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23.11.2005

 

Bestialità

Io non sono convinto che la questione Bnl sia da considerarsi archiviata. Sospetto che certi recenti rifiuti siano meramente opportunistici, perché in prossimità delle elezioni comunali non è salutare insistere per affari che l’opinione pubblica senese ritiene sbagliati. Temo infatti che, se la sinistra dovesse vincere le politiche, rispunterebbe la passione dei Ds romani per un Monte fuso a Roma con Bnl e Unipol in un mostruoso gruppo finanziario di cui assumere il controllo, temo (ricordiamoci gli interventi recriminatori di Fassino e D’Alema, per tacere quelli di personaggi minori, dopo il mancato “affare”)  
Per cui bisognerà aspettare il dopo elezioni per capire se era sincero Stefano Bellaveglia, v.presidente del Monte dei Paschi, quando un paio di mesi fa ha dichiarato alla stampa: “[Dalla Bnl] è stato meglio esserne restati fuori: per il Monte non era conveniente”, non senza avere però prima confermato il mantenimento con l’Unipol di “un quadro sempre unitario di rapporti positivi”.  Lo stesso vale per Giuseppe Mussari, presidente della Fondazione, che a Rimini, nel corso della festa di Comunione e Liberazione, ha dichiarato allo stesso proposito di non avere "una posizione perché non ho un interesse". Probabilmente si tratta solo di “bestialità”, tanto per parafrasare Domenico Moccia che ha infatti definito l’Unipol, nella sua scalata alla Bnl, come “belva dagli appetiti selvaggi”. E Moccia, in questo caso, è personaggio al di sopra di ogni sospetto essendo segretario nazionale della Cgil-bancari e, a quanto sosteneva il Corriere della Sera del 14 agosto, in sintonia col segretario generale Epifani.
Perché “bestialità”? Eccolo spiegato.
Il Monte con quasi il 30% è ancora il maggior azionista della Finsoe (il resto è in mano a una ventina di cooperative) che a sua volta controlla l’Unipol. Gnutti, uno dei due v.presidenti del Monte e tra i suoi maggiori azionisti privati, possiede il 5% della stessa Finsoe tramite la sua finanziaria Hopa che possiede a sua volta quasi il 5% della Bnl e di cui l’altro v.presidente del Monte, Bellaveglia, è v.presidente perché il Monte possiede il 10% di Hopa. Gnutti, già condannato per illeciti economici e sotto giudizio per altri, è anche coinvolto - sempre con la sua Hopa di cui, ripeto, il Monte è socio rilevante e Bellaveglia v.presidente - in quella scalata all’Antonveneta che la magistratura sospetta essere equivoca. Il Monte (possedeva anche circa il 5% della Bnl e il suo presidente Fabrizi era anche v.presidente di quest’ultima) è dunque invischiato strettamente in questo grottesco gioco di monopoli che nulla ha a che fare con sviluppo e occupazione e molto invece con la speculazione parassitaria. Dichiarare quindi, come fanno Bellaveglia e Mussari, che la Rocca “resta fuori” dalla scalata dell’Unipol alla Bnl e magari anche da quella all’Antonveneta, è “bestiale”.
Inoltre Bellaveglia e Mussari sanno da sempre, anche prima che il Monte tre anni fa acquisisse quell’importante partecipazione nella Bnl, che il matrimonio tra le due banche è una fissa dei potentati ds della capitale (da cui “democraticamente” ogni futura carriera dei due dipende), nonché della Bankit. In tutti questi anni non solo non si sono mai espressi contro il progetto, ma la stampa ha avuto più occasioni di riportare il loro parere favorevole o non troppo sfavorevole. Disapprovare ora e solo ora significa fare come la volpe che, rinunciando all’irraggiungibile uva, mentì a se stessa consolandosi con un “tanto è acerba”: un atteggiamento dunque ancora una volta “bestiale”, ancorché probabilmente volpino (sapremo la verità solo dopo le elezioni del 2006).
Per finire: ci sono voluti oltre cinque secoli di feconda esperienza del Monte, tutti improntati ai sani principi dell’ “essere piuttosto che sembrare”, dell’ “avere piuttosto che dare a intendere di avere” (o comunque del “Monte che sulla stampa non ci doveva andare né nel bene né nel male”), per costruire quella che fino al 1995, anno della sua privatizzazione, era considerata una delle banche in assoluto tra le più solide d’Europa. A Mussari e Bellaveglia si possono, anzi si devono perdonare molte cose, poiché poco o nulla hanno del banchiere, almeno del banchiere “etico” di una volta, di quelli insomma dei tempi del buon governo del Monte e della sua incredibile, sostanziosa e silenziosa crescita (i banchieri di allora non parlavano mai lasciando che i fatti, ossia gli eloquentissimi bilanci, parlassero da soli, mentre quelli di oggi si sgolano per spiegarci quanto bene vadano le cose: “excusatio non petita …). Ma non si può loro perdonare che, mancandogli ogni cultura e esperienza in merito, a quei vecchi signori del Monte non abbiano fatto neanche lo sforzo almeno di assomigliare. Sbagliare è un conto, ma perseverare, più che bestiale è diabolico. E nell’attualità non vedo niente di più bestiale e diabolico che il portare il Monte, di diritto o di fatto, a Roma. Intanto la Città dorme sogni beati.
    Ovviamente quanto sopra vale non solo per Mussari e Bellaveglia, ma anche per tutti i loro colleghi di partito nella Deputazione e del Cda: i due spero che vorranno scusarmi se ho preso proprio loro a parametro del tutto.

Mauro Aurigi