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Egregio Direttore ......

 

 

2.4.2005

Egregio direttore, ricorro alla Sua cortese disponibilità perché temo che ben difficilmente un simile intervento troverebbe ospitalità altrove a Siena.

Premetto subito che sono un convinto assertore della libertà di pensiero e di espressione soprattutto in fatto di satira ed ho in sommo spregio ogni forma di censura, per cui riconosco a tutti e quindi anche ad Annibale, di cui dirò subito, non meno che a me il diritto di dire ciò ci si vuole: tanto perché sia chiaro che non intervengo in difesa di un Ascheri che con Annibale è entrato in polemica e che, come si sa bene, ha titoli e numeri per difendersi da solo.

    Fino ad oggi ero convinto che, considerando forse a torto il "Settimanale" un foglio schierato, il suo corsivista Annibale scrivesse quello che di solito scrive perché “sotto padrone” ossia perché condizionato da un patto più o meno simile a un rapporto di lavoro. Non si adonti l’Annibale: chi scrive è un esperto in proposito in quanto ha vissuto “sotto padrone” 42 anni della sua vita: troppo spesso mi sono trovato in disaccordo con ciò che ero costretto a fare (quando però il disaccordo ha superato un certo limite – si legga: la privatizzazione del Monte dei Paschi – per motivi di dignità personale me ne sono andato con 5 anni d’anticipo).

Era così, insomma, che giustificavo gli interventi unidirezionali del Nostro, ossia tesi a punzecchiare, mi pare (mi aiuti Annibale, perché vado a memoria e sono anche un lettore distratto soprattutto in fatto di satira, come dire?, leggera), soprattutto i singoli piuttosto che le istituzioni, gli eretici (storicamente sempre pochi e isolati) piuttosto che gli allineati, i deboli piuttosto che i forti: caratteristiche queste, come si saprà bene, tipiche della satira di regime, mentre quelle di un sistema libero sono esattamente il contrario.

Ma il 9 marzo Annibale, sentitosi a sua volta punzecchiato dall’Ascheri in tema di dipendenza politica, ha scritto testualmente e perentoriamente: “Io scrivo quello che mi pare, come mi pare”. Così ho capito che quella di Annibale è una scelta libera e che quello che dice non è condizionato da niente altro che da sue personali convinzioni. Bene, allora ho sentito il dovere di prendere carta e penna per fare notare, pur continuando a pensare che il corsivista del “Settimanale” abbia il diritto di scrivere ciò che vuole, che quella di correre in soccorso del vincitore non è la più nobile delle virtù, che anzi mettersi dalla parte del più forte per fustigare sempre ed esclusivamente il più debole è un fatto unanimemente considerato ignobile. Voglio dire che in un paese civile aiutare il forte e nerboruto, magari armato fino ai denti, a bastonare il debole e inerme è considerata una delle azioni più spregevoli che si possa commettere (personalmente, ma non sono il solo, così valuto l’odierno rapporto USA-Italia-Iraq). Insomma in un consesso civile non succede mai che un giornale, ancorché schierato, censuri e, meno che mai, derida un semplice cittadino per le sue prese di posizione contro il potere, tranne che in tre casi: sotto il fascismo, il socialismo reale e la mafia (ho cognizione della cosa per motivi familiari e personali).

Ovviamente se viviamo in un regime, ossia dove sono i governanti a controllare i governati e non viceversa (sappiamo tutti bene che un regime ciò lo fa con tutti gli strumenti possibili: non ci sono solo le intercettazioni telefoniche, c’è anche la gogna mediatica, pratica assai diffusa a Siena), non posso darne la colpa a Annibale. Devo però dire che mi sorprende sempre – forse sono un ingenuo – la superficialità con cui, non solo a Siena e non solo oggi, molti giornalisti, resi tetragoni al senso del pudore da una irresistibile “libido servendi”, consegnano alla storia, tramite la stampa, la traccia indelebile del loro non nobile passaggio attraverso la cronaca. Spero per lui che questo non sia il caso di Annibale.

Resistendo infine alla tentazione di firmarmi Scipione, cosa altrettanto arrogante che il firmarsi Annibale (ritengo sleale poter parlare dei difetti e fisime altrui senza che le “vittime” possano fare altrettanto), mi firmo con nome e cognome.

PS. Pare che con Annibale non sia d’accordo neanche sul concetto di Contrada: per quanto mi sforzi non riesco a vedere gastronomia e discoteche, e il conseguente casino, come attività contradaiole.

Mauro Aurigi