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20.02.06:I cuculi al Monte dei Paschi
I cuculi al Monte
La privatizzazione del Monte dei Paschi nel 1995 non ha significato solo una totale e drastica trasformazione giuridica della banca nonché, come temuto, la sua sottrazione alla città che lo aveva fondato e fatto crescere, ma ha significato anche una profonda modifica di tipo antropologico del suo vertice. Non ci sono più gli straordinari e praticamente anonimi gnomi senesi (anonimi sì, ma tra i più grandi banchieri d’Europa visto che assai difficilmente un fenomeno paragonabile al Monte è riscontrabile nel continente) che fino a una decina di anni fa l’avevano gestito e fatto straordinariamente ricco, anzi ne avevano fatto in assoluto una delle banche più solide al mondo. “Del Monte non si deve parlare né bene né male: non se ne deve parlare proprio” era stato da sempre una sorta di comandamento religioso che si legava a una regola di vita tipicamente senese: “meglio essere che sembrare”. Da qui un autentico terrore della cronaca, foss’anche positiva. Non era solo per questo, ma era anche per questo che la rendicontazione di fine esercizio era sempre un faticosissimo “tour de force” per minimizzare i risultati, per nascondere gli utili, per accantonarne la massima parte a riserve (meglio essere che sembrare). In pochi anni di quei forti caratteri non è rimasto neanche il ricordo che anzi si cerca zelantemente di cancellare. Così come si cerca di cancellare la ricchezza che essi avevano accumulato nella banca, dissipandola per inventarsi utili che non ci sono e tuttavia sbandierati trionfalmente. Niente meglio di questo atteggiamento testimonia quanto lontani siano i ciarlieri Alieni di oggi dai discreti Senesi di allora. Le cicale e le formiche: ormai la nuova regola di vita è “meglio sembrare che essere”. AL LIDO DI VENEZIA Oggi i due organismi in cui il vecchio Monte è stato diviso, la banca spa e la fondazione, sono gestiti da personaggi per lo più senza arte né parte, quasi tutti estranei sia alle due istituzioni che alla Città, venuti giù con la piena da terre o attività lontane. A differenza della vecchia tecnocrazia senese, tutta allevata al Monte sin dalla gavetta e che di fatto gestiva la banca, questi sono stati insediati dall’alto per meriti neanche politici, ma squisitamente partitici o correntizi, e si sono comodamente sistemati come cuculi nel ricchissimo nido costruito nei secoli dai loro predecessori e come cuculi si sono comportati. Ubriacati dall’improvvisa notorietà conferitagli dal sedere su un mucchio di miliardi di euro che non gli appartengono e che non hanno minimamente contribuito ad accumulare, è come se fossero stati travolti dalla “sindrome della velina”: diventati finalmente quello che non avrebbero mai potuto diventare nei luoghi o nelle attività di origine, questi sussiegosi parvenu non perdono occasione per apparire sulla stampa o alla televisione - qualcuno l’abbiamo visto perfino in posa davanti ai fotografi del festival del cinema di Venezia: il peggio di Novella 2000! (chissà chi ha pagato la missione) - talvolta sbattuti in prima pagina per relazioni (e telefonate) a quanto pare non del tutto raccomandabili. L’INCREDIBILE GIRANDOLA Strappata al San Paolo, dopo una battaglia combattuta all’ultimo miliardo e segnalata ai media minuto per minuto (mai prima s'era assistito a una simile gara a cielo aperto), la Banca del Salento (la “121”) l’hanno esibita, sempre ai media, come un trofeo vittorioso: banca dalla cultura tecnologica sofisticatissima!, sbandieravano pubblicamente, un ottimo affare (prima), anzi pessimo (dopo), forse 4000 miliardi di vecchie lire la perdita complessiva. Oppure: sì al matrimonio con la Bnl (prima), no (dopo); si alla collaborazione con Unipol (prima), no all’Unipol (dopo), cresceremo per linee esterne (Capitalia, Intesa…), anzi no, per linee interne... Mauro Aurigi
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