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Lettera aperta a Sergio Bindi, già segretario della Camera del Lavoro, assessore comunale e vicesindaco

 

Caro Sergio, non siete più una sinistra

(se mai lo siete stati)

 

1.8.2004

Caro Sergio,

tu non hai idea di quanto ti stimi. Ora più di prima, visto che razza di “compagni” è arrivata al potere dopo la tua generazione. Mi è successo anche con i democristiani d’antan, che pure detestavo cordialmente ma che ho cominciato ad apprezzare dopo aver conosciuto i loro successori (quanta ragione aveva il Giusti col suo re Travicello!).

Per questo ho conservato la tua notevolissima lettera aperta al segretario provinciale Ceccuzzi, pubblicata dal Cittadino il 15 gennaio scorso, rimanendo fino ad oggi indeciso se risponderti, magari privatamente: nessuno dei “compagni” di oggi (scusa se insisto nella virgolettatura) avrebbe il tuo coraggio, la tua chiarezza, la tua schiettezza. Oggi è piuttosto la piaggeria, il conformismo, se non il servilismo, che caratterizzano i rapporti interni al tuo partito (e in tutta franchezza non so come fai a resistere).

Ciononostante devo dirti che il concetto della gestione del potere che ti è rimasto è incongruo, è incoerente come è sempre stato quello del Pci dal dopoguerra in poi. Vedi, io penso di avere su di te un vantaggio. Il mio bisnonno si spretò quando ancora la Toscana era lorenese (ti puoi immaginare che tanghero fosse), fu cacciato di casa e lasciato in miseria. Eppure, immagino grazie all’Italia liberale ed anticlericale del dopo 1860, riuscì a mettere su famiglia. Suo figlio - mio nonno - fu anarchico e poi operaio socialista delle fornaci (ma mai abbandonò il fiocco nero degli anarchici) ed infine uno dei fondatori della federazione socialista senese alla fine dell’800. In fabbrica i compagni lo chiamavano l’avvocato perché sapeva leggere e scrivere, ma non aveva fatto un solo giorno di scuola (non chiedermi come avesse fatto perché la memoria familiare non lo dice: forse fu il padre). Da gente così non potevano che discendere individui anticonformisti, irrequieti e comunque esagerati. Nove figlioli ebbe mio nonno, tutti o quasi tutti operai socialmente impegnati, antifascisti, perseguitati e picchiati ripetutamente (infatti dopo il passaggio del fronte erano già tutti comunisti). Il vantaggio di cui dicevo è questo: grazie a questa storia familiare io so di prima mano cosa intendessero quei compagni delle origini per lotta politica, per lotta allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Piuttosto che leggi migliori per i più sfortunati, la previdenza e lo stato assistenziale (per questo poteva bastare anche la destra: l’impianto della protezione del lavoro, infanzia, maternità ecc. è ancora oggi quello mussoliniano), essi propugnavano l’emancipazione del popolo, la sua trasformazione - del popolo non dei suoi capi - in classe dirigente. E loro chiamavano tutto ciò Ideale, con la maiuscola.

Riusciranno dove fallì Mussolini: portare il Monte a Roma

Da ciò discende la distinzione tra destra e sinistra che oggi conosciamo (allora forse non ne erano del tutto consapevoli). A destra sta il dispotismo, il governo di uno o di pochi, il centralismo statale, la volontà che scende dall’alto, i governati controllati dai governanti, il governo forte con i deboli debole con i forti, il consenso (mai neanche lontanamente nelle democrazie il consenso verso i governanti raggiunge i livelli tipici delle dittature), la sfiducia verso l’autogoverno popolare e quindi il convincimento che solo il potere saldamente nelle mani di pochi (o di uno solo) possa garantire la serena esistenza del popolo: il sud del mondo insomma; a sinistra invece sta la repubblica, la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i governanti controllati dai governati, il governo forte coi forti e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti), la partecipazione invece del consenso, l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi: l’Occidente più avanzato insomma. Credo che non esista altra griglia di interpretazione dei concetti attuali di destra e sinistra (anche se ciò significa che molti che in Italia si definiscono di destra siano in realtà di sinistra e viceversa). Immagino che tu la condivida, almeno sul piano teorico, visto che molti di questi motivi riecheggiano nella critica che fai a quella “classe dirigente” senese del tuo partito, che è un’autentica oligarchia intenta solo, come le oligarchie della peggior specie, a spartirsi il potere (ed anche l’argenteria). Ed allora dove collocheresti questa classe dirigente? Io non ho dubbi: a destra (ha già venduto un bene pubblico come l’acqua ai privati, gli cederà anche le strade e riuscirà là dove persino Mussolini aveva fallito: portare il Monte dei Paschi a Roma). D’istinto mi viene fatto di pensare che anche tu non dovresti avere dubbi a tale proposito. E invece no, perché dalla tua lettera emerge chiara la visione di una società retta da una “classe dirigente”, ossia che comanda a tutti gli altri, ancorché con le orecchie ben tese, come vorresti, ad ascoltare con “spirito di servizio” le istanze che salgono dal basso: i termini “classe dirigente” e “spirito di servizio” ricorrono più volte nel tuo intervento. Mi hai fatto ricordare quando, tanti anni fa (ai tempi del “maoismo”), un’enorme scritta rossa “SERVIRE IL POPOLO”, visibile da centinaia di metri, apparve sull’architrave del più grande sottopasso ferroviario di Bari. Un giorno una mano arguta sotto quella ne appose un’altra, sempre rossa, ma assai più piccola “IL POPOLO SI SERVE DA SOLO”. Ecco, credo non si possa meglio descrivere la differenza tra la destra (la prima scritta) e la sinistra (la seconda).

Stiamo tornando al feudalesimo medievale

Non devo insegnare proprio a te il concetto di “classe”. Ma mi domando come faccia uno come te, “di sinistra”, a postulare una società divisa in classi, di cui una “dirigente”, ossia composta da una casta chiusa di individui vocati alla politica come mestiere e destinati a vita a comandare la società civile. Una vera e propria oligarchia, come Siena non ha mai avuto neanche nei momenti peggiori della sua lunga storia, neanche sotto il fascismo. Tutto ricade sotto il suo controllo, dagli enti locali al Monte, lo Spedale, l’Università e i relativi indotti, compresi, assai berlusconianamente, i mezzi d’informazione: qualcosa come il 90% della vita della Città. Anche se non siamo ancora in una cultura di tipo mafioso, questo è quanto più di destra si possa immaginare, assai più a destra dell’attuale opposizione cittadina. Siamo nel 2000, ossia è passato quasi un millennio da quando i giuristi della civiltà comunale teorizzarono per la prima volta nella storia dell’uomo la “sovranità popolare” contro quella di imperatori, principi e papi (una forzatura ed un ossimoro perfetto dato che la sovranità attiene, appunto, al sovrano) e, a scanso d’equivoci, teorizzarono anche il “populus sibi princeps” (il popolo principe di se stesso). Il tuo partito, che durante la grande stagione di Enrico Berlinguer fu anche il mio, si è inventato di rappresentare il futuro (il progresso) e forse alle sue origini gramsciane l’ha pure rappresentato, ma oggi e ancor più in prospettiva a Siena rappresenta il passato, un passato antecedente alla esperienza comunale italiana, ossia antecedente all’anno Mille. I satrapi che dalle massime come dalle minime istituzioni cittadine reggono le sorti della Città e del suo territorio stanno lì a dimostrarlo (potrei raccontarti tante edificanti storielle, ma certamente ne sei già a conoscenza).

Tuttavia c’è una frase nella tua lettera che condivido senza riserve: “Quando la democrazia s’inceppa, l’unica via da percorrere è quella di provocare un eccesso di democrazia”. Io ho una mezza idea di come si possa fare. Potremmo riparlarne. Intanto che ne diresti di privare quella classe dirigente del potere di dirigere? Resterebbe solo la classe, anzi meglio, non sarebbe più neanche una classe. Potremmo ricominciare da qui, ossia da dove voi avete smesso: togliere a una classe, ancorché dirigente, il potere di sfruttare le altre. Che ne dici?

 

Mauro Aurigi