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La incontenibile generosità del singolo e i limiti del PCI

EMO BONIFAZI SI RACCONTA

In un libro il compendio di una vita

 

9.9.2004

Il senese Emo Bonifazi è uno dei decani del Pci, ma non ha, né nel fisico né nello spirito i settantott’anni dell’anagrafe. Lo dimostra con questa sua fatica (C’è sempre un tempo per la politica, Editrice Le Balze, Montepulciano, 2004), lodevole e preziosa perché, prima di tutto, è uno spaccato - dagli anni ‘30 ad oggi - di quella storia minore che per la cultura e la memoria locali è importante quanto quella maggiore lo è per le nazioni e i popoli, ma della quale, altrimenti, difficilmente rimarrebbe traccia. E questo sia detto a prescindere dalla parte con cui Emo si era e si è schierato. Ben vengano anche da altre parti testimonianze della specie: a Siena non mancano i personaggi e le capacità affinché non si perda la memoria dei fatti, dei sentimenti e delle cose di un periodo che nel bene o nel male rimarrà uno dei più importanti della millenaria storia di questo piccolo e quasi emarginato angolo di mondo.

Secondariamente l’opera è meritoria, benché autobiografica, per come disegna la figura di un uomo generoso, moralmente integerrimo, dedito interamente alla causa che si era e si è scelta senza risparmio alcuno e senza scendere a compromessi né con se stesso né cogli altri: di uomini così si è ormai perso lo stampo.

Infine ho apprezzato il lavoro, ma questo è un fatto più personale, perché pur essendo nato un poco più tardi di lui (tuttavia non abbastanza perché mi fossero risparmiati gli orrori della guerra con il suo seguito di lutti, fame e disperazione), vi ho riconosciuto lo stesso ambiente familiare, sociale e morale in cui io stesso sono nato e cresciuto.

Dunque un grande e affettuoso grazie a Emo Bonifazi ed un invito a tutti a leggerlo, anche per capire cosa fossero i dirigenti comunisti di una volta (e per capire meglio anche cosa sono quelli di oggi).

Ma ciò detto non posso rinunciare a due sottolineature. La prima riguarda la pietosa coltre di silenzio stesa sia sulla privatizzazione del Monte dei Paschi nel 1995 (anno in cui la sinistra era al potere a Siena, nella Provincia, a Firenze e a Roma), uno degli atti più rilevanti e sicuramente più nefasti della recente storia cittadina, sia su come quella che era una delle banche più potenti d’Europa in soli sette anni si sia ridotta, una volta caduta nelle mani dei “compagni” dopo la privatizzazione, a vendere i gioielli di famiglia. Tra l’altro c’era poco da coprire: non è più un mistero per nessuno che l’attuale gruppo dirigente cittadino si stia comportando col Monte come la vecchia Dc si comportò con tutti gli enti economici che controllava (Banchi di Sicilia e di Napoli in testa), considerati non come organismi in grado di produrre ricchezza, ma come ricchezza da “consumare” sic et simpliciter.

La seconda sottolineatura riguarda quello che per me è il “tradimento” del Pci in particolare e della sinistra in generale ai danni della nascente, e prematuramente morta, democrazia italiana. Parlo di tradimento perché proprio il Pci e il Psi – ma in misura minore anche il Partito Popolare e la Dc delle origini – per primi in Italia avevano sostenuto strenuamente il principio democratico, padre di ogni altro, del “tutto il potere al popolo”. E’ vero che il popolo è presente in ogni pagina e in ogni riga del libro e soprattutto in ogni pensiero del Bonifazi (cosa d’altra parte vera per centinaia e centinaia di altri dirigenti dei movimenti popolari dell’epoca), ma vi è presente come oggetto non come soggetto, come spettatore non come protagonista, come “questuante” (mi si consenta il termine: non me ne vengono in mente altri), ossia come mero portatore di bisogni, quasi sempre primari e quasi sempre primari in maniera drammatica, talvolta tragica: la disoccupazione, lo sfruttamento anche brutale, la miseria, la fame, l’ignoranza, le malattie e la morte (drammatica la sequenza della tragedia della miniera di Ribolla nel ’54). E il Pci, Bonifazi in testa, è lì a dare soddisfazione a quei bisogni e magari ci riesce anche bene almeno in parte. Perché questo è l’unico ruolo che il Pci, e il Bonifazi lo descrive bene, si era scelto: soddisfare i bisogni popolari. Cosa che, sia detto per inciso, non turba più i sonni dei compagni di oggi, solo interessati agli affari, i propri (spartizione di poltrone) e quelli del capitale una volta tanto odiato (basti pensare agli ottimi rapporti che neanche due o tre mesi fa D’Alema ha pubblicamente vantato proprio qui a Siena con il vertice della Banca 121).

Ecco, questo, a mio parere, manca in “C’è sempre un tempo per la politica”: il rammarico per la riluttanza del Pci a indossare la nobile veste, che fu di Gramsci, di propugnatore, nei fatti non nelle chiacchiere, di un popolo classe dirigente, di un popolo padrone del proprio destino e capace da solo di soddisfare i propri bisogni (anche se qualcosa di quel rammarico forse appare, soprattutto nella parte finale, quella del dissenso, ma bisognerebbe essere troppo addentro alla segrete cose del partito per percepirlo chiaramente).

Mauro Aurigi