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Intervista sull’assemblea degli azionisti Mps per il bilancio 2003

 

1.5.2004

Le sue impressioni sull’Assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi per la chiusura del bilancio del 2003.

Sono la persona meno indicata per fare valutazioni spassionate. La questione mi coinvolge troppo. Sarei imparziale. Perché si rivolge a me?

Perché in questa occasione lei ha avuto un ruolo importante; un ruolo di critica intendo. Anche altri hanno avuto un ruolo importante, qualcuno più di me.

Sì, ma lei questo ruolo l’ha svolto anche nelle assemblee precedenti: c’è una continuità, un filo che collega nel tempo questi suoi interventi.

Insomma ho capito: non posso sottrarmi. Guardi che non faccio il finto ritroso. Voglio solo che i lettori sappiano che la mia è una visione di parte.

Non si preoccupi: i lettori lo sanno che lei non è super partes, che è uomo di parte insomma.

Va bene, che le devo dire? La caratteristica saliente di questa assemblea è che gli interventi critici non sono stati più come in passato un fatto isolato, ma hanno assunto un aspetto, come dire, di massa. Sulla ventina di interventi degli azionisti almeno tre quarti hanno contestato modi e contenuti del bilancio e della relazione. E tutti o quasi tutti gli interventi sono andati in profondità, Voglio dire che erano interventi meditati, frutto di convincimenti formati sull’esame dei documenti e dei conti, non di passione o sentimento.

C’era un piano dietro a tutto ciò? Insomma si è avuta l’impressione di un coordinamento tra gli interventi.

Certamente no, almeno da parte mia. Degli altri intervenuti non so che dire: a parte quattro o cinque, mi erano tutti dei perfetti sconosciuti. Forse tre di loro potevano essere sospettati di “opposizione politica” perché appartenenti allo stesso partito, ma io non vi ho visto nessun disegno preordinato. No, sono portato a pensare a puro spontaneismo individuale, ancorché per alcuni politicizzato.

Ma ci sono stati anche interventi a favore.

Sì, tre o quattro ascari: si trovano sempre quando c’è bisogno di correre in soccorso del vincitore.

Ma secondo lei gli interventi, alcuni come dire? davvero “spietati”, erano fondati?

In che senso?

Nel senso della salute della banca.

No, nessuno ha fatto ipotesi del genere. E’ stata criticata la gestione, è stata messa in discussione la capacità degli amministratori, sia della Banca che della Fondazione. E’ vero che negli ultimi due anni la banca non ha guadagnato e che l’utile dichiarato deriva da partite straordinarie e irripetibili come la vendita della Cariprato o le cartolarizzazioni o il prelevamento da riserva. Ma cosa sono due esercizi problematici di fronte a 529 in attivo?Certo che se la situazione dovesse protrarsi a lungo, alla fine sorgerebbero problemi di equilibrio e dopo ancora anche di sopravvivenza. Ma il patrimonio è ancora enorme e quell’ipotesi è lontana.

Cosa c’è che non va negli amministratori?

Politici e privati finanzieri: i politici, tutti, solo interessati ad accaparrarsi poltrone, prebende e clientele; i privati solo preoccupati di trarre il massimo profitto economico personale dalla situazione. Io non mi scandalizzo perché politici e privati stanno solo facendo il loro mestiere. E lo fanno bene, purtroppo sulla pelle della Città. Sono altri quelli che mi scandalizzano, quelli che non sanno fare il loro mestiere.

Chi?

I Senesi, non ho ancora capito se colpevolmente indifferenti o servilmente impauriti. Eppure se solo lo volessero potrebbero rovesciare la situazione come un calzino, anche se il blocco di potere che gestisce il Monte è spaventosamente potente.

A proposito di potere: com’è che tra lei e Mussari è finita coi fuochi d’artificio? C’era della ruggine vecchia?

No niente ruggine, almeno da parte mia, se si eccettua la mia indiscriminata avversione verso chiunque, e quindi non solo verso il Mussari, detenga il potere senza controlli. Oltretutto non avevamo mai avuto occasione, prima, di guardarci in faccia e comunque quella per me è stata la prima volta.

E allora perché quella fiammata finale?

E’ successo solo perché il Mussari è letteralmente montato in cattedra ed ha tenuto una lunga lezione ai Senesi su come si fa la banca. Gli è mancato del tutto il senso del ridicolo. Nessuno, e per nessuno intendo nessuno al mondo, figurarsi un Mussari, può insegnare ai Senesi come si fa la banca. In nessun’altra parte al mondo esiste un fenomeno come il Monte. Basta pensare alle condizioni storiche, culturali, economiche, geografiche e politiche in cui quel fenomeno ha visto la luce ed è cresciuto, per capire di cosa parlo. Come se non bastasse ha dato un senso particolare al discorso, criticando coloro che guardano ancora alla vecchia banca pubblica, come dire: meno male che a un certo punto sono arrivato io, sennò chissà che rottame vi trovereste oggi in mano. Avesse fatto almeno un appello ai Senesi perché senza di loro la situazione non si rimedia! No, faccio tutto io, ha detto. E invece degli ottimi banchieri che ancora ci sono dentro la Banca o che pullulano in Città perché messi a riposo anzitempo, manda nei posti di responsabilità gente da night o da bar.Ecco, ce n’era già abbastanza per rendermi nervoso, quando è uscita fuori la storia …

Dell’avvoltoio, vero?

Sì, l’avvoltoio. Io nel mio intervento avevo detto che il Monte si stava avviando sulla strada del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia della prima repubblica. Quindi sentire il Mussari parlare di avvoltoi che, incapaci di predare gazzelle vive, sperano di trovarne di morte, mi ha letteralmente mandato in bestia. Sono nato in una Contrada dove, almeno ai miei tempi, era costume essere molto espliciti. Insomma è il contradaiolo che ha preso il sopravvento sul pensionato. Un po’ me ne dispiace, ma un po’ ne vado fiero. E riconfermo quello che ho detto: non sono un avvoltoio, ma un leone, uno dei diecimila leoni che hanno fatto grande il Monte nei secoli, e che se un avvoltoio c’è questo è lui, paracadutato non si sa come su una ricchezza di cui non ha nessun merito. Anzi si sa come: sgomitando nel partito egemone, debole con i forti e forte con i deboli, schiacciando chi per sventura fosse caduto in ginocchio. Gli ho anche detto che aveva una fortuna sola, che i leoni a Siena si fossero addormentati e che pregasse il cielo che un giorno non si dovessero svegliare. Poi me ne sono andato infuriato, ma ho fatto in tempo a cogliere la fulminante battuta del presidente Fabrizi, che è stata brillante, sì, ma con un fondo di amarezza.

Che ha detto il presidente?

Ha detto: “tra avvoltoi e leoni va a finire che faccio la parte della gazzella”. Dopo che il Mussari aveva insistito, dichiarando di volere così smentire voci malevole, sugli ottimi rapporti correnti tra lui e Fabrizi, quella battuta del presidente mi ha fatto un certo effetto. Forse è vero: Mussari alla Banca e Bassanini alla Fondazione. Un calabrese capo del Monte e un milanese capo della Fondazione. I Senesi sono stati cacciati da ogni posto di responsabilità: nessuno nella deputazione della Fondazione, forse uno o due su ben 16 membri del cda della Banca, dentro la quale a danno dei Senesi è stata messa in atto una vera e propria pulizia etnica. Se i leoni senesi non si svegliano, faranno tutti la fine delle gazzelle.

I Senesi sì e lei no?

Io no, io me ne andrò prima. Io sono fatto degli stessi nervi e dello stesso sangue di quei Senesi, nobili e popolani, che il 21 aprile del 1555, mentre Spagnoli e Fiorentini entravano da Porta Camollia, scapparono dalla Città e si chiusero a Montalcino e poi, anche quando quell’ultimo baluardo della libertà senese cadde, si rifugiarono nelle Marche o all’Isola d’Elba e non sono più tornati. Non potevano sopportare di vedere la Città asservita. E neanche io.

Le devo dire che la metafora dei leoni mi sembra azzeccata: il leone è l’antico simbolo del popolo che la Città volle raffigurato anche sul fastigio della Torre del Mangia. Non ci sono speranze che i leoni, come dice lei, si sveglino dal loro torpore?

Me lo auguro. Ma i segnali sono disperanti. Sentire, all’inaugurazione dei rinnovati locali della Società Trieste,gli sperticati ringraziamenti del Governatore di una Contrada come quella dell’Oca al Mussari perché ci dà i nostri soldi, è un sintomo demoralizzante.

Mauro Aurigi