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10.03.06:Crisi all'Ateneo sense

La crescente concentrazione del potere in poche mani è la causa del declino italiano
Ma cosa succede nella nostra Università
(e nel nostro Paese?)
Premiati i peggiori e puniti i migliori: ecco le cause della fuga dei cervelli

 

Le recenti vicende giudiziarie del rettore Tosi hanno riproposto in maniera alquanto drammatica una delle questioni cruciali del Paese, quella dell’università, causa ed effetto allo stesso tempo del costante declino del Paese, non meno di quanto lo siano le altre irrisolte e probabilmente irrisolvibili questioni cruciali: il Meridione, la moralità pubblica (o politica), la criminalità organizzata, il deficit pubblico.
In un paese “normale” (è perfino patetico che in Italia si continui a definire così i civilissimi paesi anglosassoni e protestanti che, lungi dall’essere normali, sono invece un’anomalia assoluta, rappresentando a mala pena il 10% di un’umanità che per il resto è tutta dominata da sistemi più o meno dispotici, corrotti e sottosviluppati) si capirebbe subito che il problema è strutturale al Paese: l’università italiana non può essere migliore né peggiore della realtà che la esprime e non può quindi che seguire il lento declino Paese. Declino che è sui giornali di tutti i giorni e che abbastanza stupidamente destra e sinistra si rinfacciano reciprocamente nonostante che ne siano esse stesse, e in pari misura, le uniche responsabili. Perché il declino italiano, ormai probabilmente irreversibile (gli analisti USA parlano ormai liberamente di un nuovo caso Argentina) e la mancata soluzione delle questioni cruciali di cui sopra, hanno una sola, unica causa: la crescente gerarchizzazione e verticalizzazione del potere e della società ormai generalizzate nel nostro Paese (è una sorta di ritorno al fascismo: sempre più potere in sempre meno mani e i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri). E’ questo fenomeno, di cui tutti i partiti, di destra e di sinistra, portano per intero la responsabilità, che ci allontana sempre più dai paesi a democrazia più matura e quindi a livelli di civiltà più avanzati (ossia con sistemi di potere meglio distribuiti sul piano orizzontale anziché verticale), così come allontana il Sud Italia - dove la verticalizzazione politica, sociale ed anche criminale è certamente più accentuata - dal Nord Italia e che allontana l’università italiana dagli standard occidentali. E ciò perché in un sistema gerarchizzato e verticistico, come spiegherò più avanti, vengono premiati i fedeli (i peggiori) e vengono emarginati i migliori. Una comunità come quella italiana (ma anche quella nostra cittadina), sottoposta in ogni campo a simile massiccia cura, non può che deperire e soccombere. Non c’è destra o sinistra che tenga.

L’UNIVERSITA’ STA
REGREDENDO VERSO
LA BARBARIE FEUDALE

Il fenomeno ha una sola speranza di essere bloccato e invertito: bisognerebbe che la cultura nazionale riuscisse a percepirlo, analizzarlo e denunciarne la perversità. Ma siccome è proprio l’università, ossia la sede deputata alla produzione di cultura e conoscenza, ad essere affetta addirittura in maniera più virulenta da quel morbo, le speranze che ciò avvenga sono praticamente inesistenti.
Perché sono armai decenni che l’università italiana ha imboccato la strada che porta alla feudalizzazione (ho già avuto modo di osservare su queste pagine come la struttura verticale della società feudale sia assolutamente analoga a quella della moderna mafia), feudalizzazione che, come la storia insegna, significa il buio di ogni manifestazione umana. Perfino nel tentativo, che i feudatari esperirono con successo contro l’imperatore, di rendere ereditario il feudo e quindi anche il titolo feudale (è solo per questo che i feudatari, inizialmente semplicemente sodali o salariati del Principe, diventarono un’aristocrazia ereditaria), la casta baronale accademica è ormai esattamente sovrapponibile a quella della nobiltà feudale. Come allora, è la famiglia e il clan che vengono prima (da qui lo sviluppo del familismo e del clientelismo), mentre il resto della comunità è considerato un nemico da battere e sfruttare.
Una recente indagine del quotidiano Repubblica all’Università di Bari ha messo in luce l’esistenza in una stessa facoltà di una decina di docenti tutti con lo stesso cognome. Non si tratta di un eccezionale caso di omonimia, ma di membri della stessa famiglia (come non pensare al nepotismo feudale?) più un paio di affini. Un clan potentissimo dunque che lascia solo immaginare che lì, ogni posto importante sia riservato esclusivamente a membri (vassalli o clientes) del clan stesso. Forse si tratta di un caso limite, forse altrettanta arroganza nell’esercizio del potere non è presente altrove, ma certamente ovunque la tendenza è quella, anche nell’Università di Siena dove gli stessi cognomi sono più ricorrenti di quanto si possa immaginare - a cominciare da quelli degli

IL NOSTRO ATENEO, COME GLI ALTRI
ITALIANI, ORMAI PRODUCE PIU’ POLITICI
CHE ERUDITI O SCIENZIATI DI FAMA

ultimi due ex rettori - e dove è facile pensare che ormai l’attività più importante sia quella devastante della conquista e gestione del potere piuttosto che la produzione di cultura. Il fatto che il nostro Ateneo (come gli altri italiani), più che eruditi e scienziati di fama, produca politici o aspiranti tali ne è una non tanto indiretta conferma: si ricordi che l’ex rettore Luigi Berlinguer non ha mai scritto un libro, ma è diventato ugualmente ministro e uno delle eminenze grigie del potere cittadino e regionale. E si ricordi che uguali ambizioni nutriva l’ex rettore Tosi, già dato per futuro ministro della sanità o della università per conto del centro sinistra, a dispetto della situazione disastrosa in cui ha ridotto il nostro policlinico e la nostra Università e indirettamente anche la Città (anche se buona parte della responsabilità la condivide col suo predecessore).
Insomma in una struttura verticistica e gerarchica come quella dell’Università cittadina il sistema premiante (ossia la carriera e l’occupazione di posti di responsabilità) si basa esclusivamente sulla fedeltà al capo e non sul merito. Anzi quelli che la carriera per merito potrebbero farla da soli a prescindere dalle “protezioni”, ossia contando su vere e solide capacità professionali proprie, sono un modello negativo da emarginare e opprimere perché obiettivamente in grado di mettere in discussione non solo l’autorità del capo e, soprattutto, le sue deficienze professionali, ma l’intero sistema. Qui stanno le cause della fuga dei cervelli dall’Italia, non nella mancanza dei fondi, visto che si trovano i soldi perfino per pagare agli studenti i corsi di tiro con l’arco!
Quello che succede all’Università di Siena (o a quella di Bari), è paradigmatico di ogni altra situazione o di ogni altro campo nell’intero Paese. Si pensi al verticismo e al clientelismo e al nepotismo nella politica (si pensi anche solamente al dispotismo di tipo dittatoriale imposto a Siena in ogni campo, nel commercio non meno che nella banca o nell’ospedale). Se i peggiori (i fedeli) fanno carriera e i migliori (quelli capaci di fare da sé) vengono repressi se non addirittura perseguitati (nelle zone a maggiore criminalità del Paese addirittura intimiditi e perfino uccisi) e costretti, come al tempo del fascismo, a emigrare (dei 9 o 10 premi Nobel scientifici italiani degli ultimi 60-70 anni forse uno, e forse neanche quello, ha conseguito il riconoscimento in una università italiana: tutti gli altri l’hanno preso all’estero) forse si capisce che gli analisti americani errano por difetto: nel nostro futuro non c’è l’Argentina, ma il nord Africa (e non vuole essere una battuta).

Mauro Aurigi.