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Guerriglieri, terroristi e banditi

Commento a un intervento del prof. Giovanni Buccianti

 

17.4.2004

Il 23 marzo su queste pagine il prof. Giovanni Buccianti, intervistato fa Fabrizio Boschi, è intervenuto su Iraq e terrorismo con valutazioni che condivido e che apprezzo per l’equilibrio e la compostezza (doti rare di questi tempi che vedono la polemica furiosa sostituire la normale dialettica politica). Anch’io ebbi a dire, nel 1989, che con la caduta del regime sovietico era sì finita la paura, ma sarebbe cominciato il terrore soprattutto a causa delle tre grandi religioni monoteistiche. Anche la sua dichiarazione che la guerra sia stata un errore e che dovevamo starne fuori mi trova d’accordo, né poteva essere diversamente per uno come me che considera la Svizzera, paese ricco e civile senza avventure coloniali e guerre alle spalle, un modello da seguire. Aggiungerei anzi che lo spettacolo del grande e forte che bastona a sangue il piccolo e debole (questa è l’immagine che mi viene in mente per la gloriosa impresa americana in Iraq) non è stato per niente edificante e che altrettanto poco edificante è stato l’usuale accorrere degli Italiani in soccorso del vincitore. Così come sono convinto anch’io che ritirarsi ora significherebbe premiare il terrorismo (ed anche dare il solito spettacolo degli Italiani codardi e voltabandiera), ma mi domando se quello che abbiamo assunto in Iraq non sia un impegno senza scadenza, perché persistendo questa situazione, per non dare ragione al terrorismo rischiamo di non poterci sganciare più. Non sarebbe bene almeno fissare una data certa, alla quale poterci ritirare senza disonore e senza danni politici?

IL DRAMMA DEI PALESTINESI E QUELLO DEGLI ISTRIANI

Ma di particolare interesse è la seguente affermazione del Buccianti, frutto dell’intelligenza oltre che del buon senso: “… spesso il tuo terrorista è il mio patriota e viceversa. Senza voler certamente giustificare chi mette in atto il terrorismo, dobbiamo dire che spesso chi fa ricorso a questa pratica è qualcuno che non ha voce in campo internazionale e quella diventa l’unica arma per farsi sentire o per difendersi”. La sottoscrivo in toto, ma sento di dover aggiungere qualcosa.

Noi ci dimentichiamo che spesso sul terrorismo, soprattutto su quello che alla fine ha dato ragione ai terroristi, abbiamo poi cambiato opinione. E’ successo col terrorismo degli Ebrei, quello dell’Haganà o dell’Irgun, che prima del 1948 in Palestina faceva saltare bar e ristoranti dei soldati inglesi assassinando anche i civili. Gli Ebrei, così pronti oggi a lamentarsene, sembrano essersi dimenticati di essere stati loro gli inventori del terrorismo moderno, sul quale è anche basato il loro Stato. Lo stesso successe pochi anni dopo in Algeria: mi ricordo benissimo che il giorno dopo la cacciata dei Francesi la radio italiana passò di punto in bianco dal termine “terroristi” e quello di “patrioti”.

Mi domando cosa ne sarebbe oggi del dramma dei Palestinesi - 4 milioni e mezzo costretti 50 anni fa ad abbandonare le proprie case e le proprie terre con la forza - se non fossero ricorsi al terrorismo. Certamente del loro problema oggi neanche se ne parlerebbe più, così come abbiamo vergognosamente ignorato per 50 anni le centinaia di migliaia di Italiani dell’Istria infoibati o cacciati dalla loro terra, o per un secolo gli Armeni, costretti ad un esodo biblico dopo che ben un milione e mezzo di loro fu trucidato dai Turchi: a quanto pare solo il terrorismo, che né gli Istriani né gli Armeni hanno praticato, avrebbe potuto impedire la colpevole coltre di silenzio che l’Occidente ha steso su quelle terribili storie.

FRATTINI E LA GRUBER A “PORTA A PORTA”

 

Mi pare istruttivo a questo proposito l’episodio verificatosi nella trasmissione Porta a Porta del 15 aprile. Lilli Gruber, che in collegamento da Bagdad si era incautamente lasciata sfuggire il termine "resistenza irachena", è stata seccamente rimbeccata da un Frattini, ministro degli esteri, assai risentito: "Non la chiami resistenza, sono banditi e terroristi".

Sono convinto che la cultura non sia un requisito indispensabile per un politico (più facile che rappresenti un ingombrante fardello). Quindi non posso pretendere che il ministro sappia che definizione più o meno analoga fu coniata dagli Americani per i Pellerossa, dai Savoia per gli insorti ("briganti") durante la guerra coloniale per l’annessione del Meridione, dagli Italiani durante la repressione fascista dei Libici e degli Abissini, dagli Inglesi per gli Ebrei prima che l'ONU nel 1948 ne riconoscesse lo Stato, dai Francesi per gli Algerini, dai bianchi sudafricani per Mandela e i suoi compagni dell'African National Congress, da Saddam per i Curdi, dai Sovietici per i dissidenti politici. Se Frattini non sa queste cose, non può però ignorare, e sottolineo che non può ignorare, che anche i nazisti chiamavano "Banditen" i nostri partigiani: egli non si è davvero scelta una buona compagnia.

Mauro Aurigi