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1995-2005: dalla privatizzazione alla privazione

Dieci anni di passione travolgente dei Ds per Siena (e il Monte dei Paschi)

 

4.2.2005

Il segretario ds Ceccuzzi, appena due o tre giorni dopo essere andato a Roma insieme a Cenni, Ceccherini e Mussari per cedere la nostra Banca ai Romani ed alla Bnl, se n’è uscito con questa memorabile dichiarazione alla stampa: “Chi ci legge sa quali siano sempre state le posizioni e le battaglie dei Ds senesi (per il Monte, nda), sempre al fianco della città …”. Sarà bene allora che vengano ricordate, a lui e a chi lo ascolta, com’è che in questi ultimi 10 anni di vicende bancarie i Ds siano stati “al fianco della città”.

Tutti si ricordano che fino al 1995 avevano giurato in decine di occasioni pubbliche - e il loro sindaco Piccini finirà per questo su tutta la grande stampa nazionale e internazionale - che mai avrebbero consentito la privatizzazione del Monte perché dannosa per la Banca e la Città. A metà 1995, infatti, si rimangiarono tutto ed affermarono esattamente il contrario: la privatizzazione avrebbe fatto un gran bene alla Monte e a Siena (ho preciso il ricordo di Piccini che in piena estate andava dicendo, nelle assemblee di popolo: “E’ solo con le azioni in mano che la città dimostra di essere proprietaria della banca!”). Ma il popolo era contrario e loro lo sapevano, così, per amore della città (e della democrazia), furono capaci di rifiutare ben tre referendum popolari. Ricordo il presidente della provincia Starnini, altro analista finanziario della levatura del Ceccuzzi, che pronosticò una ben triste fine per il Monte se non si privatizzava (infatti s’è visto com’è andata: dopo la privatizzazione e per la prima volta nella sua gloriosa storia, i bilanci del Monte sono un colabrodo). Per tenerci buoni fecero allora un nuovo giuramento: società per azioni, sì, ma mai sarebbe stata venduta una sola azione. Intanto, sempre per sentirsi “a fianco della città”, tra i 12 del Cda della Spa misero ben un paio di senesi e tra gli 8 della deputazione della Fondazione neanche uno.

 

COL 10% DEL CAPITALE I PRIVATI HANNO IL CONTROLLO DEL MONTE

 

Non passarono due anni che i Ds cominciarono a dire che per controllare una spa bastava la proprietà del 51% delle azioni: mai, giurarono di nuovo, si sarebbe arrivati a tanto, ma qualcosa si può anche vendere. E cominciarono ad arrivare i privati. Non la borghesia illuminata della finanza raffinata e civile (alla Cuccia, per intenderci), ma gente della levatura di Caltagirone e Gnutti, vicini alla CdL, gente nata con la camicia a cui, per puro accidentale caso, capitò di comprare le azioni al loro minimo storico: meno della metà del prezzo di emissione. Dopo successe anche di peggio: Gorgoni, Semeraro e De Bustis, vicini a An, furono ancora più fortunati: le azioni, per 2600 miliardi, addirittura gliele regalarono. Un bel modo, no?, di “stare al fianco della città”.

Quando poi - ed è ormai storia dell’altro ieri - quei privati foresti sommarono circa il 10% del capitale del Monte, i Ds, sempre per quella smodata passione che provano per Siena, riservarono loro ben il 50% del Cda, nel frattempo portato a 16 componenti (di Senesi non ce n’e quasi più l’ombra). Quei privati, insomma, non solo hanno pagato poco o niente il 10% delle azioni, ma si vedono assicurato, questa volta assolutamente gratis et amore dei, il controllo sostanziale della Banca. E ne approfittano smodatamente come leggiamo proprio in questi giorni sulla stampa. Per capire l’assurdità dell’operazione basti riflettere che la Fondazione, socio maggioritario, invece dei 13 o 14 consiglieri che le spettavano, si è accontentata solo di 8, ossia quanti ne hanno avuti i privati che invece potevano aspirare a 2 o 3 nomine al massimo. Voglio dire che oggi nelle casse della Fondazione, e quindi della Città, mancano almeno 2000 miliardi delle vecchie lire: tanto immagino dovrebbe pagare chi, avendo acquisito solo il 10% delle azioni volesse acquisire anche il controllo di una grande banca come il Monte (così si fa nel mondo civile). A cosa si debba tanta generosità verso quelli che per una vita sono stati “i nemici di classe”, non è ancora dato di sapere. Che sia un modo originale di “stare a fianco della città”?

Nel frattempo, ed è storia di ieri, i notabili Ds cominciano a dire in giro che non c’è bisogno del 51% delle azioni per controllare un’azienda (gli Agnelli lo fanno col 19% ), e così tra vendite e congelamenti di azioni ordinarie e straordinarie, siamo scesi al 49%, mentre un programma già iniziato di emissioni di obbligazioni per alcune migliaia di miliardi da rimborsare alla scadenza mediante trasformazione in azioni, ha cominciato ad erodere pesantemente anche quel 49% (e ti pare che potessero lasciarsi scappare questa ulteriore occasione di “stare al fianco della città”?). Per inciso: nessuno è venuto a spiegarci perché la banca, quando andava male perché pubblica, non ha mai avuto bisogno neanche di una lira dal mercato e faceva i migliori bilanci d’Italia e perché, ora che è privata e non era mai andata così bene (parola del Ceccuzzi fino a ieri: oggi parla di “gracilità”), i suoi bilanci fanno acqua da tutte le parti e si deve ricorrere alla questua.

 

IL MONTE E SIENA NELLE BRACCIA DI ROMA LADRONA

 

Così, di passione in passione, di giuramento in giuramento, siamo arrivati all’oggi quando, dopo tante incertezze (apparenti), finalmente il Ceccuzzi trionfante può annunciare che l’affare Bnl si farà. Secondo lui infatti il Monte, dopo la cura della privatizzazione che doveva irrobustirlo, è diventato, chissà perché, gracilino, e allora come terapia ricostituente lo si svena di qualche migliaio di miliardi per dare il sangue ad un concorrente: roba da rimpiangere quel genio finanziario delle Querciolaie che era lo Starnini. Sarà questa l’ultima grande prova d’amore verso la città, un atto che non ha precedenti nella sua lunga storia: un atto d’amore davvero “definitivo”. Ma state attenti, ci dice il Ceccuzzi smentendo il giorno dopo quanto dichiarato il giorno prima, non si tratta di fusione, per l’amor del cielo, ci mancherebbe altro.

In realtà succederà quello che già tutti sappiamo: una volta entrati nella tana del lupo (perché questo rappresenta la tentacolare Roma, ladrona da 2500 anni, rispetto al nostro natio borgo selvaggio), una volta indebolito il Monte e indebolita anche la quota azionaria in mano alla Fondazione, chi potrà più resistere, chi offrirà il petto al piombo del Caltagirone, grande azionista privato delle due banche, del governatore della Bankit Fazio, dei Ds romani (D’Alema e Bassanini in testa) che già hanno deciso tutti quanti insieme (e non ne fanno mistero), che la fusione si farà e si farà a Roma e non a Siena? Il Ceccuzzi? Ma non fatemi ridere. D’altra parte chi ha voglia di resistere? Una volta contrattato con Roma il proprio personale futuro politico (e lo fanno a nostre spese), chi glielo fa fare ai Ds senesi di resistere, resistere, resistere? Ricordatevela tra un paio d’anni, o lettori, questa solenne dichiarazione che Ceccuzzi ha fatto nella sua smentita: “non si parla di integrazione tra Mps e Bnl” (sic!). Ricordatevelo questo ennesimo giuramento dei Ds, quando entro un paio d’anni al solito lo violeranno, il Monte sarà assorbito dalla Bnl e l’orgogliosa Siena, rimasta per mille anni una capitale, piccola quanto si vuole ma sempre una capitale, alla fine sarà solo un paesone umiliato. Perché lo violeranno ancora una volta quel giuramento, eccome se lo violeranno: loro vogliono troppo bene a questa Città.

PS: in tutto ciò non emerge un ruolo dell’opposizione per il semplice fatto che un ruolo l’opposizione non l’ha avuto né voluto; anzi: si è solo lamentata perché questa operazione non si sviluppava abbastanza velocemente.

Mauro Aurigi