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Mauro Aurigi ricorda Marco Roghi

Marco, amico mio …

 

18.7.2004

Una notte d’estate del 1986 a Bari, cappellacio da buttero in testa, abbigliamento al solito un po’ ciondolante, stivali e pantaloni di pelle, Marco Roghi entra a piedi nel grande rettangolo illuminato. Lo segue passo passo, completamente sellato ma libero, Trovatore stallone murgese di tre anni e sei quintali, dalla lucida livrea nera che splende sotto i riflettori. Il brusio della fiera cessa di colpo. Marco ferma il suo passo dinoccolato e un po’ strascicato in mezzo all’arena e Trovatore va a sbattergli leggermente le froge tra le scapole. Marco si gira, tocca la groppa del cavallo che si accoscia a terra, e quindi, raccolte le redini, monta. Trovatore si alza e seguono 20 minuti di virtuosismi da scuola, tra gli applausi della gente. Io ero rimasto a bocca aperta per la sorpresa. Era il primo esemplare di una razza bellissima ma allevata solo per la carne, sottratto al macello ed esibito in una manifestazione ufficiale.

Mi ero incontrato con Marco la prima volta in un ristorante di Siena nel 1979. Abitavo a Firenze allora, e avevo un problema: salvare dal coltellaccio dello squartatore e dall’inevitabile estinzione l’unica razza italiana sopravvissuta in purezza. Un amico mi aveva detto che Marco era quello che faceva al caso mio. Ci intendemmo subito. “E si fa, eh” disse disinvolto e laconico, disinteressatamente. Questo era Marco.

Andammo insieme a Martina Franca in Puglia a vedere. Sei mesi dopo cominciai l’allevamento brado in un bosco del Chianti accidentato come pochi altri. Me ne capitarono di tutte: puledri nati a 12° sotto zero in mezzo alla neve e raccolti mezzo assiderati, la fattrice rimasta tre giorni in fondo a un burrone, l’altra trovata con un profondo squarcio nella coscia, un’altra ancora che va a infilarsi un pezzo di ferro nello zoccolo e lo stallone che, ferendosi, sfonda il recinto, lascia le sue giumente e s’imbranca per una settimana, prima di ritrovarlo, con tre cavalle girovaghe arrivate chissà da dove. Marco c’era sempre. Non so come facesse ad accontentare tutti, ma lo faceva. Mi ricordo come mi si allargasse il cuore quando, accanto ad un animale accasciato in un bosco sperduto, magari di notte, magari sotto la neve, vedevo apparire i fari del suo fuoristrada. Questo era Marco.

Quando arrivò direttamente dalla Murgia Trovatore, puledro selvaggio di trenta mesi, mi disse: “Questo te lo domo io, me lo porto a Follonica”. Dopo un mese erano già un binomio inscindibile e famoso, presenti in tutte le occasioni tra Massa e il mare fino a Grosseto. Al terzo mese fu la volta della dura performance Follonica-Siena dove i due furono quelli che arrivarono in migliori condizioni. Fu allora che gli dissi: “Stai sulle spese con quel cavallo, ridammelo che da me sta brado e non mi costa niente”. “No, mi rispose, tra tre mesi c’è Hyppos a Bari, si va tutti laggiù e gli si fa vedé che è un murgese se passa di Maremma”. Ero un po’ preoccupato, mi sembrava un po’ una spacconata esibire uno maschio intero di tre anni con solo sei mesi di addestramento. Anche a Bari ci volle del bello e del buono per convincere l’organizzazione a inserire Trovatore nello spettacolo serale. Ma siete sicuri?, ci dicevano, un murgese in equitazione di scuola non si è mai visto. Marco l’aveva tenuto nascosto anche a me cosa era riuscito a fare in quei sei mesi. Ti volevo fare una sorpresa, mi disse dopo, un premio per come ti sei battuto per questa razza. Se aveva voluto sorprendermi c’era riuscito.

Questo era Marco. E’ anche merito suo se oggi, dopo poco più di vent’anni la razza non corre più il rischio dell’estinzione, anzi è tra le più apprezzate in Italia, e se Quillo, un discendente di Trovatore, probabilmente unico cavallo italiano assurto in Europa a tanto onore, è nel maneggio reale di Stoccolma.

Questo era Marco. Non ho mai conosciuto un uomo di cavalli completo come lui. Era allevatore, domatore, addestratore, cavaliere raffinato, cavaliere sportivo. Ed anche maniscalco. Ed anche veterinario, grande veterinario. Ma soprattutto era un uomo, ed un uomo di tempra speciale, di quelli che si sono fatti da soli. Franco, diretto, esplicito e spesso duro e spietato nei giudizi. Ma quante volte ho dovuto ringraziare, dopo, quella spietatezza che pure mi mandava in bestia.

Aveva cominciato presto, ancora adolescente, a lavorare negli allevamenti maremmani insieme ai butteri, per passione ed anche per bisogno. Ne ha fatta di gavetta prima di arrivare. Aveva una volontà grintosa fuori misura (come altrimenti avrebbe potuto resistere così a lungo e così bene nel mondo pieno di agguati e imboscate del Palio?). Arrivò fino alla laurea e poi alla notorietà, ambedue guadagnate sul campo. E non è un modo di dire, perché prima di mettere su la clinica a Follonica, ne aveva una ambulante, rimorchiata dal fuoristrada: operava sul posto, nel padule o nella macchia, a cielo aperto.

Questo era Marco. E invece no, invece era molto di più, era uno dal cuore grande, era schietto nell’amicizia, era un conversatore brillante, d’una simpatia naturale, spontanea tutta toscana, anzi maremmana, anzi da maremmanaccio. Cantava anche, era stato un maggiaiolo appassionato e ne aveva nostalgia. Oh sì, come mi accorgo ora che mi mancheranno le serate di tanti anni fa, intorno a un fiasco di vino e pane e buristo, qualche volta al lume di candela, qualche altra intorno al fuoco o davanti a un caminetto. Perché da tempo gli incontri si erano ormai diradati, un’allergia mi aveva fatto rinunciare ai cavalli, mentre lui era sempre più impegnato col Comune nel Palio. E sì che abitiamo a un tiro di schioppo, lui nel Comune di Monteriggioni, io in quello di Siena.

Lo sai Marco?, il primo insensato pensiero che mi è venuto in mente, quando una locandina di giornale intravista dal finestrino dell’auto mi ha squarciato brutalmente il cervello, è stato: “Da quanto tempo non ci siamo più visti? cinque mesi, sei, un anno?”. Insieme a Anna mi sono precipitato al Mandorlo, ma le urla strazianti di Elena e Marina arrivavano fino a fuori: non ce l’abbiamo fatta, vigliaccamente siamo tornati indietro. Ho preferito aspettarti il giorno dopo al Laterino. Che brutto modo quello di incontrarci di nuovo. Questa proprio non ce la dovevi fare. Hai fatto piangere un sacco di gente, Marco. Sono vecchio, Marco, e ne ho visti di funerali, ma mai ho visto così tanti piangere così tanto, uomini e donne indiscriminatamente. Hai lasciato un grosso vuoto, Marco. Il mondo in cui ti muovevi non sarà mai più lo stesso senza di te. Ciao, Marco, amico mio ….

Mauro Aurigi