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IN MEMORIA DI CARLO LUIGI TURCHI (CARLINO)

 

 

3.1.2005

Gran brutto momento quando ti accorgi che è arrivato il tempo in cui gli amici da una vita cominciano ad andarsene ancor giovani. Carlo Turchi è tra questi. Se n’è andato senza alcun preavviso. L’ho scoperto ad esequie avvenute quando il giornale mi ha telefonato per un commento. E’ stata una mazzata.

Eravamo coetanei, poco più di un anno di differenza (lui era più giovane). Da ragazzo era stato a lungo uno di famiglia perché studiava insieme a mio fratello. Tutti e tre si frequentava il “Bandini”. Eravamo quella generazione che stava rompendo una tradizione secolare secondo la quale la classe dirigente cittadina (e del Paese) doveva necessariamente uscire dal Liceo classico. Dal dopoguerra, grazie al grande sviluppo che i Senesi avevano impresso al Monte dei Paschi, e grazie anche al “Bandini” anch’esso “invenzione” tipicamente senese,i ragionieri cominciarono a irrompere nei piani alti della Città. Non so se fu un bene. So solo che tanti operai, tanti ex mezzadri, tanti “popolani”, videro alla fine i loro figli trattare alla pari coi “signorini” (le cavolelle li chiamavamo a causa dei colori bianco e verde del loro liceo, mentre il “Bandini” inalberava un ben più plebeo rosso-blu). Per questo avevano lavorato e si erano levati il pane di bocca sia il mio babbo, operaio al manicomio, che il suo, stradino comunale.

Dopo il diploma le strade si erano divise: io al Monte e lui nella libera professione e nella amministrazione di cooperative. Ma si ricongiunsero presto, quando ancor giovane entrò nell’amministrazione della Banca come sindaco revisore, ruolo che ricoprì a lungo, troppo a lungo: le capacità, l’impegno e la serietà, l’attaccamento alla Banca e alla Città, avrebbero dovuto consentirgli di fare il salto e entrare nella Deputazione amministratrice della Banca, ma forse quelle capacità, quell’impegno, quella serietà e quell’attaccamento erano davvero troppi: i tempi erano cambiati e le temperie del Monte anche. Fu tenuto ai margini. Gli anteposero, perché i “compagni”avevano già passato le redini del Monte a Roma, degli alieni come Andriani, Bruschini e tanti altri. E’ così, ossia impedendo a gente come lui di entrare in Deputazione, che comincia il declino del Monte: tra gli otto della prima Deputazione della Fondazione non ci sarà neanche un senese e nei sedici del Cda della Banca solo uno.

Non era d’accordo, anzi soffriva per quello che stava avvenendo al Monte e per questo non era affatto tenero verso il vertice del suo partito. Era stato anche contrario alla privatizzazione. Sono cose queste che si pagano, e lui le ha pagate. Più volte lo stimolai a uscire dal partito a riconquistarsi la libertà di parola. Dici bene te, mi rispondeva tra una telefonata e l’altra, ma non si può cambiare religione. E’ questo il guaio degli Italiani, gli replicavo, se uno è anticomunista o antifascista lo è per tutta la vita anche se il comunismo e il fascismo non ci sono più: te sei comunista e non ci puoi più far niente. Sorrideva amaro, mentre il telefonino suonava un’altra volta. Mai visto uno così tanto impegnato al cellulare. Lui non chiamava mai, erano gli altri a cercarlo, centinaia ogni giorno. Era la dimostrazione di quanto fosse popolare. Eppure non appariva mai sui giornali, non faceva dichiarazioni, non rilasciava interviste. Insomma uno di quei "signori nessuno" che tutti però conoscono e rispettano assai più di quanto conoscano o rispettino un sindaco o un presidente di banca. Non aveva altra distrazione che il lavoro, era un senese di vecchio stampo, profondamente convinto, come i Senesi di una volta, che fosse assai meglio essere che sembrare. Tutto l’incontrario delle nuove leve della politica.

Lui invece è vissuto silenziosamente e, com’era nel suo stile, altrettanto silenziosamente se n’è andato, prima del tempo, risparmiandosi così di vedere scivolare nel baratro il suo Monte e quindi anche la sua Città.

 

Mauro Aurigi