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22.5.2005
IPSE DIXIT 5

Fu una delle più terribili di tutto il Medioevo e dopo 745 anni fa ancora discutere
LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI
Siena di oggi deve tutto a quella sanguinosa vittoria

“[Aurigi] si deve rassegnare: smetta di essere autoreferenziale e si confronti con il mondo che, se non lo sa, non finisce a Montaperti”: così, con un rozzo riferimento alla mia adesione alla confraternita “Quelli di Montaperti”, Annibale chiude la sua lettera al Cittadino del 14 aprile. E’ vero, il mondo non finisce a Montaperti, ma se è per questo non finisce neanche alla Resistenza. Annibale, che è religioso (nel senso che anche la sua è una fede), riterrà ovviamente il raffronto alquanto sacrilego, ma che lui lo voglia o no anche la battaglia di Montaperti fu una battaglia di resistenza: quel 4 settembre del 1260 fu l’Arbia a colorarsi di rosso, non l’Arno, ossia si individua bene un aggressore arrogante e potente e un aggredito più debole e disperato.
A me ambedue gli eventi, Montaperti e Resistenza, sono ugualmente cari, ma non posso non rilevare tra i due una differenza di non poco conto:  il secondo, nonostante le grandi firme, la grande letteratura e la dovizia di evocazioni cinematografiche, televisive e giornalistiche, e nonostante che l’ufficialità si sia prodigata a celebrarla con ogni modo, neanche 60 anni dopo ha bisogno di puntelli sempre più robusti per sopravvivere. E questo è un fatto. Come è un fatto che il ricordo di Montaperti, dopo quasi 750 anni, sopravvive nella memoria del nostro popolo senza cantori, senza vati e senza miti né riti ufficiali, solo nutrito senza interruzione per tutto quel lungo periodo dall’emozione popolare più autentica e spontanea. Diciamo di più: io fui iniziato a quel mito, ancora bambino e direttamente sulla strada, dai ragazzi più grandi senza l’intervento di adulti, esattamente come è successo a tutta la mia generazione, l’ultima generazione di Senesi cresciuta libera nei vicoli di Contrada, e come è successo a tutte le generazioni che per secoli in quei vicoli ci avevano preceduti. Lì e solo lì ho imparato la “gloria” di Montaperti e lì mi è stato trasmesso “l’odio” per i Fiorentini. E il fatto che quel ricordo orgoglioso si sia tramandato esclusivamente per la strada da cittino a cittino per oltre sette secoli, continua a riempirmi di commozione.
Ma per ogni ideologia, proprio come per una religione, non c’è niente di più esecrabile che una memoria, una cultura, una mentalità, insomma un credo qualsiasi nasca, cresca e si conservi tra il popolo spontaneamente, non discenda insomma dall’alto, non promani dai sacerdoti della casta dominante. E’ così che da una ventina d’anni (guarda caso da quando “Quelli di Montaperti” hanno cominciato a farsi sentire), una sinistra assai virtuale ma in realtà una destra assai reale (cosa c’è più di destra e di antipopolare che l’imporre dall’alto la propria verità?) ha tentato in ogni modo di smontare quel ricordo: serissimi storici, ironici corsivisti e comunque influenti personaggi nemici dichiarati del “vieto campanilismo” e con l’idiota fregola della sprovincializzazione, si sono prodigati allo scopo. Ma inutilmente.
Rimarrebbe da capire se tutta questa gente si sia mai domandata cosa sarebbe oggi Siena se quella battaglia i Senesi l’avessero persa, se hanno contezza di cosa fosse l’imperialismo fiorentino, poi sfociato nella tirannia medicea. Caro Annibale, la storia, lungi dal fermarsi a Montaperti, è invece da lì che è cominciata: la Siena che conosciamo oggi è ancora frutto di quella vittoria. Non dovrebbe essere difficile, anche per l’incolto, capire cosa sarebbe successo in caso contrario: Siena avrebbe perso non solo la libertà e la sua originale e autonoma forma di civiltà – e quindi ogni opportunità di ricchezza, cultura ed arte – ma probabilmente avrebbe fatto una fine ben peggiore di tutte le altre città toscane, già fiorenti capitali, ridotte dallo strapotere fiorentino a semplici centri abitati: essa infatti rischiò seriamente non il blocco del suo sviluppo, ma l’annientamento, ossia la stessa sorte di Semifonte, piccolo e orgoglioso comune della Val d’Elsa che prima di Siena osò sfidare Firenze e del quale i Fiorentini non lasciarono in piedi una sola pietra.
Insomma, che lo si voglia o no, la battaglia di Montaperti è obiettivamente un simbolo alto ed ancora attuale della lotta contro l’oppressione, come lo sono la Masada e il Ghetto di Varsavia per gli Ebrei, Legnano per i Lombardi, Little Big Horn per Sioux e Cheyenne, Stalingrado per i Russi o la Resistenza per la maggior parte degli Italiani. Nessuno si sogna di ridicolizzare quegli eventi, ma per Montaperti, ottusamente, si fa un’eccezione. Questo volevo infine dire.

Mauro Aurigi

 

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8.5.2005
IPSE DIXIT 4

Stipendi operai e stipendi dei “compagni” al Monte
Mauro Aurigi replica ancora a Annibale

 

Annibale, anonimo corsivista de “Il Settimanale”, per discolparsi dall’accusa di difendere i potenti contro i deboli, così conclude la sua lettera a “Il Cittadino” del 14 aprile : “… ma dove sono tutti questi deboli che io affliggerei con la mia penna? Io vedo, semmai, rispettabili liberi professionisti, professori universitari, qualche baby pensionato d’oro della banca. Tutta gente con entrate almeno doppie, triple o quadruple rispetto ad un impiegato e ad un operaio”.
A parte il fondamentalismo vetero comunista (guai a guadagnare più di un operaio: non c’è male per uno che chiede agli altri di smetterla di guardare indietro), Annibale vuol farci credere che non conosce la distinzione tra il forte e il debole, tra chi ha in mano tutto il potere sull’intera comunità e lo usa nel più disinvolto dei modi, e chi invece è un semplice cittadino ancorché libero professionista o professore d’università o pensionato bancario. Ma quella distinzione deve conoscerla anche troppo bene: infatti mai una sparata su un potente, meglio prendere coraggiosamente la mira sull’eretico, l’isolato, l’indifeso.
Quanto al “baby pensionato d’oro della banca” si tratta di pura invenzione: a Siena non esistono baby pensioni bancarie, e se intendeva riferirsi a me perché ho detto che me ne sono andato anticipatamente in pensione, sbaglia di grosso. Mi sono licenziato 5 anni prima (ma dopo 42 anni di servizio, altro che baby pensionato!) perché mi era intollerabile lavorare sotto quel padrone privato che oggi invece piace agli ex-comunisti Cenni, Ceccherini, Mussari e Ceccuzzi, tanto da regalargli ben il 50% del cda della Banca mentre non spettava loro neanche il 20%. La mia pensione, unica entrata della mia famiglia, non è quadrupla e neanche tripla, ma doppia o poco più dello stipendio di un impiegato o di un operaio (nella cui famiglie entra di solito più di uno stipendio). Eccolo di nuovo l’eccezionale strabismo di Annibale: gli schizzano dall’occhi retribuzioni triple o quadruple rispetto al salario operaio, ma non vede le prebende (10, 20 e anche 30 volte lo stipendio di un operaio!) dei “compagni” che si sono sistemati al Monte o alla Fondazione, gente venuta giù con la piena senza altro merito che l’aver sgomitato dentro un partito e che ora si gode i benefici prodotti da altri, con tanto di Porsche. Peggio: si sono dati da fare affinché la forbice salariale della Banca, che era la più stretta del sistema bancario italiano si allargasse a dismisura a favore delle retribuzioni più alte.
Senza contare i miei due figli disoccupati, mentre i figli dei compagni nel cda del Monte si sistemano, per puro merito (ci mancherebbe altro!), al Monte o quelli dei magnifici rettori, sempre per merito, all’Università.
Una volta dicevo che non era proprio il caso di rimpiangere la vecchia DC, perché essa era rinata nei Ds. Ma mi sbagliavo. Credo proprio che dovremmo rimpiangere la vecchia balena bianca: era assai migliore dello squalo attuale.

Mauro Aurigi

 

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2.5.2005
IPSE DIXIT 3

 

Democrazia: le chiacchiere e la sostanza
(Aurigi continua la sua personale analisi della lettera del corsivista del “Settimanale”, Annibale, da noi pubblicata il 17.4)

“… un pensiero moderno, aperto e democratico … che significa imparare a rispettare la volontà dei più, anche quando è diversa dalla nostra …”: così Annibale (“Il Cittadino” del 17.4) bacchetta coloro che a Siena osano manifestare il proprio disaccordo con la maggioranza. Ovviamente la critica non è per D’Alema, Fassino, Prodi, Rutelli & C. che non hanno fatto altro tutti i giorni di questi ultimi quattro anni che “mancare di rispetto” a “i più” che avevano conquistato il governo. Ma se invece un inerme cittadino ci prova una sola volta a fare la stessa cosa verso “i più” che governano Siena, ecco che l’indignazione di Annibale erutta incontenibile per rimettere al suo posto il malcapitato. Bella coerenza. In realtà quella prefigurata da Annibale è una società oligarchica dove solo gli “eletti” hanno diritto alla parola (e ai fatti) e dove la plebe deve stare al suo posto: una visione di destra estrema.
Non contento, poi prosegue imperterrito con un predicozzo: “Io credo che il confronto e un costruttivo rapporto dialettico siano strumenti di democrazia”. Demagogia buona per le case del popolo. La democrazia, purtroppo per lui, si nutre - e non da oggi, ma da almeno 8 secoli se non addirittura da 25 - di ben altri concetti: la volontà che sale dal basso contro quella che scende dall’alto; i governanti controllati dai governati e non l’opposto (quindi dopo le elezioni tutti gli elettori all’opposizione comunque abbiano votato); la partecipazione, che attiene alla democrazia, invece del consenso che attiene alla dittatura (non c’è dittatore che non abbia contato sul consenso di almeno il 90% della popolazione); il governo dei molti (o di tutti: ossia il potere diffuso nella società civile) contro il governo dei pochi (o di uno solo); il governo debole coi deboli e forte con i forti invece dell’opposto; l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi contro il pessimismo di chi pensa che agli “eletti” si debba più rispetto che al comune cittadino. Quella democratica è una società costruita orizzontalmente, non verticalmente. A Siena purtroppo la struttura è decisamente verticale: pochi, sempre gli stessi (ma su questo tornerò, sempre appellandomi alla generosità di questo giornale, perché anche su ciò Annibale è stato incauto nel suo intervento), si dividono centinaia di cariche e prebende lasciando alla plebe le briciole del “panem et circenses” (e occhio, vero, sennò ci levano anche quello). Per Annibale questa è la democrazia.
PS. E’ vero, come dice Annibale, che anch’io in passato sono ricorso ad uno pseudonimo nello scrivere sui giornali, ma per civetteria non, a differenza di Annibale, per nascondermici dietro. Cosicché, non avendone io mai fatto mistero, tutti sapevano (anche lo stesso Annibale).
Mauro Aurigi

 

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30.4.2005
IPSE DIXIT 2

 

Aurigi torna sulla lettera di Annibale pubblicata il 17.4

Vedo posizioni asfittiche, retrograde, a caccia di una beata età dell’oro che non c’è mai stata (perché è indubitabile che meglio di ora le decine di migliaia di senesi non sono mai stati)”: così il corsivista del “Settimanale” Annibale su “Il Cittadino” del 17.4, in risposta ad un mio intervento che riguardava tutt’altro argomento (per la cronaca: il servilismo di chi si schiera coi poteri forti contro il povero e inerme cittadino che osa protestare). Per evitare di avventurarsi su quel terreno minato ha così cercato di ridicolizzare la mia ben nota e devota ammirazione per la civiltà comunale, specie per quella senese che si guadagnò il diritto di essere diversa e forse migliore anche se non separata dalle altre dell’epoca. Ma l’incauto non deve avere letto il “Candido”, sennò avrebbe saputo cosa pensava Voltaire di coloro che sono convinti di vivere “nel migliore dei mondi possibili”.
L’uscita è però incauta anche per un altro verso. E’ assolutamente certo che anche gli Ateniesi di oggi stiano infinitamente meglio dei loro antenati di 2500 anni fa. Ma nessuno oggi, neanche il più stupido, si azzarderebbe a negare, per questo, il primato degli Ateniesi e dell’Atene della Grecia classica. Anzi sono tutti concordi che quello sia stato il momento più alto della storia dell’uomo (una vera "età dell’oro”), solo paragonabile alla civiltà comunale italiana e al suo umanesimo civile (da cui il Rinascimento), di cui Siena pure fu parte rilevante e perfino autonoma. Se gli Ateniesi di allora erano il meglio in termini di libertà politica, ricchezza, cultura ed arte di tutti i popoli del tempo, quelli di oggi, se va bene, vengono subito prima del Terzo Mondo. Così anche i Senesi di allora furono tra i più ricchi della loro epoca e tra i massimi produttori di cultura e arte raffinate, mentre quelli di oggi sono una mediocrissima realtà del mondo sviluppato. L’età dell’oro di Siena fu quella, non questa.
Quello di Annibale non è una caso di miopia (ma come si fa a confrontare due situazioni distanti mille anni l’una dall’altra!), ma di cecità totale. Bastava che avesse immaginato la Siena di oggi senza il Monte, l’Università, lo Spedale, le Contrade e l’Arte, tutte realizzazioni felici di quell’età dell’oro (mica penserà che i turisti vengano a Siena per visitare l’Acquacalda o gli scavi alla stazione, ossia ciò che hanno realizzato i suoi Senesi di oggi, vero?) ed avrebbe capito che al posto di questa, che ancora oggi è una piccola capitale, ci sarebbe una qualsiasi miserabile Rocca Cannuccia. Da quel passato deriva il benessere odierno dei Senesi, non dall’amministrazione “democratica e popolare” odierna com’egli vorrebbe farci credere (basti pensare in quali condizioni questi signori hanno ridotto Banca, Spedale e Università per capire cosa intendo).
Resterebbe da domandarsi che cosa consentisse allora di realizzare così tanto e cosa impedisca oggi di realizzare altrettanto. Ma si entrerebbe in questioni che  Annibale, sostenitore del principio che chi comanda non può essere infastidito dal basso, avrebbe insormontabili difficoltà a capire.
Mauro Aurigi.

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27.4.2005
IPSE DIXIT 1

 

Replica di Mauro Aurigi alla lettera di Annibale, corsivista del Settimanale, pubblicata su queste pagine il 17 aprile.

Caro Annibale (spero mi consenta di chiamarlo così familiarmente), vedo con piacere che per rispondere al mio intervento su “Il Cittadino” del 15.4 a proposito della sua polemica con Ascheri, ha scelto questo giornale (17.4) invece del suo “Settimanale”, come sarebbe stato più naturale e più semplice. Sapeva ovviamente che “Il Cittadino” non le avrebbe rifiutato l’ospitalità. Io ho chiesto in passato ben due volte si essere ospitato sul suo “Settimanale”, ma inutilmente (da allora non ci ho neanche più provato). Vede la differenza tra un giornale libero ed uno che non lo è? Dovrebbe ringraziare il cielo che i propositi dichiarati in un’occasione pubblica dall’avv. Mussari di far chiudere questo giornale (“non comprate “Il Cittadino”!) non sono andati a buon fine.
Devo però farle notare che io mi ero limitato a sostenere solamente che schierarsi col più forte per bastonare il più debole è cosa universalmente ritenuta indecente, tranne che nelle tirannie politiche, religiose o mafiose. Di ciò nella sua replica non c’è traccia. Ma la capisco: è cosa impervia assai difendere pubblicamente atteggiamenti deplorevoli come quello. Così lei ha sorvolato su questa mia unica critica nei suoi confronti, mettendo  in fila, quasi a distogliere l’attenzione, una serie di argomentazioni estranee alla questione e così superficiali, retoriche e bizzose e così tante in così poco spazio come non ricordo di avere mai visto. Uno straordinario florilegio alla cui esegesi non vorrei sottrarmi, ma dovrei occupare almeno un’intera pagina di giornale. Per cui le risponderò a tempo debito e a più riprese se “Il Cittadino” sarà generoso e paziente con me … almeno che lei non voglia ospitarmi sul suo “Settimanale” (non si allarmi, è solo una provocazione: so bene che non mi verrebbe mai concesso).
Per il momento mi limito a rilevare che la sua lunga e accorata rivendicazione al “diritto ad esprimere le [proprie] convinzioni etiche, morali, sociali, politiche”, per quel che mi riguarda è assolutamente superflua, perché nel mio intervento quel diritto gliel’avevo riconosciuto ben due volte: in apertura e in chiusura. Forse avrei fatto bene a ripeterlo tre volte (mi dicono che alla terza capiscono quasi tutti).
A presto.

Mauro Aurigi