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Replica alla strigliata de “la Repubblica

Roma non puo’ fare prediche a Siena

Pensi ai suoi guai (invece che ai nostri) e soprattutto non pensi ai soldi del Monte dei Paschi per sistemarli.

 

 

20 marzo 2005

Sembra un “digià visto”. Si ricorderà che a metà degli anni ’90 fu ordita da tutti i giornali nazionali e locali, complici politici famosi e sedicenti luminari d’economia, una campagna nazionale contro Siena, bollata di oscurantismo medievale (sic!) perché si opponeva alla privatizzazione del Monte dei Paschi. Oggi sta ripetendosi la stesso fenomeno per i timidi tentativi di resistenza che qua e là emergono contro la minaccia di una fusione tra la nostra banca e la romana BNL. Particolarmente virulenta “Repubblica” che nell’inserto Affari e Finanza del 21 febbraio, sotto il titolo “Montepaschi, troppe ‘contrade’ in campo”, spende ben due pagine per illustrare i rischi che la nostra banca correrebbe a causa del suo immobilismo e per spiegare che il Monte ha dei problemi e che la cura, come si legge tra le righe, non può che essere l’abbraccio con la banca romana. E’ un’affermazione di una rozzezza, di una disinvoltura inaccettabile. Non è il Monte che ha è dei problemi, ma la BNL! E’ la BNL che si trova in stato di bisogno e vuole i soldi del Monte! Come può un giornale serio capovolgere con tanta disinvoltura la verità?

La Repubblica parte subito col piede sbagliato perché fa dipendere tutto il resto da questa apodittica osservazione: “Siena è uno dei posti al mondo più refrattari ai cambiamenti”.

Diffido sempre di chi sale in cattedra per fare la predica agli altri (di solito sono i suoi interessi che difende), ma in questo caso la cosa è scopertamente paradossale. Abbiamo un livello di qualità della vita in assoluto tra i più alti d’Italia (molto più di Roma). Nessuna città d’Italia e probabilmente d’Europa può vantare, come Siena, di non dovere a nessuno tutto quello che ha, né a principi, re, papi o imperatori e neanche a partiti (checché ne pensi il Pci-Ds). E non si tratta di poco: un gruppo bancario (fondato nel 1472) che oggi con quasi 2000 filiali e 28.000 dipendenti è tra i primi cinque d’Italia, un’Università che ha quasi 800 anni con 24.000 studenti (su 50.000 abitanti!), un Ospedale fondato forse prima del Mille che è il più grande della Toscana, e un turismo perfino eccessivo richiamato dall’arte senese medioevo-rinascimentale. Ancora in epoca granducale la Città cominciò a farsi da sola le ferrovie che la collegano a Empoli (e quindi Firenze), alla Maremma (e quindi Grosseto) e a Chiusi (e quindi Roma). Contemporaneamente allora si costruiva da sola le locomotive che è come se oggi costruissimo lo Shuttle. All’inizio del ‘900, sempre da sola, ossia con propri mezzi finanziari e tecnici (senza appalti e senza finanziamenti statali) si fece un’opera colossale come l’acquedotto dal Monte Amiata e alla fine del ‘900 è stata la prima città d’Italia a cablarsi (senza chiedere un soldo a nessuno)

E’ da tutto ciò che dipende l’alto livello della qualità della vita di cui sopra e di tutto ciò non dobbiamo ringraziare nessuno se non la storica, corale e anonima capacità dei Senesi di fare tutto da soli. Altro che incapacità di cambiare! Ci vuole un bel coraggio a farci proprio da Roma, da secoli summa di ogni vizio italiano, una simile strigliata.

Quanto al Monte dei Paschi basterebbe osservare che nessuno al mondo ha i titoli per insegnare ai Senesi come si fa la banca: facile fare una banca a New York o a Francoforte, oppure a Torino o Milano, ma chi altri è stato capace di fare lo stesso in un piccolissimo centro terziario come Siena, affondata nel sud agricolo della Toscana? E meno che mai ne avevano i titoli Visco, Dini, Ciampi, Amato, Bassanini, Fazio, D’Alema o “Repubblica”. Eppure l’hanno fatto e lo fanno con grande arroganza proprio dalla città più grande e importante d’Italia che non ha saputo far funzionare una sola banca, non la Banca romana di Sconto, non il Banco di Roma, non la Banca dell’Agricoltura, non la Banca del Lavoro. Come se non sapessimo tutti cosa succede quando un’impresa, invece che essere diretta dal proprietario che ci ha messo a rischio i propri soldi, è diretta dal potere politico o dal potere para-politico dei baroni universitari che, comunque vada, non rischiano nulla.

Da “Repubblica” mi sarei aspettato che perorasse la causa di un Monte libero di dirigersi da solo (non è stato privatizzato per questo?), come esso ha fatto e con successo per oltre mezzo millennio (da banca pubblica!), prestando forse orecchio alle “contrade”, ma certamente non ai soloni della politica e dell’economia, perché mai come in questo caso è stato più calzante il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre” (come Siena ha largamente dimostrato nel corso di mille lunghi anni) ed ancora di più quello che dice: “chi sa fa e chi non sa insegna”.

Mauro Aurigi