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DIRIGISMO STATALE COME NEL “VENTENNIO”

     Siena, 15.10.1997                                                                 di Mauro Aurigi*

La privatizzazione delle banche pubbliche
non governative è  un caso di residua
violenza fascista sulle autonomie locali

Nessun paese dell’occidente sviluppato soffre di conformismo come il nostro. Però il modo con cui una mattina abbiamo scoperto con raccapriccio che il sistema bancario italiano era soprattutto pubblico, facendoci quindi prendere da un’improvvisa e duratura crisi isterica, va oltre il conformismo. Questa necessità assoluta, improvvisa e devastante come un temporale d’estate, di dover privatizzare in massa le banche pubbliche, più che il conformismo infatti, richiama alla mente la caccia alle streghe e la santa inquisizione (altri due campi in cui non temiamo rivali). Insomma è vero o no che un giorno, irrazionalmente, ci siamo tutti vergognati del nostro sistema bancario perché in gran parte pubblico? E’ soprattutto di questa irrazionalità, e del modo e del perché essa è stata indotta nella pubblica opinione, che desideriamo parlare.

Si può essere indulgenti nei confronti degli sprovveduti, dell’uomo della strada che contro il proprio interesse si è lasciato convincere con poco sforzo ad accettare una legiferazione, quella sulle privatizzazioni, di sapore non vagamente fascista. Ma non si possono perdonare i tanti luminari che nel settore operano per motivi culturali e professionali (uomini delle università e della Bankit per esempio, compresi quelli oggi approdati ai banchi del governo: Dini e Ciampi, tanto per non fare nomi) che sono stati presi dallo stesso improvviso raptus. Essi non hanno perso occasione alcuna per terrorizzare l’opinione pubblica sull’immancabile futuro tracollo finanziario del Paese se non si fosse posto rimedio al predominio sul mercato delle banche pubbliche (ossia se queste non fossero state cedute velocemente ai privati), ma di questo predominio, oltretutto fino ad allora dagli stessi incondizionatamente approvato, non si sono domandati la ragione o, più plausibilmente, quella ragione l’hanno opportunisticamente taciuta.

Non uno di quegli inquisitori, infatti, che si sia posto - dovere primo di ogni studioso anche meno che mediocre - il più banale dei quesiti: perché? perché le banche in Italia sono soprattutto pubbliche? Noi pensiamo di conoscere i motivi di questa omissione nient’affatto involontaria. Se infatti si fossero posti pubblicamente quella domanda, questi apologeti delle privatizzazioni - in massima parte economisti universitari e banchieri, ma anche bassa manovalanza, come giornalisti e politici - avrebbero dovuto dare una risposta che avrebbe distrutto la tesi che invece volevano sostenere. Insomma il Principe a Roma aveva bisogno, per i motivi che vedremo e che non sono così puliti come si vuole far credere, di privatizzare le banche pubbliche e il conformismo dei nostri machiavelli odierni non si è fatto pregare.

 

BANCHE PRIVATE IN ITALIA, VOTATE AL FALLIMENTO

La verità taciuta da questi signori è che in Italia il sistema creditizio è soprattutto pubblico perché le banche private hanno tutte e da sempre la deplorevole abitudine di fallire. Hanno cominciato a fallire subito, sin dagli albori dello stato unitario, e non hanno più smesso. Nella grande crisi di fine secolo, tra il 1880 e il 1890 sparirono tutte le banche più importanti,  la Banca Generale, la Banca Romana di sconto, la Società di Credito Generale ecc. Ricostituite, con capitale soprattutto tedesco visto che le risorse italiane erano state distrutte in quei fallimenti, rifallirono nuovamente tutte intorno al 1930 (Comit, Credit, Banco Roma, Banca Toscana ecc.). Ed hanno poi continuato a sparire dal dopoguerra ad oggi nella stessa misura, anche se in maniera più diluita nel tempo grazie a quel patto internazionale sul controllo dell’economia che va sotto il nome di Bretton Woods (1944): il Banco Ambrosiano, la Banca Privata Italiana, l’Istituto Bancario Italiano, la Banca d’America e d’Italia non sono che un ricordo, mentre la Banca Nazionale dell’Agricoltura, unica grande banca privata sopravvissuta, è riuscita ad arrivare fino a noi, ma in coma. E ciò senza contare le centinaia di banche minori in crisi nel frattempo assorbite, viste le condizioni in cui versavano quelle private, esclusivamente dalle banche pubbliche. Una simile mortalità aziendale tra le banche private1, unica tra i sistemi bancari dei paesi più avanzati, la dice lunga sull’onestà intellettuale o sulla competenza degli esperti di cui sopra che, per pura cortigianeria, si sono ridotti a sproloquiare di un sistema bancario italiano per decenni protetto e senza competizione (“foresta pietrificata” l’ha definito Callieri, il n.2 della Confindustria2), tacendo invece ovviamente sull’assenza di competizione nei settori chiave dell’economia nazionale, come l’auto, la chimica, la gomma, lo zucchero, l’acciaio, la televisione ecc. (tace anche Amato, singolarmente presidente dell’Antitrust, che della privatizzazione delle banche è stato il massimo ideologo). Leggi punitive, dunque, contro le banche pubbliche “monopoliste”, tanto tremende da decretarne la morte, e contro la FIAT neanche le linguacce?

 

I GLORIOSI CURRICULA DELLE BANCHE PUBBLICHE ITALIANE

E’ avvenuto così che, nella migliore tradizione del dogmatismo nazionale, centinaia di economisti e politici, quelli del coro più mercato e meno stato, abbiano spacciato atti di ordinario dirigismo statale, come la privatizzazione coatta delle banche pubbliche, per passi coraggiosi verso il liberismo. Senza arrossire. Passi per Visco, Cavazzuti e Turci, economisti e parlamentari del Pds che la doppia morale del vecchio Pci ce l’hanno nel DNA. Ma che dire degli altri commentatori? I cinquant’anni che ci separano dallo stato etico, accentratore e dirigistico, sono davvero trascorsi invano?

E neanche hanno perso tempo, questi signori, a spiegarci perché le due più grandi banche europee e tra le più grandi del mondo e tra quelle in miglior salute, il Crédit Agricole e la Deutsche Bank, siano pubbliche (e non sono le sole).

Troppo grande il Monte dei Paschi di Siena per una città così piccola, dicevano in Banca d’Italia. Singolare affermazione, proprio da tecnocrati. Bene, a quando l’esproprio della FIAT alla famiglia Agnelli, la prima immensamente più grande del Monte e la seconda infinitamente più piccola di Siena? (senza contare che fin dal 1472 nel Monte - come nel San Paolo e nella Cariplo - non c’è una lira di denaro pubblico, mentre nella FIAT ...).

Ma torniamo alla storia. Durante tutto questo periodo (dal 1890 ad oggi) le banche pubbliche locali, casse di risparmio comprese, talvolta vecchie di secoli e, per motivi storici e genetici, largamente indipendenti dai poteri centrali, crescevano lentamente ma costantemente senza bisogno di particolari strategie: a loro bastava aspettare le immancabili crisi economiche e, dopo il crollo delle attività produttive, anche quello conseguente delle banche private. E ciò senza una lira d’intervento pubblico, ma solo grazie ad un’accorta ed intelligente gestione imposta da quelle società civili locali che sono le uniche responsabili della fondazione, della capitalizzazione e dei successi delle banche pubbliche fino ai giorni nostri. Queste banche devono infatti la loro lunga e felice sopravvivenza alla naturale prudenza di quelle popolazioni (pensiamo al caso Siena/Monte) da cui è derivata la cauta e fortunata gestione aziendale che dovrebbe essere la caratteristica distintiva di ogni banca - non foss’altro perché s’impiega il risparmio della gente - ma che evidentemente non rientrava e probabilmente non rientra nella cultura delle banche private. Basti per tutte la considerazione che quelle sagge comunità hanno rinunciato per secoli a prelevare, come invece era loro diritto, gli utili prodotti dall’attività bancaria, lasciandoli nelle aziende a garanzia della loro autonomia e del loro sviluppo. Risultato (e questo va fortemente sottolineato): senza la solida àncora rappresentata da quelle banche pubbliche le devastanti crisi economiche di cui si è detto sarebbero state anche irreversibili. Anzi, nel corso degli ultimi cinquant’anni il sistema bancario italiano ha potuto chiamarsi tale solo ed esclusivamente grazie a tre banche pubbliche (il termine è improprio: più giustamente si dovrebbe parlare di banche di proprietà privata delle comunità locali): il San Paolo, la Cariplo e il Monte dei Paschi che hanno conquistato da sole posizioni di dominio del mercato, mentre BNL, Credit, Comit e Banco Roma sopravvivevano esclusivamente sulle spalle del contribuente. Le prime avevano infatti il massimo “rating” internazionale, non le seconde.

 

LE AUTONOMIE LOCALI PIEGATE COME DURANTE IL FASCISMO

Grandi banche, queste tre banche “popolari” del nord, banche di livello europeo, le migliori che avevamo. Com’è possibile allora che un paese civile consenta a un presuntuosissimo Amato (e a decine di altri riformatori improvvisati) di andare al San Paolo di Torino, alla Cariplo di Milano, e al Monte di Siena e pretendere di insegnar loro, secondo il vecchio principio del chi sa fa e chi non sa insegna, come si fa la banca? Si ha un’idea anche approssimativa delle conseguenze di simile arroganza in un campo così delicato? Non è forse successo che i tre banchi meridionali (Napoli, Sicilia e Sardegna) fino a quando sono riusciti a mantenersi indipendenti dall’abbraccio letale del governo centrale e dei suoi partiti hanno proceduto spediti come i banchi settentrionali?

Ma la frittata è ormai fatta e non ci rimane che domandarsi per quale raptus mentale, in un Paese dove è certo ormai che le banche private falliscono tutte con impressionante costanza, si sia corsi con un atto d’imperio centralistico all’improvvisa, isterica, ottusa privatizzazione di quelle pubbliche che un’esperienza plurisecolare ci dice essere invece capaci di sopravvivere a lungo e bene. Perché una campagna così generalizzata, virulenta e velenosa? Non può essere stata la crisi delle banche pubbliche meridionali a scatenare la crociata: al Sud c’è ben altro che non funziona (amministrazioni pubbliche, ospedali, università…), ma nessuno ne chiede la soppressione. E allora? Che dietro l’iniziativa del pesante intervento sulle efficientissime banche pubbliche ci siano altri e meno confessabili motivi? Il governo poteva privatizzare e vendere, se voleva, le banche di proprietà del Tesoro, ma non doveva imporre, come in sostanza ha imposto e impone, la privatizzazione e la vendita di banche che non gli appartengono e che sono esclusiva e particolarissima realizzazione delle popolazioni locali: a quelle popolazioni spettava di decidere la sorte delle proprie banche, non al governo. Cosa si deve pensare di uno stato dove il Governo rende obbligatorio - perché è così che le banche pubbliche sono state privatizzate - ciò che il Parlamento ha deliberato come facoltativo (L. 218/90)? Non ci possiamo scordare di avere a suo tempo letto sulla stampa perfino di una minaccia di puro stampo fascista, fatta dall’allora capo del governo e ministro del tesoro Dini, di privatizzazioni forzate per decreto in quelle situazioni in cui gli enti locali, come nel caso del Monte dei Paschi di Siena, facessero resistenza (legiferare contro i comuni! neanche fossero organizzazioni criminali invece della prima e più autentica istanza democratica del Paese!). E questi signori, ci domandiamo, avevano almeno un modello esistente e valido di banca privata in Italia sul quale parametrare la privatizzazione delle banche pubbliche? La Banca dell’Agricoltura? Certo che non ce l’avevano, ma sono andati avanti lo stesso, imponendo alle banche pubbliche un tremendo salto nel buio (i banchi meridionali sono entrati nella crisi più nera dopo la privatizzazione e leggiamo oggi sulla stampa di alcuni segni di crisi da parte del San Paolo).

 

NON L’AMMODERNAMENTO DELLE BANCHE INTERESSA AL GOVER-NO, MA I LORO SOLDI

Non contenti, dopo aver rassicurato i comuni e le istituzioni locali che la privatizzazione non comportava danno alcuno poiché le fondazioni, risultate dallo scorporo delle banche trasformate in società per azioni, avrebbero conservato la totale e discrezionale disponibilità delle azioni delle banche stesse, ora si sta provvedendo alla stesura di una legge, già approvata in commissione finanze, che impone a quelle fondazioni e, sostanzialmente, agli enti locali di vendere quelle azioni. Così si trattano solo i popoli sottomessi e non fa piacere scoprire che questa è l’opinione che al centro si ha di questa periferia civilissima (d’una civiltà che Roma viziosa può solo sognare).

Ma la prevaricazione non è finita qui. Solo ora appare chiaro il disegno del governo, sul quale concorda a quanto pare anche l’opposizione (non si può non sottolineare il contraddittorio comportamento della Lega Nord in questo frangente): alle fondazioni sarà imposto ben altro che l’alienazione delle loro banche. Esse non avranno infatti alcuna autonomia nel reimpiego del ricavato dalla vendita, ma dovranno sottostare alle decisioni dell’Autorità o del ministro del tesoro, del governo insomma, che non consentirà alternative: si dovranno acquistare titoli di stato. Un bel prestito irredimibile al governo in carica che ad operazione compiuta supererà i 100 mila miliardi e si avvicinerà ai 150 mila: qualcosa come 4 o 5 o 6 finanziarie risparmiate. E questo è l’unico, reale e poco nobile motivo per cui si è voluta la privatizzazione di queste banche, altro che ricerca dell’efficienza e della modernità!

Poi, nell’arco di 30 o 40 anni, quei titoli di stato, paralizzati nei portafogli delle fondazioni, perderanno valore a causa dell’inflazione più o meno strisciante ma comunque cotinua, fino ad estinguersi per morte naturale. Poco male se con loro si estingueranno, lentamente dissanguate, le secolari fondazioni: lo stato centralizzato e scialacquatore avrà messo le sue mani adunche sulla ricchezza di quelle virtuose popolazioni e questo è quello che conta. Non la restituirà più: la sperpererà altrove. Un esempio perfetto di parassitismo del “principe” sul popolo, degno di un regime feudale o tirannico. In meno di mezzo secolo si sarà disperso ciò che le comunità locali hanno accumulato nel corso anche di mezzo millennio. Nel contempo quelle banche saranno finite, tra l’indifferenza generale, nelle mani di speculatori privati forse neanche nazionali, del tipo delle tigri asiatiche, quindi pronte al fallimento.

Ma non basta. Su quei titoli rimasti in mano alle fondazioni lo Stato dovrà pure pagare gli interessi. Si tratterebbe di risorse, almeno all’inizio e prima che l’inflazione ne falcidi il valore, pur sempre capaci di restituire alle fondazioni bancarie ed agli enti locali che le gestiscono, un livello minimo d’autonomia. Ma a questo punto interviene di nuovo l’Autorità o il ministro del tesoro, il governo insomma che, forte del potere consentitogli dalla legge, controllerà le fondazioni, la loro gestione, l’operato degli amministratori con poteri di modifica delle loro delibere e di revoca del loro mandato. Non basta ancora: imporrà loro d’investire il reddito dei titoli in opere pubbliche - scuole, ospedali, assistenza, servizi - in quelle opere, ossia, che sono di squisita competenza statale e per le quali quelle popolazioni, già espropriate delle proprie banche pubbliche, hanno già pagato e pagano abbondanti tasse. Ai Senesi, come a tutte quelle comunità al cui interno è nata una banca o una cassa di risparmio, sarà imposto dunque come, dove, quando e perché spendere i loro soldi. Formula neanche feudale o principesca, ma imperiale e al danno si aggiungerà la beffa e l’insulto. Come si può essere così miopi, così ottusi, così arretrati sul piano della coscienza civile, del rispetto della libertà altrui? Sono queste le autonomie locali? E’ questo il federalismo che si vuole realizzare? Vogliamo condannare ancora una volta il povero Don Sturzo e la sua lezione sulle autonomie civiche?  Possibile che a Roma non ci si renda conto che la corda non si può tirare più di tanto, che gli scricchiolii della maggioranza possono diventare boato, dopo di che la coscienza nazionale, già minata, può dissolversi? Che titoli ha Roma, cicala spendacciona e arrogante, per pretendere di sapere utilizzare quella ricchezza meglio di quegli stessi popoli, di quelle formiche laboriose che l’anno prodotta e conservata?

Questo non è più neanche fascismo, questo è colonialismo! Ne’ più ne’ meno che così si sono comportati e si comportano i governi coloniali nei confronti delle popolazioni assoggettate. Dura lex sed lex, diceva Roma dimenticandosi di spiegare che le leggi dure le faceva lei. Gli altri, i popoli sottomessi, avevano solo il compito di rispettarle. Roma ha perso il pelo ma non il vizio.

 

IL CASO SENESE

A Siena tra i cittadini è sorta l’Associazione per la difesa del Monte che rappresenta i sentimenti e la volontà della stragrande maggioranza dei Senesi, ai quali per ben tre volte è stato rifiutato un referendum sulla materia. L’Associazione ha opposto ricorso presso il Tribunale Amministrativo Regionale al decreto del Ministro del Tesoro che ha autorizzato il Monte dei Paschi di Siena ad avvalersi della facoltà prevista dalla legge 218/90 per conferire l’azienda bancaria nella Banca Monte dei Paschi SpA. Il ricorso poggia le sue ragioni sul fatto, giuridicamente inoppugnabile, che il Monte dei Paschi appartiene alla comunità senese in quanto fu da essa fondato, nella forma attuale, nel 1625 in esecuzione della legge approvata dall’organo legislativo dello Stato di Siena (Consiglio Grande) nell’assemblea del 4.3.1623. Per capire quanto è forte il legame tra questo Popolo e la sua banca basti pensare che sino dall’inizio tutti i cittadini, dal più povero al più ricco, con la sola esclusione del clero, restarono garanti con ogni propria sostanza delle fortune del Monte. Da quel momento in poi, come si è largamente documentato nel ricorso, la Banca è sempre appartenuta, senza interruzione alcuna, alla Città di Siena sia dopo la sua adesione allo Stato unitario nel 1859, sia dopo la riforma del credito del 1936, sia dopo quella del 1993. Il ricorso d’altra parte mette bene in evidenza che sia il Granducato di Toscana che lo Stato sabaudo e quello repubblicano, anziché modificarle, hanno sempre confermato la forma e la sostanza del rapporto giuridico tra la Città e la sua Banca. Non solo: non hanno neanche mai partecipato con contributi, dotazioni o altro alla formazione del suo capitale, risultando quest’ultimo costituito esclusivamente dagli utili trasferiti a riserva nel corso dei secoli per consapevole rinuncia del Comune. Per esemplificare: in soli 10 anni, dal 1982 al 1992, tale rinuncia ammonta a 470 miliardi. A questo austero costume della città e alla sostanziale indipendenza dal potere centrale, si devono i successi del Monte (non è una beffa che quei soldi, ingenuamente accantonati dal popolo invece di spenderli, finiscano ora allo Stato?).  

Questi sono i motivi per cui la decisione di avvalersi o meno della facoltà consentita dalla legge 218/90 di conferire l’azienda bancaria in una società per azioni spettava a quella Comunità e non agli amministratori pro-tempore del Monte, piegati dai partiti di governo, né, tanto meno, al Ministro del Tesoro che quella decisione ha sancito con un decreto.

 

QUANDO IL GOVERNO ROMANO PREVALE SUL POPOLO

E’ stato questo un brutale atto di prevaricazione da parte di un Governo che, pur di raggiungere lo scopo prefissato (la volontà di rendere obbligatorio ciò che era per legge solo facoltativo è stata pubblicamente e ripetutamente proclamata dai suoi membri) e pur conoscendo i sentimenti del popolo senese a tale riguardo, non ha esitato a calpestarne i diritti. Ora si sa che quel ricorso, com’è costume del TAR, non verrà preso in considerazione prima di qualche anno (nel frattempo ne sono già trascorsi due): i tempi per raggiungere l’obiettivo - arrivare alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo - risulteranno intollerabilmente dilatati. Mentre invece nella prima metà del 1995 quello stesso Tribunale, quando c’è stato da difendere gli interessi del Governo (l’annullamento di un’ordinanza del Sindaco di Siena che, sostituendo gli amministratori del Monte di nomina comunale, tendeva a impedirne la privatizzazione) è pervenuto alla sentenza, ovviamente avversa alla comunità, in soli quattro mesi. E’ sempre più difficile poter continuare pensare a questo come a uno stato di diritto.

A Siena la democrazia è un fatto antico, antichissimo visto che data da prima dell’anno Mille: qui è facile considerare Governo e Popolo come un tutt’uno e non come due entità separate (e meno che mai contrapposte). A quanto pare però non è più così. Chissà se si riuscirà mai a far passare il principio, se proprio non sarà possibile ristabilire quell’identità, che almeno si ristabilisca la parità di diritti tra i due soggetti (ma è così radicale, così calvinista pensare che in caso di un innaturale e assurdo conflitto d’interessi tra Governo e Popolo, debba essere quest’ultimo a prevalere?) e a questo Popolo sia concessa quella stessa celerità di giudizio con cui il TAR ha privilegiato il Governo.

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E’ chiaro che la speranza che la legge liberticida sulle fondazioni bancarie sia bocciata in Parlamento è ormai pura fantasia. E meno che mai è pensabile che ne sia varata un’altra che dichiari le popolazioni locali e le fondazioni bancarie che da esse dipendono, assolutamente libere da qualsiasi vincolo romano, tranne quelli, ovviamente, derivanti dalle leggi già vigenti (nel senso che delle banche e delle loro azioni, nonché dei dividendi, le fondazioni faranno assolutamente quello che loro meglio aggrada), libere anche, se lo vorranno, di tornare allo status quo ante.

Per cui non rimane che aspettare che anche quest’ultimo atto d’imperio contribuisca ad approfondire quel solco che si è scavato tra popolo e potentati romani e che si avvicini quindi ancor più il giorno della spallata finale con cui i popoli riconquisteranno la loro autonomia e con essa la democrazia sostanziale.

Una cosa comunque rimane certa: non si sa ovviamente quando ci sarà una nuova crisi economica paragonabile a quelle sopra ricordate, ma di certo sarà la prima in cui l’economia italiana non potrà più contare sul paracadute delle banche pubbliche.

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* Nato a Siena 59 anni fa’, presta la sua opera da 41 anni alle dipendenze del Monte dei Paschi di Siena, di cui dirige attualmente il Credito Agrario

1 - Tale circostanza smentisce in maniera clamorosa l’argomentazione fondamentale usata dai “tecnici” a sostegno dell’opportunità di privatizzare le banche pubbliche, tutte condannate, secondo loro, a morire per asfissia visto che non potevano approvvigionarsi sul mercato dei capitali, come invece possono fare le Spa. Bene, tutte le banche fallite o inghiottite da quelle pubbliche avevano la forma di Spa: né a loro né all’unica Spa sopravvissuta (Banca dell’Agricoltura) la forma societaria ha evitato il dissesto. Evidentemente l’ingresso di capitale privato (sempre definito fresco e vivificante) nelle banche non è così automatico, così connaturato alla forma giuridica della società per azioni, come hanno tentato di accreditare (era così difficile capirlo?). La circostanza getta un’ulteriore luce equivoca su competenza e buona fede dei tecnici in questione.

2 - Il quale (convegno nazionale del Pds sul sistema bancario del 21.11.1996) ha però omesso di spiegare perché la non pietrificata foresta dell’imprenditoria italiana si è guardata bene, nonostante la ghiotta opportunità di un mercato così mal servito da banche pubbliche inefficienti, dal tirare fuori, come la legge consente, i denari necessari alla costituzione di brillanti, attive banche private vincenti.

(Pubblicato su “Federalismo e Libertà”, Anno cinque - Numero uno, Gennaio-Febbraio 1998)