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14.05.06

Il sindacato e il Piccini

Non c’è quasi stata reazione al comunicato emesso il 2 maggio da un organismo importante come il sindacato bancari Fisac/Cgil sotto l'inquietante titolo “La banca fuori dalla campagna elettorale”. Eppure l’invito alle forze politiche a non “usare” il Monte è strabiliante. Come se a Livorno i problemi del porto o a Prato quelli del comparto tessile, ossia l’intera economia cittadina, dovessero restare fuori dal dibattito politico. Come non pensare al famoso cartello del Ventennio: “Qui non si parla di politica: qui si lavora”? Vale a dire, come sotto il fascismo, c’è già un partito che del Monte si occupa a tempo pieno e che ciò basta e avanza. Una logica aberrante.
Dopodichè è il sindacato stesso che viola la regola che voleva imporre agli altri e dedica il resto del suo intervento proprio a questioni riguardanti la Banca. E lo fa in maniera staliniana: un violento attacco personale al candidato a sindaco Piccini, reo non solo di avere preso la parola all’assemblea del bilancio, ma di averne addirittura criticata la gestione (la gestione, non i singoli gestori).
Due sono gli addebiti ritorti all’ex sindaco: essere stato favorevole (o non aver ostacolato) l’acquisizione della Banca 121 e essere stato promosso da vice-capoufficio a vice-direttore generale del Mps France con sostanzioso onorario. Si tratta di due dati di fatto che tutti hanno il diritto di citare e criticare. Tutti, meno la sinistra cittadina, perché responsabile in solido di tutto quanto addebitato al Piccini, e meno soprattutto la Fisac stessa che, per le faccende del Monte, in quella sinistra è addirittura determinante.
Sulla promozione e il nuovo stipendio del Piccini infatti la Fisac allora non aprì bocca. Si vede che gli stava bene così. Oggi invece riesuma la questione, tacendo ipocritamente sul fatto che sono decine i personaggi che i Ds hanno“promosso” dal niente, ossia da posizioni ben più modeste di quella del vice-capoufficio Piccini, a gestori della Fondazione e del Gruppo Mps: tutti si sono trovati all’improvviso beneficiari di appannaggi perfino superiori (i deputati della Fondazione, oltre allo stipendio annuo si gratificarono di un gettone di presenza di ben 5 milioni di lire per ogni riunione della Deputazione).   
Peggio ancora per l’ “affare” Banca 121: la Fisac fu men che tiepida. E fu silenziosa (e tale resta ancora oggi) quando i “salentini”, evidentemente non paghi del generoso regalo di 2600 miliardi di lire in solide azioni del Monte ottenute in cambio della carta straccia delle loro azioni, addirittura furono fatti entrare a vele spiegate nel Monte: due consiglieri di amministrazione, il direttore generale e la corte personale di quest’ultimo (che quel silenzio abbia avuto qualcosa a che vedere col fatto che D’Alema aveva dichiarato di sentirsi onorato dell’amicizia di quei signori?). E quel silenzio è continuato quando ai soci privati, che non sommano - compresi i “salentini” - neanche il 20% delle azioni del Monte, è stata assicurata la metà del cda, ossia 8 consiglieri (invece di 4), tanti quanti la Fondazione che con quasi il 50% del capitale ne aveva diritto almeno a 12 (oggi con i consiglieri ridotti a 10, dai 16 che erano, la divisione è 5 e 5, invece che 3 e 7). Un’operazione lecita, quella della cessione del controllo della società agli azionisti di minoranza, se fatta dietro pagamento di una indennità concordata (nel caso in questione forse ben oltre un migliaio di miliardi di lire che ora mancano nelle casse della Fondazione) ma illecita se fatta gratuitamente, soprattutto se fatta da un ente pubblico di beneficenza a favore di privati tutt’altro che bisognosi. 
Da che pulpito, dunque, viene la predica! La Fisac/Cgil è entrata nella questione, dopo aver predicato che non se ne doveva parlare, nel peggiore dei modi: riesumando l’antico ruolo di cinghia di trasmissione e assolvendo il partito che domina la gestione della Fondazione e del Monte da ogni peccato (i peccati sono tutti del Piccini).
A me è tornata in mente una frase partorita dalla mente luciferina di Vittorio Mazzoni della Stella quando di quel sindacato era segretario: farsi venire il vomito per aver trovato un capello in un piatto di sterco (il lessico di Vittorio fu ovviamente più colorito).

Mauro Aurigi