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6.5.2005

La lingua italiana è a rischio d’estinzione
(così come sono scomparsi o stanno scomparendo i dialetti regionali italiani)

 

La lingua di qualsiasi popolo è la parte più importante della sua cultura. Per questo è particolarmente apprezzabile che Massimo Vedovelli, rettore dell’Università per stranieri, abbia avuto la sensibilità per intervenire sui problemi della lingua italiana, anche se condivido solo in parte le considerazioni che leggo (Il Cittadino del 16 marzo). Fa bene Vedovelli a dividere il problema in due: da una parte il mercato (diciamo così) esterno e dall’altra quello interno. Nel primo (ha ragione Vedovelli) corriamo meno rischi perché il gradimento che all’estero si ha della nostra lingua ci mette al riparo da molti rischi. Tuttavia, come anche Vedovelli riconosce, il merito è solo del passato: Dante, Petrarca e Boccaccio (ma aggiungerei anche Guicciardini, Giannotti e soprattutto Machiavelli perché studiatissimi nel campo del pensiero politico occidentale). Non bisogna infatti dimenticare che è grazie a Cicerone e Aristotele se il latino e il greco classico sono ancora attuali, ma ciò non li ha salvati dal diventare lingue morte.
Le cose si mettono peggio se consideriamo il gradimento che la nostra lingua ha sul mercato interno (e qui dissento nettamente da Vedovelli). Seguo il fenomeno come minimo da una trentina d’anni: secondo me siamo in presenza di un processo inquietante, ancora lento ma in costante accelerazione, di sostituzione dell’italiano con l’anglo-americano (soprattutto americano). Non c’è bisogno di studi approfonditi: basta un’occhiata alle insegne dei negozi, ai titoli dei giornali, alle scritte sulle magliette (una volta solo dei ragazzi, ma ora anche degli adulti), alle scritte sui muri, ai prodotti esposti sul banco di una farmacia e sono migliaia i vocaboli anglo-americani ormai censiti nei dizionari italiani. Si tratta di un fenomeno che ha ormai carattere ufficiale. Non si trova più un quaderno di scuola che non abbia in copertina scritte in inglese. E non c’è solo il “Tax day” di Forza Italia o il “Crime day” di Alleanza nazionale (non si sono neanche resi conto di celebrare il “giorno delle tasse” e “il giorno del crimine”) oppure l’ “I care” di un recente congresso dei Democratici di Sinistra, ma c’è anche il Parlamento col suo “question time” e la Rai con “Rai educational” (possibile che non si siano resi conto quanto sia invece diseducativo?). Una volta si diceva che il ricorso all’inglese era necessario per alcune parole che non avevano l’equivalente in italiano, oppure che in località turistiche come le nostre era giocoforza dare indicazioni anche nella lingua che quasi tutti gli stranieri capiscono. Ma se era vero una volta, oggi non è più così. Sono centinaia i termini di normale uso come “trend”, “feeling”, “magazine”, "okay", “small”, “large” e “extra-large” che hanno un corrispondente in italiano che invece non si usa quasi più. E se al Monte dei Paschi si trova la targa “Affluent” (sta per “clienti importanti”) o Family (“clienti poco importanti”), non è perché i turisti sono la maggioranza dei clienti di quella banca.     
Io sono convinto che stiamo perdendo la nostra lingua o, meglio, che essa sarà ridotta presto al rango di seconda lingua o lingua dialettale e che farà quindi la stessa fine dei dialetti italiani che stanno scomparendo del tutto (come sta succedendo al toscano in generale e al senese in particolare) soffocati dal dominante italiano televisivo (che non è la stessa cosa dell’italiano letterario). Persa la lingua sul mercato domestico, mi domando come si possa poi pensare di conservarla su quello dell’estero.  
Non c’è qui tempo né spazio per l’analisi delle cause di questo fenomeno e sulle eventuali azioni a difesa (che prevedo comunque di effetto assai dubbio), ma sarebbe proprio il caso che si cominciasse a discuterne, come lodevolmente ha fatto Vedovelli.

Mauro Aurigi