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Siena, il Monte e la Citigroup

Risposta a Martino Bardotti

 

17.10.2004

Aborro la cultura del pensiero unico. Sono un convinto assertore deibenefici effetti della discussione e del confronto, anche quando i toni sono alti (e purtroppo a me, lo riconosco, capita spesso di alzarli): meglio una discussione anche aspra, piuttosto che il silenzio, remissivo o altezzoso che sia. Martino Bardotti non me ne vorrà dunque se, accogliendo il suo invito al confronto, esprimo il mio deciso dissenso su due aspetti del suo intervento su “Il Cittadino” del 16 ottobre, pur concordando sulla questione di fondo (crisi del Monte dei Paschi).

Prima di tutto non sono assolutamente d’accordo con la sua dichiarazione che “Siena e il suo territorio devono tutto o quasi” al Monte. E’ vero invece il contrario: è il Monte che deve tutto (non quasi tutto) a Siena o, meglio, ai Senesi. Mi è difficile credere che Bardotti non conosca, ancorché per massimi capi, la storia antica e recente della Banca e non sappia come in realtà stiano le cose. Non mi resta quindi che pensare alla tipica distorsione professionale che discende dalla cultura politica italiana, di cui Bardotti è stato ed è ancora (immagino) un esponente, cultura tra le più arretrate e feudali dell’Occidente e – la si rigiri come si vuole – causa unica di ogni guaio di questo Paese: quella di far cadere letteralmente le cose dall’alto, dal potere, insomma dal principe (se non dalla divina provvidenza). Il popolo è piuttosto visto come plebe china a supplicare o a ringraziare e si fa il possibile perché ciò accada o si perpetui (si pensi a come le Contrade, quelle che berciano “un s’ha padroni”, si genuflettono riconoscenti e volentieri davanti a un Mussari che ci ridà i nostri soldi). Sarebbero guai per i signori del potere se quel popolo alzasse la testa, come accade o è accaduto nei paesi più evoluti. Sarebbero guai se i Senesi si rendessero conto che di quello che hanno non devono ringraziare nessuno, ma proprio nessuno, né un principe, un re, un papa, un politico, un capitano d’industria o avvoltoi venuti giù con la piena. E neanche D’Alema o Berlusconi.

 

L’altra cosa su cui dissento è il plauso che Bardotti rivolge al gruppo dirigente del Monte perché finalmente “allo scopo di saggiare le proprie forze, con il supporto di qualificati analisti esterni, aveva incaricato la Citigroup di esaminare le prospettive di mercato”. Subito dopo segue l’apprezzamento per il direttore generale Tonini per aver detto “noi per primi vogliamo capire se [il mercato] offre prospettive o meno e come indirizzarci”.

Amministratori super pagati che si atteggiano a banchieri consumati e che poi, per “saggiare le proprie forze”, devono rivolgersi a “qualificati analisti esterni” dovrebbero essere sommersi dalle risate, altro che dagli applausi. Ancora peggio per quanto riguarda le “prospettive di mercato”. E’ vero,bisogna essere specialisti (per cui non ne faccio una colpa al Bardotti) per capire che una banca ha come esigenza fondamentale della sua esistenza, e della sua stessa sopravvivenza, la conoscenza del mercato in cui opera. Ma come si fa a credere che una banca fortemente radicata nel Paese come il Monte e con un’esperienza plurisecolare come nessun’altra, debba ricorrere, per capire il suo proprio stato e lo stato del mercato in cui opera, ad un’organizzazione d’oltre oceano come la Citigroup, che per quanto utilizzi esperti italiani, mai potrà avere la consapevolezza che il Monte ha di se stesso e dello scenario economico-finanziario italiano?

Allora di cosa cianciano questi signori? Delle due cose l’una: sono in buona fede quando dichiarano di non sapere letteralmente quali pesci pigliare, ed allora bisogna mandarli a casa subito, se non è già troppo tardi; oppure sono in malafede, nel senso che per loro poco misteriose esigenze hanno bisogno di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica (da qui lo sbandierato ricorso a mirabolanti quanto superflue se non dannose collaborazioni esterne, senza il minimo scrupolo per il loro stratosferico costo), ed allora bisogna mandarli a casa ancora più velocemente.

Mauro Aurigi