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12.9.2005

Un senese in un ospedale svizzero
Cronaca di un ricovero urgente

 

Un policlinico con le hostess

E’ il 1995. Alcuni esami clinici hanno allarmato il mio medico: devo fare urgentemente degli accertamenti. Alle Scotte mi dicono che devo aspettare due mesi. L’amico medico, sempre più allarmato, mi consiglia di telefonare a un ospedale di Ginevra. Ci provo: mi chiedono se voglio farli prima di Natale o dopo. E’ il 19 dicembre. Parto subito.
L’ospedale, moderno, grande, luminoso, è in città, non nell’estrema periferia, ma è circondato da viali e parchi curatissimi (ovviamente non una cartaccia in giro). Se non fosse per l’insegna lo diresti uno dei grandi alberghi di lusso di cui la Svizzera va fiera. La stessa impressione appena entri: una vasta sala luminosa con il pavimento tenuto a specchio e con tante piante ornamentali e grandi, colorate poltrone imbottite intorno a bassi tavoli. Le vetrate a tutta parete danno sull’ordinato e rarefatto traffico svizzero (nessuno che giri a vuoto per cercare un parcheggio) tra gli alberi e le aiuole. L’accettazione non è nascosta nelle misteriose viscere della costruzione, ma lì, nella grande sala e assomiglia anch’essa alla portineria d’un albergo. In giro neanche un camice bianco. Prendono i miei dati e il numero della carta di credito (diamine, siamo pur sempre in Svizzera: non è consentito ad uno straniero di curarsi a spese dei Ginevrini), mi indicano l’ufficio dove familiari e accompagnatori possono informarsi per la loro sistemazione (albergo, pensione, famiglia) e mi invitano ad accomodarmi in una delle grandi poltrone.
Mi accingo alla lunga attesa a cui la sanità italiana ci ha tutti abituati, confortato dal fatto che c’è tanto con cui distrarsi: sul tavolo ci sono giornali e riviste (nuovi!), sul marciapiedi fuori delle vetrate ma anche nella sala c’è un gran movimento di gente normale: l’atmosfera natalizia penetra ben dentro l’ospedale. Ma non passano cinque minuti che si presenta una hostess (sì, proprio una hostess, una bella figliola ovviamente bionda e sorridente in divisa da compagnia aerea) che parla un italiano perfetto e che si accinge a caricare le mie cose su un carrello come quelli degli aeroporti, solo parecchio più tirato a lucido. Tento di aiutarla ma me lo impedisce.

La biblioteca comunale a disposizione dei degenti.

Mentre mi accompagna al reparto m’informa: lì nella grande sala d’ingresso ci sono i negozi (quelli utili come il barbiere, il giornalaio, il bar, l’ufficio postale e l’agenzia viaggi e quelli inutili come le boutiques), nel corridoio a destra c’è il ristorante, in quello di sinistra le cappelle protestante, cattolica e ebraica. Non so trattenermi dal fare lo spiritoso: e la moschea? E’ quasi dispiaciuta: no, non sono molti i ricoverati musulmani, il mullah o l’imam lo chiamiamo solo su richiesta. In camera (un’unica grande finestra a tutta parete sulle Alpi innevate) vengo affidato a due infermiere che preparano il letto, sistemano le mie cose nell’armadio e mi istruiscono perfino sull’uso del telecomando della tv e di quello del letto che è tutto snodabile elettricamente. Cinque minuti dopo allacciano anche un telefono con una propria linea esterna e mi consegnano due libretti in italiano. Nel primo (guida d’accoglienza) c’è di tutto: le pratiche d’accettazione e quelle di dimissione, la mappa dell’Ospedale, come vi si arriva (ambulanza, auto, bus o treno coi relativi orari), i diritti del malato, dove depositare valori e preziosi, il colore dei cartellini sui camici (per riconoscere medici, infermieri, inservienti, impiegati), come ricevere la posta, come esercitare il diritto di voto in caso d’elezioni (ovviamente per gli Svizzeri), come avere libri dalla biblioteca comunale (due volte alla settimana passa l’addetto). C’è anche tutta una serie di numeri di telefono compreso quello per lamentarsi del pasto e per ottenerne varianti. Il secondo libretto è una lunga particolareggiata e illustrata descrizione della malattia e dell’intervento, dei fatti che lo precedono e lo seguono,  compresa, con rude franchezza elvetica, la percentuale di esiti letali (rabbrividisco: il 2%).
Non passa mezzora che arriva il primario accompagnato dal suo secondo. Per tutti i tre giorni di ricovero passeranno due volte al giorno (tre volte il giorno dell’intervento). Non conterò le volte che le infermiere, tutte rigorosamente immigrate anche da paesi lontani, ma tutte impeccabili per professionalità, educazione e l’immacolato abbigliamento, passano a controllare. Fine dell’esperienza.

Ma perché appena passato il confine le cose cambiano così drasticamente?

Ciò detto, non sono ovviamente in grado di esprimermi sugli aspetti più prettamente professionali (ma la sanità svizzera metterà in luce che la sanità italiana aveva preso una bella cantonata sul mio conto: sano come un pesce). Ah, dimenticavo: insieme ad una lettera per il mio medico (Caro confratello, …) lunga 5 pagine con la relazione delle analisi e degli accertamenti, mi viene consegnato un rotolo che scoprirò poi essere il film dell’operazione (alcuni giorni dopo mi arriverà anche il conto: salato come quello di un ottimo albergo, appunto).
Chi legge dirà: belle forze, una clinica di lusso per miliardari gottosi. No, quello è un ospedale pubblico come il nostro, l’Ospedale cantonale e universitario di Ginevra dove i Ginevrini si ricoverano gratuitamente o quasi. Che dire allora? Siete mai stati ricoverati alle Scotte? Riuscite a capire i motivi dell’enorme abisso che ci separa da una società che invece è fisicamente e culturalmente vicina a noi più di qualsiasi altra? (quello svizzero è il nostro più lungo confine territoriale e la Svizzera è l’unico paese al mondo che ha l’italiano come lingua ufficiale). I Ginevrini sono più ricchi dei Senesi? Neanche per sogno, sono più ricchi i Senesi (e comunque l’Italia spende più della Svizzera per l’assistenza sanitaria, ma ciononostante ha i conti, come alle Scotte, pesantemente in rosso). Sono più bravi? Macchè, l’ospedale pullulava di medici italiani. E allora perché siamo così indietro?
Posso tentare un’ipotesi? Niente niente c’entrasse la “politica”. I Ginevrini sono proprietari del loro Ospedale e della loro Università, strutture quindi che non sottostanno né al potere dei politici del capoluogo regionale o statale come in Italia, né alla voracità delle loro clientele (tanto che con un recente referendum di iniziativa popolare, non partitica, si sono aumentati da soli la tassa di circolazione automobilistica per potenziare la sanità). Anche i Senesi una volta erano proprietari della loro Università e del loro Spedale, sottratti così agli appetiti delle rissose fazioni politiche. Allora ben altro era il livello di quelle due nostre istituzioni: due piccoli ma autentici gioielli tanto che, per esempio, studenti e pazienti venivano anche dal nord, invece che dal sud. Come, quando e perché ci sono stati tolti per cui sono oggi così degradati? Forse come ci è stato tolto il Monte dei Paschi e l'Acquedotto, ambedue degradati il giusto? Un discorso troppo lungo per affrontarlo qui ed ora, ma riflette gente, riflettete.

Mauro Aurigi