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2.7.2006 - Le formiche di allora e le cicale di oggi (cosa c’è dietro la nuova parola d’ordine “il Monte deve crescere”)

“Il Monte deve crescere” è stato lo stolido tormentone degli ultimi tempi prima delle elezioni. A dirlo, con l’aria di credere che basti evocare una cosa per vederla materializzare, non è stato lo scemo del villaggio, ma i neo presidenti della Banca e della Fondazione e quello della provincia e l’ex vice-presidente del Monte e tutta una miriade di personaggi politici piccoli e no. Personaggi che probabilmente neanche si rendono conto di trovarsi di fronte a cose più grandi di loro e che buttano là frasi ad effetto, assurde, per non dir peggio, per forma e contenuto come quella. E bravi amministratori politici del Monte: meno male che ci siete voi, perché a noi, modesti cittadini, la pensata che “il Monte deve crescere” non ci sarebbe venuta in mente mai (troppo geniale!).
Comunque sia, ci hanno lasciato il dubbio a proposito di “chi” e “come”. Il fatto è che quella istigazione è stata sbattuta sulle pagine dei giornali come indirizzata ai lettori, alla pubblica opinione, come se a noi, e non a loro amministratori, facesse carico la responsabilità della mancata crescita della Banca (perché di mancata crescita si tratta, vero signori amministratori? altrimenti a che pro fare quella affermazione?). Anzi peggio: da quando un decennio fa i politici ne hanno preso il totale controllo, il già glorioso Istituto non ha fatto che arretrare (ce ne eravamo accorti da tempo, cari amministratori, oh!, sì che ce ne eravamo accorti!). Eccolo dunque il vero motivo di quella frase.
Erano stati messi a quei posti affinché il Monte continuasse a svilupparsi come aveva sempre fatto per cinque secoli prima di loro. E per questo erano stati profumatamente pagati. Non ne sono stati capaci, ma invece di dimettersi per far posto ad amministratori più abili ed esperti, hanno afferrato il microfono e ci hanno detto “Il Monte deve crescere” con la stessa perentorietà di un sacro comandamento, senza minimamente spiegarci chi e come deve compiere l’impresa. Sconsolante, deprimente, disperante.

SEDERSI SULLA RIPA DEL FIUME
AD ASPETTARE: PRIMA O POI
PASSERA’ IL CADAVERE DEL NEMICO

Eppure sarebbe stato semplice, perché hanno alle spalle 500 anni di esperienze a cui attingere per capire che in economia esiste un solo mezzo non truffaldino per crescere: produrre e fare utili. E questo vale per ogni azienda. Ma loro per insipienza o trasandatezza non hanno saputo guardare al passato (loro ovviamente guardano solo “al futuro”) e la banca invece di crescere è arretrata.
E allora vogliamo spiegarglielo noi come si fa, cominciando proprio dalla chiusura dei bilanci annuali precedenti alla loro ascesa al potere nella Banca. Allora il rendiconto di fine esercizio era soprattutto una defatigante operazione contabile per minimizzare gli utili reali, sempre esorbitanti, per accantonarli in ogni tipo di riserva e fondo. Meno si appariva e meglio era (anche sul piano fiscale). Così anno dopo anno il capitale reale cresceva. Non c’era alcun bisogno di quelle programmazioni e di quei piani industriali, che oggi alla luce della semplice e efficace strategia dell’epoca appaiono solo come una cortina fumogena. Infatti bastava sedersi sul bordo del fiume, come dice l’antico proverbio cinese, ed aspettare che prima o poi l’occasione passasse. Fatto che succedeva regolarmente sotto forma dell’immancabile crisi economica che puntuale arrivava (e arriva ancora) ciclicamente ogni 10 o 20 anni. Era il momento in cui tutti vendevano e i prezzi crollavano. Anche se non avevi programmato gli acquisti ma avevi la liquidità (e il Monte ne aveva sempre più di tutti) eri costretto a comprare (crescere!), e talvolta la costrizione era letterale: era la Banca d’Italia che ti imponeva l’acquisto per incorporazione delle banche che non ce la facevano, così come nella crisi degli anni Trenta era stato Mussolini ad imporre ad un recalcitrante Monte l’acquisto delle due banche fiorentine fallite, poi unificate nella Banca Toscana.

INVECE DI AMMINISTRARE IL MONTE
HANNO BADATO A METTERSI IN
MOSTRA, A FRINIRE COME CICALE.

Non esiste altra strategia che questa per “crescere”: produrre e accumulare gli utili senza disperderli ed aspettare. Fare le formiche e non le cicale. Era vero 500 anni fa e sarà ancora vero almeno per altri 500. Tutto quello che leggiamo sui giornali di settore o nelle cronache economiche dei quotidiani a proposito delle strategie, delle ingegnerie finanziarie, delle opa, della scalate ostili o amiche, dei cavalieri bianchi, degli intrighi che interessano la magistratura, è solo paragonabile, ai fini della reale crescita delle aziende (ma non degli squali della finanza), agli inutili pettegolezzi di certa stampa, come si diceva una volta, per sartine e servette. Le aziende non crescono - e non creano occupazione, anzi la perdono - con i vorticosi giri di valzer del capitale finanziario, ma crescono solo se guadagnano e se accumulano, senza disperderlo, ciò che hanno guadagnato aspettando il momento opportuno per investire. E questo vale sia per il ciabattino che per la grande multinazionale (ma anche per l’economia di una famiglia, per modesta che essa sia).
Nell’ultimo decennio, dopo la privatizzazione, al Monte si è fatto esattamente l’opposto. Gli amministratori hanno badato soprattutto a mettersi in mostra, a frinire come le cicale, a disquisire di grande finanza (e purtroppo talvolta a provarci con esiti disastrosi) invece di amministrare l’azienda, tanto che gli utili si sono pericolosamente assottigliati, se non scomparsi. Ma quel poco, spesso fortunosamente guadagnato e talvolta perfino inventato, lo si è urlato ai quattro venti – il segretario Ds Ceccuzzi, ora onorevole, ingenuamente diceva che la banca guadagna più da privata che da pubblica – e sperperato subito, a vantaggio degli azionisti, Fondazione in testa: centinaia di milioni di euro (migliaia di miliardi di lire) che quest’ultima ha poi distribuiti in iniziative sul cui risultato si è subito steso un velo pietoso. E sì che si trattava di soldi pubblici.
Ecco perché quello slogan “la Banca deve crescere” è banale e demagogico. A meno che non si sia sottinteso ben altro, a meno che non si sia voluto con esso preparare l’opinione pubblica cittadina alla “crescita” finale del Monte: la sua vendita ad una banca più grossa. Perché in tal caso sarà quest’ultima a crescere, mentre il Monte, declassato da predatore a preda, si assottiglierà fino a sparire dall’orizzonte senese. Dopodichè le cicale torneranno a cantar vittoria: “abbiamo fatto crescere il Monte e Siena con esso”. Chissà se allora finalmente i Senesi capiranno e li manderanno tutti a casa per sempre. Ma sarà comunque troppo tardi.

                                                                     Mauro Aurigi