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LENZI (Rc): L’ODIO PER LE BANCHE E L’AMORE PER I LORO UTILI

 

10.5.2004

La recente assemblea del bilancio del Monte dei Paschi, dove si è scoperto che la banca ha fatto il bilancio prelevando le riserve, ossia consumando il capitale, e l'assemblea della Fondazione del 5 maggio, dove si è detto un gran bene del bilancio della Banca, restituiscono attualità all’intervento del capogruppo provinciale di Rifondazione comunista, Lenzi, apparso tre settimane fa su queste pagine, là dove, rasentando il surreale, egli dichiara testualmente di detestare le banche (le vorrebbe assalire e distruggere) e di amare le fondazioni bancarie. Che dire? Come minimo che il Lenzi più che un paleo-comunista è un paleo-cattolico in grande ritardo: anche il papa scomunicava le banche, ma 800 anni fa; e come minimo che ha fatto un’inversione a U rispetto alla nobile avversione del passato verso la rendita parassitaria: oggi, piuttosto che apprezzare la ricchezza prodotta col lavoro (la Banca), egli preferisce quella derivante dal taglio delle cedole (la Fondazione).

Ciò premesso non posso però perdonargli di non sapere (ci deve essere davvero incompatibilità tra politica e cultura) che non esiste società civile senza un efficace e efficiente sistema creditizio. Senza di esso tutti vivremmo ancora nel Terzo Mondo, perché è stata l’invenzione della banca nei Comuni del 1200 (e Siena fu protagonista nella vicenda) che creò la spaccatura, in termini di ricchezza e cultura, tra il nord e il sud d’Italia e tra il nord e il sud del mondo. Fino a quel momento il sud d’Italia era più avanzato del nord, e quello che oggi è il sud del mondo (Africa e Asia musulmane, India e Cina) era più progredito dell’Occidente. Lui non se n’è accorto, ma qualcuno nel Terzo Mondo sì, tra gli altri il Nobel Amardya Sen e il prof. Muhammaud Junus, ambedue indiani, che hanno cominciato a fondare banche di tipo popolare (le banche di villaggio, che hanno avuto un successo incredibile con una rete che sta diventando un gigante finanziario) per prestiti di piccolo o piccolissimo importo, anche 5 o 10 dollari, alle donne, agli agricoltori ed agli artigiani al fine di sottrarli alla piaga dell’usura che si appropria dei loro guadagni e li costringe ad una permanente condizione di miseria (che strano, sembra di leggere la storia della nascita e dei successi del Monte, ma il Lenzi non lo sa). Per sua regola: lo stesso sta accadendo nell’Europa dell’est, dove altri regimi da Terzo Mondo, odiando le banche, avevano messo in piedi sistemi finanziari da burletta e dove perciò oggi l’usura e la mafia imperano.

 

COME ROBIN HOOD: PRENDERE AI RICCHI PER DARE AI POVERI

Ciò detto, siccome non credo che Lenzi non abbia capito che le fondazioni ci sono perché c’erano e ci sono le banche, penso che quella dichiarazione sia frutto del solito disprezzo nei confronti del lettore e della gente comune, insomma della solita arroganza dei politici e della bassa opinione che essi normalmente hanno dell’intelligenza dei cittadini. Ma si tratta anche della visione parassitaria che egli ha dell’economia. Qualcuno produce ricchezza ed è disprezzato (la banca), ma non ci si fa scrupoli poi di impossessarsi di quella ricchezza (non c’è una lira del capitale e degli utili della Fondazione che non derivi dalla Banca) per distribuirla al popolo (in realtà per aumentare il proprio potere clientelare). Chissà se il Lenzi-Robin Hood si è mai domandato cosa succederà quando il ricco depredato, ossia la Banca, non sarà più tale - e con politici di questa levatura avverrà prima di quanto si pensi - e non ci sarà più niente da distribuire, né in posti di lavoro, né in soldi.

Infine un ultimo appunto per quanto riguarda la difesa d’ufficio (nel senso che egli difende le tesi di D’Alema) per l’altissimo prezzo pagato per un rottame come la Banca 121, frutto, secondo il Lenzi, di trasparenza e della gara ingaggiata col San Paolo di Torino. Peccato che tra Monte e San Paolo ci fossero forti legami di collaborazione (il primo deteneva il 6% del secondo ed aveva due rappresentanti nel suo consiglio di amministrazione): è infantile credere che proprio quelle due banche amiche si siano contese ferocemente la Banca 121 (tutte le altre banche si sono tenute alla larga da simile affare) danneggiandosi a vicenda e facendone salire irragionevolmente il prezzo. Come minimo, se non si vuole sospettare il peggio, si è trattato di violazione del principio della “diligenza del buon padre i famiglia” sancito dal codice. E che dire del fatto che alla fine, ritiratosi il San Paolo, il Monte, come abbiamo letto sui giornali, abbia aggiunto al già sconsiderato prezzo provocato dalla contesa (2.200 miliardi di lire per una banca che non valeva neanche la minima parte dei 500 miliardi ufficiali registrati a bilancio) altri 300 miliardi? Tutto normale per il Lenzi. Normale che il Monte fosse poi messo nelle mani del vertice della 121. Normale, come dice lui dopo avere ammesso che l’operazione “sembra aver prodotto più perdite che utili” (c’è chi parla di un effetto valanga di 5000 miliardi di lire ed anche chi, non smentito, di 7000!), si debbano aspettare le decisioni della magistratura che se ne sta occupando. Fino ad allora, secondo il Lenzi, nessuno deve pagare per il tremendo danno inferto alla nostra comunità (perché di questo si tratta), e meno che mai i politici nel cda della Banca e nella deputazione della Fondazione. Tra venti o trent’anni, quando del Monte sarà sopravvissuto solo il ricordo, saranno finalmente puniti (o assolti) gli (in)colpevoli. Amen.

 

Mauro Aurigi