mentre si abitua con grande facilità all’uso della sella e dei finimenti.

Rusticità: il clima delle Murge, sano ma torrido d’estate e rigido d’inverno per l’indifesa esposizione ai venti dei Balcani, che tempra il suo organismo, e l’abitudine di nutrirsi in pascoli poveri e dissetarsi con acqua che malamente altri cavalli si adatterebbero a bere, hanno conferito a questo cavallo la grande rusticità che gli ha consentito, dopo il passaggio avvenuto nella seconda metà del 1800 dagli allevamenti nobiliari, ormai orientati verso il cavallo nord-europeo, a quelli popolari (traino e aratro e poi la carne), di sopravvivere all’ecatombe di tutte le altre razze italiane.

Roberta Imana su Macina (a sinistra) e su Vanessa (a destra), campionesse di monta da lavoro (2006) e dressage (2009)

Nel complesso, dunque, un cavallo da alta scuola equestre, ma anche eccezionalmente vocato all’escursionismo in ambienti difficili. A questo proposito non possiamo sottacere che l’eccezionale sviluppo dell’agriturismo di questi ultimi anni ha fortemente acuito la necessità di cavalli da campagna, soddisfatta, al solito, con cavalli d’importazione di qualità largamente inferiore al murgese-

m.a.