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26.07.05: E' il "governo forte" la risposta giusta per i nostri problemi?

 

E' il "governo forte" la risposta giusta per i nostri problemi?
 
Nel “Domenicale” del 3 luglio “ Il Sole 24 Ore” pubblica un inedito del 21 aprile 1845 di Alexis de Tocqueville (1805-1859), in cui l’autore, uno dei padri del moderno concetto di democrazia, sostiene la necessità di un governo forte anche e soprattutto nel caso di federazione tra più stati. Franco Monteforte, che ha commentato l’inedito, mi sembra volesse alludere, abbastanza scopertamente, agli attuali problemi dell’Unione Europea (referendum in Francia e Olanda). Personalmente mi sono trovato in totale disaccordo.
Il Tocqueville prende infatti spunto dalla guerra civile esplosa in Svizzera proprio nel 1845, durata qualche giorno e costata ben 100 morti, per denunciare limiti e debolezze istituzionali di quel governo federale, reso incapace di impedire o sedare quello e chi sa quanti altri tumulti futuri. A tale scopo, per colmo di (sua) sventura, cita a modello la risolutezza del governo centrale di un’altra assai più verde federazione, quella nord-americana, perché dotato di maggiori poteri istituzionali atti a scongiurare simili sventure. Infatti, morto com’è nel 1859, bastava avesse vissuto qualche anno ancora per vedere clamorosamente (che più clamorosamente non si può) smentita la sua tesi: la guerra di secessione americana, ad onta di quel governo forte, durò 5 anni (1861-1865) e si dice abbia provocato quasi un milione di morti.
Ma non sono gli eventi che mi interessano. Assai più inquietante è quell’esortazione del nostro Alexis al governo forte contro il governo debole, visto che analoga invocazione abbiamo udito ripetutamente dalla bocca di personaggi dell’attuale politica italiana, come D’Alema e Berlusconi (tanto per non fare discriminazioni). Governo forte, ma forte con chi? La risposta, dopo essersi guardati intorno senza aver trovato antagonista alcuno, non può essere che: “forte col popolo”. Ma siccome il governo forte col popolo (o il popolo debole col governo) è una perfetta antitesi della democrazia a cui pure il Tocqueville si dichiarava devoto, e siccome Franco Monteforte che ha chiosato l’inedito sembra condividere la tesi di Tocqueville, voglio sottolineare quanto segue.
La differenza tra l’Occidente e il resto del mondo in termini di progresso civile, sociale, culturale ed economico ha una sola causa: il maggior potere che i popoli occidentali hanno nei confronti dei propri governi. E quanto più forte è quel loro potere, ossia quanto più “deboli” sono i loro governi, tanto più quei popoli sono progrediti. Così all’interno dello stesso Occidente è possibile riscontrare la stessa cesura tra i paesi protestanti da una parte, tutti a maggiore sviluppo democratico (maggiore potere del popolo), e quindi anche civile e sociale, e quelli cattolici e ortodossi dall’altra, dove il potere è più concentrato in poche mani (se non in due sole) e dove minore è lo sviluppo in tutti i sensi. Questa è una regola senza eccezioni: si pensi solo all’abisso, altrimenti inspiegabile, che separa il Nord-America dal Sud-America e si pensi anche all’incolmabile differenza, per gli stessi identici motivi, tra Nord e Sud d’Italia. Mi dispiace per il Tocqueville, ma il paese dove il popolo detiene nelle proprie mani il massimo del potere politico rispetto a tutti gli altri popoli del mondo è proprio la Svizzera (chi conosce il nome di un solo politico svizzero?): non sarà mica un caso che quel popolo sia anche il più civile e ricco del mondo, proprio sul territorio più povero di risorse di tutta l’Europa, più povero persino dell’Albania che se non altro ha il mare?
Io credo che queste cose siano ben note a commentatori e politici italiani, ma credo anche che non si vogliano trarre gli ammaestramenti del caso, perché nessuna classe politica (clientele incluse) è disposta a rinunciare alla quota di potere che detiene, anzi è fermamente decisa ad accrescerlo, per nostra disgrazia riuscendoci (come a Siena). Così è successo per l’Unione europea, costruzione decisa dai politici per i politici, anziché dai popoli per i popoli.
Se oggi registriamo, in Italia e nell’Unione europea, segni di stagnazione se non addirittura recessione è solo perché non abbiamo capito la lezione. Così ci stiamo avvitando verso il basso, convinti come siamo che alle difficoltà si debba rispondere con l’uomo della provvidenza (sindaco, capo di provincia o di regione, governo nazionale o continentale che sia), costantemente incrementando i suoi poteri politici e istituzionali, ossia creando sempre più, col governo forte, le condizioni dell’arretramento.
Meno male che Francia e Olanda, almeno per quanto riguarda l’UE, hanno cominciato a farci aprire gli occhi (e speriamo che la Svizzera, nel suo e nostro interesse, continui a resistere alle sirene europee).

Mauro Aurigi