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SIENA E IL MONTE: UN AMORE LUNGO MEZZO MILLENNIO

Quella dell’attaccamento orgoglioso dei Senesi alle proprie istituzioni pubbliche è una peculiarità ben evidente fino dal Medioevo e riconosciuta da tutti gli studiosi, soprattutto stranieri. Una peculiarità che si è conservata nel tempo anche quando, specialmente nei secoli più recenti, il privato stava prendendo ovunque il sopravvento sul pubblico con un crescendo inarrestabile e spesso travolgente. Solo a questa, che fu un’autentica cultura della pubblica istituzione, ossia del bene comune si deve il fatto che a Siena, forse come in nessun’altra città occidentale, fatta eccezione per le capitali di stato, il comparto pubblico prevalga qualitativamente e quantitativamente sul privato, e che nessun’altra città, proporzionalmente, possa vantare una presenza pubblica e istituzionale quale quella rappresentata complessivamente dalle nostre Contrade, sorte dalle antiche compagnie militari popolari tra ‘400 e ‘500, dalla nostra Università fondata nella prima metà del XIII secolo, dal nostro Spedale che affonda le sue radici probabilmente prima dell’anno 1000 e che è diventato il più grande policlinico della Toscana nella città più piccola della regione, dalle nostre accademie e dalla nostra Banca, la quarta o la quinta del Paese.
Ma è soprattutto quest’ultima che sarebbe impensabile senza Siena o, meglio, senza i Senesi e senza la loro viscerale e devota affezione alla Città ed alle sue istituzioni (tant’è che un fenomeno come il Monte, così sproporzionato rispetto alla  comunità che l’ha espresso, non è presente in nessun’altra città italiana e forse del mondo). Quando verso la metà degli anni ’90 del passato secolo, in piena bagarre per le privatizzazioni, sentivamo dire da “esperti” nazionali come Amato, Dini, Ciampi, Cappugi, Spaventa e Visco solo per citare i principali – ma anche da diversi sprovveduti concittadini – che il sistema bancario italiano era un sistema protetto e senza concorrenza perché dominato dalle banche pubbliche, ci domandavamo come fosse possibile che simili personaggi fossero così all’oscuro della realtà, almeno per quanto riguardava il Monte, ma anche le altre due principali banche pubbliche assai simili al Monte, la Cariplo di Milano e il San Paolo di Torino. Per i Senesi del Monte dei Paschi (con ciò intendendo tutti, dai commessi fino ai massimi dirigenti) le altre banche non venivano neanche considerate concorrenti, ma addirittura nemici da battere e mortificare. Infatti, lungi dall’accontentarsi di vivacchiare in un mercato protetto, noi del Monte non praticavamo una normale concorrenza, ma una concorrenza spietata, una sorta di guerra contro tutto il sistema bancario. Era l’antico orgoglio civico comunale che ancora, incosciamente, produceva effetti, così come ancora li produce nelle Contrade: il Monte, appunto come ogni altra Contrada, doveva vincere il suo Palio e come nel Palio ogni mezzo era buono per raggiungere lo scopo. Come per la Contrada, l’Università o lo Spedale anche quello per la Banca era dunque autentico e orgoglioso amore, che stranamente si trasferiva (ma succede anche per la Contrada) a chi senese non era: una cosa insomma che nessun altro istituto di credito italiano e forse del mondo poteva vantare e che fino a una decina d’anni fa, quando la banca è stata privatizzata autoritariamente dall’alto, produceva effetti che erano verificabili e palpabili nel più materiale dei modi: cosa c’è di più materialmente palpabile di un conto economico ogni anno miliardario?
Non esiste altra possibile spiegazione che questa per giustificare la straordinaria fortuna del Monte (fortuna in ogni senso, anche nel senso di patrimonio accumulato) lungo questi 5 secoli mentre a centinaia apparivano e tramontavano regimi, imperi, regni e interi sistemi economici.

QUINDI IL MONTE DEVE TUTTO AI SENESI, ANCHE SE I CUCULI CHE SI SONO INSEDIATI NEGLI ULTIMI ANNI AI SUOI VERTICI ASSERISCONO CHE SIENA DEVE TUTTO AL MONTE QUINDI A LORO.

E’ la lunga storia di questo amore durato mezzo millennio che vi vogliamo raccontare ed anche quella del suo mesto e veloce epilogo iniziato una quindicina di anni fa, quando una classe dirigente quasi totalmente estranea alla cultura della Città, probabilmente la più incolta, ambiziosa e avida della millenaria storia cittadina, ha “conquistato” (non troviamo termine più appropriato di questo) il potere nella Città e nella Banca, realizzando alla fine (1995) la privatizzazione di quest’ultima. Un fenomeno dunque di carattere antropologico, visto che fino ad allora mai i Senesi erano stati in minoranza negli incarichi cittadini più significativi. Così questi signori non hanno saputo o non hanno voluto capire il caso stupefacente che la Città e la sua Banca rappresentavano, di quali forti sentimenti e passioni ambedue fossero frutto e a quali rischi sarebbero state esposte queste due delicate e più uniche che rare costruzioni se non se ne fosse capita l’anima e se di quei forti sentimenti e passioni che le univano se ne fosse ordita la demolizione. Come i barbari di fronte all’Impero romano, essi non si sono chiesti il perché: la ricchezza (ed anche la civiltà e la cultura che essa aveva prodotto) è lì perché è lì e basta, è una cosa da conquistare e consumare, non da costruire. E come barbari si stanno comportando, senza preoccuparsi di ricostituire ciò che “consumano”. Finito il Monte sarà finita la ricchezza da consumare. Solo allora i barbari molleranno la preda ormai spolpata e esamine. Ma sarà finita anche la Città finalmente crollata del medioevo, quello vero, quello buio feudale che Siena non ha mai conosciuto se non per combatterlo con tutte le sue forze (per questo e solo per questo noi abbiamo avuto il privilegio fino a pochi decenni anni fa, di vivere in una civilissima città).

 

Per secoli la Repubblica di Siena aveva dovuto fronteggiare e contrastare con la forza la turbolenta e potentissima famiglia nobiliare dei Salimbeni, che non solo era causa di sanguinose faide in Città (erano nemici giurati dei Tolomei) e di scorrerie predatorie nel territorio che partivano dai loro feudi familiari (Castello di Boccheggiano, Castiglion d’Orcia ecc.), ma che aveva anche mire neanche tanto velate – e questo preoccupava più di ogni altra cosa i buoni repubblicani senesi – a diventar signori dello Stato. Nel 1419 finalmente, approfittando della crisi della loro compagnia bancaria (i cui debiti il Comune dovette pagare), Siena bandì definitivamente i Salimbeni e ne confiscò le proprietà: tra queste anche il loro vasto e munitissimo Castellare, una vera fortezza dentro la Città che comprende ancora una pietrigna casa-torre dugentesca, un grande e bellissimo cassero in cotto rosato del Trecento (la Rocca Salimbeni) e tutta una serie di costruzioni successive che alle due principali fanno corona. Fino alla sua morte solo alla moglie dell’ultimo Salimbeni fu consentito di vivere in un angolo del Castellare, poi alla fine il Comune, a testimonianza della sua totale potestà sull’intero complesso, marcò il sito col suo stemma che ancora si vede nell’atrio principale e che porta inciso l’anno: MCCCCXXIIII. E’ qui che all’atto della sua fondazione nel 1472 sarà collocato il Monte, ed è qui che ancora la Banca, dopo 534 anni, ha la sua sede centrale.  
  Il Monte dei Paschi è un’emanazione tipica ed esclusiva della civiltà senese, come lo sono le Contrade e il loro Palio, ed è unica, come vedremo, nel panorama bancario dell’Occidente. Ma in passato non era così perché i Monti infatti fiorirono un po’ ovunque tra il 1300 e 1400 nell’Italia comunale, ossia nel centro-nord della penisola. A volerli furono i Francescani, pur essi sorti in ambito comunale, col nobile e caritatevole intento (da qui il nome di Monti pii o di Pietà come originariamente quello senese) di dar sollievo alle fasce più miserabili della popolazione, preda di usurai di ogni tipo. Ma i Senesi, assai originali anche allora, anzi lunatici se si sta a ciò che di essi si diceva in Europa (e neanche Dante mancherà di bacchettarli per questo motivo), si distinsero subito da tutti gli altri: impedirono ai Francescani ogni iniziativa perché il loro Monte lo vollero da subito una creazione tutta laica o, meglio, pubblica, come tutte le cose che contavano a Siena. Anche nello scopo vollero distinguersi: il Monte senese non si limitò a contrastare con operazioni di pegno l'usura che tormentava la povera gente, ma raccoglieva anche capitali, che altrimenti i privati avrebbero lasciato sotto il mattone improduttivi, per metterli a disposizione del mercato. Questa seconda attività inizialmente riservata a operazioni fondiarie ma anche mobiliari (specialmente finanziamenti a allevatori e agricoltori), poi si evolse verso operazioni tipicamente di banca: è così che il Monte senese si differenziò nettamente dalle analoghe imprese di tipo assistenziale che i religiosi avevano impiantato in altre città.
Autentica invenzione del genio finanziario italico dell'epoca, il Monte senese fu fondato senza una lira di capitale, ma la Repubblica provvide a dirottarvi parte delle rendite di varie gabelle (vino, carne, pesce). Altre istituzioni pubbliche, come l’Università, lo Spedale e Opere pie, furono obbligate a depositi forzosi, remunerati però al 5%, e perfino una tassa speciale fu imposta ai religiosi e ai loro enti. Più tardi, a garanzia dei risparmiatori e dei loro depositi e comunque a garanzia delle sorti della banca, l’antico Stato senese, ancorché ormai sotto il dominio mediceo, pose le rendite dei pascoli demaniali di Maremma. Da qui il nome “Paschi”.
Questo fatto ci induce a far un passo indietro fino alla transumanza, pratica antichissima certamente di origini preistoriche, assai diffusa su tutta la dorsale appenninica e sulle Alpi e legata ad una delle attività economiche fondamentali per la sopravvivenza stessa dell’uomo e delle sue comunità fin dai primordi: l’allevamento della pecora e la produzione di lana e di alimenti. Ogni autunno, lungo tutta la Penisola, le greggi e gli armenti stanziali sulle montagne scendevano lungo millenari tratturi a svernare nei pascoli della piana e della marina, per poi tornare a primavera da dove erano venuti. Era una migrazione imponente che da sempre attraversava territori sottoposti, escluso il periodo dell’impero romano, a domini diversi e che doveva quindi pagare pedaggi per il transito, la sosta e il pascolo. L’antichissimo tratturo che dall’Appennino e quindi dal Mugello, dal Prato Magno e dal Casentino, attraversando il passo di Gaiole in Chianti o la Valdambra, portava alla Maremma, incrociava proprio qui un’importante ed ancora più antica via di comunicazione tra il nord e il sud della penisola: quella che poi diventerà  la via Cassia in epoca romana e via Francigena in epoca medievale. E’ questo incrocio probabilmente la causa primaria della fondazione del centro abitato che oggi chiamiamo Siena e che per questo motivo ha forse origini ben più antiche (pre-etrusche, per intenderci) di quanto le fonti dicano. Sbaglierebbe quindi chi chiama Siena “figlia della Francigena”: più giusto sarebbe chiamarla “figlia della transumanza” o, meglio, “della  Maremma” così si spiega anche il forte legame affettivo e ideale che da sempre lega i Senesi ad una terra non vicinissima come la Maremma (qualche gregge transitava per Siena ancora nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale).
Quando gli abitanti di questo piccolo borgo (i “borghesi” ), intorno all’anno Mille dell’era cristiana, si costituirono in Comune e cominciarono a confrontarsi e scontrarsi con l’aristocrazia feudale che dai propri castelli arroccati sulle colline della campagna dominava e opprimeva tutto il territorio circostante (i vicini Ricasoli, Berardeschi, Scialenghi, Pannocchieschi, Ardendegheschi e poi i più lontani e potenti Aldobrandeschi), dovettero mirare soprattutto verso sud-ovest (ossia alla Maremma), considerato che a nord e a est dominavano Fiorenza e Arezzo, due città di pianura e per questo assai più ricche e agguerrite, soprattutto la prima, del nostro “villaggio di montagna”. Due o trecento anni dopo il dominio di Siena comprendeva già la Maremma e l’Amiata e arrivava fino all’Argentario e all’Isola del Giglio: un vasto territorio sottratto pezzo dopo pezzo soprattutto agli Aldobrandeschi, i potentissimi feudatari del Papa che dominavano quasi tutto tra Siena e Roma, tanto importanti che a Siena venivano chiamati semplicemente i “conti”. La Maremma, già resa florida dagli Etruschi, da molti secoli era in stato di totale abbandono, acquitrinosa e malsana, ma dotata di ottimi pascoli. Così la transumanza diventa una risorsa fondamentale per la Città, tanto da lasciare più di qualsiasi altra attività una traccia imperitura nella sua urbanistica e toponomastica: nella parte che guarda l’Appennino, una via, una piazza, una porta e un’imponente fonte si chiamano “ovile”). Il Comune volle addirittura raffigurata quella attività nel Palazzo: tra gli “Effetti del buon governo”, l’arcinoto affresco di Ambrogio Lorenzetti, c’è anche un gregge in transito con tanto di cane maremmano al seguito. Non solo: sopra la gestione della transumanza la Repubblica pose forse sin dal 1200 ma certamente sin dal 1300, l'Offizio dei Paschi, una delle magistrature finanziarie più importanti del Comune. I suoi Offiziali saranno a lungo, praticamente fino al 1786, anno di soppressione dello Stato senese, preposti anche alla vigilanza sul Monte dei Paschi. Tutto ciò ci consente di affermare che le radici ideali del Monte dei Paschi affondano nella storia del libero Stato di Siena assai più di quel 1472 che è l’anno ufficiale della sua fondazione.

Da allora il Monte conserverà quasi fino ai giorni nostri quella caratteristica di pubblica utilità per cui fu fondato. In un periodo in cui i tassi di interesse potevano oscillare tra il 50% ed anche il 100% o più su base annua, quelli del Monte per legge furono subito limitati al 7,50% annuo e talvolta scenderanno anche fino a meno del 3%. E gli “avanzi”, come da statuto, dopo oculati accantonamenti a capitale venivano distribuiti in beneficenza ai cittadini e contadini poveri dello Stato. Ciononostante la banca, assistita dalle premurose attenzioni del Comune e dei cittadini, fa subito fortuna, conservando però quella sua caratteristica “morale” originaria fino alla privatizzazione nel 1995 (fino ad allora, dopo sostanziosissimi accantonamenti a riserve e fondi rischi, il 50% degli utili era andato a rafforzare ulteriormente il capitale e il resto ad opere di beneficenza e pubblica utilità). E mai si trovò in condizioni di difficoltà tali da dover attingere alla garanzia rappresentata dalla rendita dei pascoli maremmani, rendita che perciò continuò ad affluire serenamente nelle casse pubbliche. Una fortuna che dura fino alla prima metà del Cinquecento quando Siena è costretta a una guerra disperata e senza quartiere che per sette anni (1552-1559) combatterà con un eroismo senza paragoni, da sola contro gli Spagnoli di Carlo V e i Fiorentini di Cosimo I de' Medici. Alla fine, ridotta a 7000 abitanti dopo che forse 20.000 erano morti delle tre "f", ferro fuoco e fame, (gli storici inglesi, non quelli italiani, diranno che i Senesi allora riscattarono da soli il vergognoso comportamento di tutti gli altri Italiani davanti agli Spagnoli) perde non solo la sua libertà ma si ritrova con un’economia distrutta e il territorio, che come sappiamo arrivava fino al Monte Argentario, totalmente messo a ferro e fuoco dagli usurpatori, tanto che ancora nel 1800 erano visibili gli effetti di quella devastazione.

Il grave ristagno economico seguito alla devastante guerra contro Carlo V e il Medici, interessò ovviamente anche il Monte almeno fino alla seconda decade del 1600, quando i Senesi dopo ripetute proteste (sulla cui “vivacità” non abbiamo dati ma possiamo immaginarla: sarà stata almeno pari a quella con cui impedirono nel 1874 la chiusura dell’Università voluta dal governo romano) ottennero dal principe fiorentino (non più liberi, dovevano risolversi a suppliche per essere autorizzati) di poter  riprendere a pieno ritmo l'attività della loro banca pubblica, e siamo nel 1624, con i soliti scopi della difesa dall'usura, dell’impiego nell’economia locale di capitali privati altrimenti improduttivi e la distribuzione dell’avanzo in beneficenza. Il Granduca però volle farla cadere parecchio dall’alto: prima di tutto pretese che si costituisse un nuovo organismo, il Monte dei Paschi appunto, che affiancasse il vecchio Monte della Pietà (le due attività nella sostanza non erano divise, visto che avevano in comune la sede e gli amministratori, e comunque nel 1783 vennero unificate anche sul piano formale). Dopo di che pose, per legge, una dura condizione: tutti i cittadini senesi dal più povero al più ricco con esclusione del clero (siamo ormai in età controriformistica per cui la Città non poteva più rivendicare quel primato della laicità che aveva contraddistinto il periodo comunale e che le aveva consentito perfino di imporre anche ai religiosi il servizio militare e il pagamento delle tasse) sarebbero restati responsabili delle fortune del Monte con ogni loro avere mobile e immobile ed ogni loro rendita passata e futura. Insomma le sorti della comunità e quelle della banca furono legate a doppio filo e per quello che ne sappiamo la legge che impose quella fideiussione collettiva ai Senesi non è stata mai abrogata e quindi a Siena siamo teoricamente ancora tutti responsabili per il Monte dei Paschi.
E’ dunque comprensibile che chi non sa o non capisce tutto ciò, e sono tanti, non può neanche capire quanto forte sia il legame che unisce Siena e i Senesi alla loro banca.  Ed è a questo legame che l’incredibile costruzione del Monte deve tutto. Sfidiamo chiunque a trovare quale altra fortunata condizione possa giustificare il fenomeno che tutt’ora il Monte rappresenta nel panorama non solo nazionale (si colloca tra le prime 5 banche italiane), ma mondiale. Sfidiamo chiunque a trovare un’altra città anche di maggiori dimensioni che sia stata capace di tanto (anche Firenze aveva il suo Monte ma fallì nel 1800). Facile fare il San Paolo a Torino o la Cariplo a Milano, le uniche due grandi banche che possono essere paragonate al Monte: Torino e Milano sono le due capitali economiche d’Italia, forse le uniche due città italiane autenticamente europee. Ma pensate di fare la stessa cosa a Siena, nell’area più svantaggiata del profondo sud toscano. Ed allora si capisce che è solo l’amore (e la gelosia) dei Senesi per le loro pubbliche istituzioni che ha prodotto il miracolo.  Ecco perché il Monte appartiene per diritto morale a questa Città e al suo territorio. Ma non basta, perché c’è anche il diritto formale.
Dal 1472 e fino al 1939 infatti il Monte, senza mai ricorrere alle casse pubbliche né comunali né statali ossia facendo sempre con i soldi suoi, cresce lentamente ma inesorabilmente, prima estendendo la propria attività a tutti i comuni dello Stato senese, poi della regione e infine dilagando sul territorio nazionale. Ma pur vedendo succedersi ben cinque regimi - l’antica Repubblica, il Granducato mediceo e quello lorenese, lo Stato savoiardo e infine quello fascista - nella sostanza rimase quello che era stato sin dalla fondazione: un ufficio, o una magistratura come si diceva una volta, del Comune di Siena. Così per tutto quel lunghissimo periodo il Comune non solo stendeva e approvava gli statuti della banca, ma nominava per intero la sua deputazione amministratrice, approvava i bilanci e ne incassava i risultati e faceva le assunzioni e le promozioni del personale: un diritto di proprietà assoluto e totale, quindi.
E’ solo il quinto regime, il Fascismo ma deve aspettare il culmine del proprio potere nel 1939, che riesce a mettere in discussione quel diritto: Mussolini voleva a Roma "imperiale" tutto, anche la proprietà delle banche pubbliche, anche le loro direzioni generali (chi ha definito Roma “ladrona” non ha torto: Roma ladrona, dal ratto delle Sabine in poi, lo è sempre stata). La questione infatti fu posta con la riforma bancaria del 1936 che per il Monte dei Paschi in particolare prevedeva la trasformazione da banca comunale in istituto di credito di diritto pubblico, così tranciando via sul piano giuridico il suo collegamento colla Città e trasferendolo allo Stato.
Ma non fu cosa facile neanche per Mussolini. Siena resistette. Il suo fascistissimo podestà (tanto fascista che era podestà ormai da 12 anni), ma più senese che fascista, Fabio Bargagli Petrucci di antica aristocrazia cittadina, si oppose vivacemente e formalmente al provvedimento. Se fino a quel momento aveva creduto che il fascismo fosse davvero quella “legge e ordine” che esso predicava, da allora si dovette ricredere. Fu duramente censurato e lui si dimise polemicamente dall’incarico. Il fatto gli costò una diffida da parte del prefetto e la minaccia di confino e carcere, esattamente come se fosse un normale antifascista. Il suo successore, un altro aristocratico fascista dal risonante nome di Mario Tadini Buoninsegni, fece ancora peggio: denunciò Mussolini al Consiglio di Stato (incredibile, ma vero!) per l’illegittimità del provvedimento: la Banca era proprietà erariale della Città e lo Stato non poteva avervi giurisdizione. In effetti l’art.1 dello statuto della banca, approvato con regio decreto del 1872, ancora recitava: “Il Monte dei Paschi è una istituzione della città di Siena a cui deve la sua origine e perciò il Comune ne ha la sovrintendenza, direzione, tutela e l’amministra per mezzo di un consiglio elettivo”.
Dopo la denuncia anche il Tadini Buoninsegni si dimise. Intanto altri fascisti di sicura fede, ma ben più popolani dei due aristocratici podestà (probabilmente contradaioli della migliore acqua) andarono più per le spicce: pestarono per la strada il presidente del Monte, il nobile Alfredo Bruchi, come se fosse un normale antifascista, mentre invece era addirittura un fascista ante-marcia e addirittura membro della Camera dei Fasci, perché aveva tramato con Mussolini per il trasferimento del Monte al governo centrale e a Roma
Dopo le polemiche dimissioni dei due podestà Bargagli Petrucci e Tadini Buoninsegni, toccherà al terzo podestà prontamente nominato (un altro patrizio senese: Luigi Socini Guelfi) a chiudere la questione con un onorevole compromesso (onorevole per l’epoca, ma come si vedrà foriero di ulteriori sciagure): il ricorso al Consiglio di Stato viene ritirato e il Monte rimane a Siena, ma diventa Istituto di Credito di diritto pubblico e gli otto di Deputazione, fino ad allora di esclusiva e totale competenza comunale, vengono così suddivisi: quattro al Comune, tre al governo romano tra cui il presidente che avrà voto doppio in caso di parità, ed uno alla Provincia, che si sapeva ben allineata sulle posizioni governative. Così il governo fascista si assicura il controllo formale della Banca, ma nella sostanza vi rinuncia perché anche i tre di nomina governativa devono essere scelti tra i senesi.
Poi c’è la bufera della seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo. Nel dopo guerra il Comune fa un tentativo affinché tra le leggi fasciste da cancellare ci fosse anche quella che aveva tentato di sottrarre la proprietà del Monte alla Città trasformandolo in istituto di credito di diritto pubblico. Ma nel 1952 si lasciò cadere ogni pretesa ed ancora ce ne domandiamo il perché (le sedute del Consiglio comunale furono secretate e tenute a porte chiuse). La nuova fazione al potere era antifascista, sì, ma probabilmente non altrettanto senese quanto le erano stati i podestà di prima della guerra. Così il Monte resta istituto di credito di diritto pubblico e quindi sostanzialmente gravitante nell’orbita statale. Tuttavia i democristiani, che dopo la caduta del Fascismo hanno governato il paese dal 1945 al 1992, hanno rispettato quell’accordo stipulato nel 1939 che, se di diritto espropriava la Banca a Siena, di fatto ne riservava il possesso interamente alla Città. Fu la fortuna del Monte, perché altrimenti, se fosse stato risucchiato da una Roma totalmente in mano DC, avrebbe presto fatta la fine dei banchi meridionali (Napoli, Sicilia e Sardegna) o della BNL. Invece, lasciato alle amorevoli cure dei Senesi e superate le drammatiche vicissitudini del periodo post-bellico, nei successivi 50 anni è senza dubbio la banca più brillante d’Italia: da banca poco più che provinciale ascende al quarto posto nella classifica nazionale e, a capo di un gruppo con oltre mille sportelli e 20.000 dipendenti alla fine, dilaga anche all’estero preceduta dalla fama di banca più solida d’Europa o quasi.

Com’è stato possibile tutto ciò, visto il modesto punto di partenza? Non dimentichiamoci che le banche crescono bene esclusivamente nei grandi centri finanziari mondiali. E Siena era esattamente l’opposto: un centro agricolo nella profonda provincia toscana, lontana da traffici materiali e culturali. La ragione di fondo l’ho già spiegata: il profondo millenario amore che la comunità senese nutre nei confronti delle sue creature. Anche nell’impresa economica l’attacamento della proprietà alla propria creatura è la “condicio sine qua non”: senza di esso nulla possono intelligenza, disponibilità di mezzi, professionalità.

Ecco: questo è esattamente quello che è successo al Monte, banca amata come nessun’altra al mondo. Per secoli la proprietà del Monte, ossia la comunità senese, buoni o scarsi che fossero i bilanci di fine d’anno, di una cosa sola si preoccupava: che la maggior parte degli utili prodotti dall’azienda rimanessero nell’azienda, andando a impinguare fondi rischi e riserve, ossia a incrementarne il capitale. Una parte minoritaria veniva poi dichiarata come utile ufficiale e ripartito: il 50% al Comune per le opere di beneficenza e di pubblica utilità, il resto ancora a riserve, ossia a capitale. Tanto perché sia chiaro quanto sia cambiata la mentalità rispetto neanche a 10 anni fa, oggi si fanno i salti mortali per dichiarare utili che non ci sono, per gonfiare i bilanci, insomma per fare bella figura del tutto immeritata con l’opinione pubblica e gli azionisti, allora i salti mortali si facevano per nascondere gli utili. Allora era ancora l’antica cultura senese del “meglio essere che sembrare” che dominava, oggi purtroppo quella cultura è stata assolutamente rovesciata: meglio sembrare (sulla stampa, alla TV) che essere.
Questa è stata l’unica linea strategica che il Monte ha seguito fino alla privatizzazione: guadagnare e accantonare, poco o tanto che fosse il guadagno. A differenza di oggi non esistevano strategie da sciorinare alla stampa (anzi!) e non esistevano, sempre a differenza di oggi, neanche gli strateghi, visto che la massima dirigenza veniva tutta dalla gavetta e non da università o da altre prestigiose esperienze finanziarie. Allora, quando non c’era bisogno di vendere fumo, non esistevano neanche i piani industriali. Era la situazione obiettiva che si incaricava di premiare le formiche e punire le cicale. Ogni 10, massimo 20 anni, infatti sopraggiungeva una crisi dell’economia, congiunturale o, peggio, strutturale. Allora, volente o nolente che il Monte fosse, non aveva alternative: il mercato si affollava di occasioni a prezzi stracciati, e anche se il Monte non avesse voluto ci pensava la Banca d’Italia a fargli comprare le banche in difficoltà, se non il governo stesso come successe negli anni ’30 quando Musolini obbligò il Monte a comprare due banche fiorentine fallite riunendole poi sotto l’unica ragione sociale di Banca Toscana. Così mentre buona parte delle banche concorrenti spariva dal mercato, il Monte e le altre banche come lui (soprattutto San Paolo e Cariplo) crescevano in maniera spontanea e naturale.
Oggi non è più così, ma questo formerà oggetto di un’altra conferenza che abbiamo intenzione di fare: qui ora parliamo della storia del Monte, prossimamente parleremo delle possibili ipotesi sul suo futuro. Bisognerà infatti parlare del futuro del Monte, visto che non ne parla nessuno e visto soprattutto che se possiamo dare una valutazione eccezionalmente positiva del suo passato, non altrettanto possiamo farla del suo presente e purtroppo temiamo, del suo possibile futuro. E questo perché a un certo punto della sua storia, il Monte si è imbattuto in un imprevisto terribile: improvvisamente è stato privatizzato, senza che nessuno si rendesse conto che il progressivo ingresso dei privati comportava un costo spaventoso: la recisione del cordone ombelicale che lo univa alla Città ed ai senesi, ossia l’eliminazione dell’unico fattore responsabile della sua solidissima salute.

E’ successo che nel 1992 arriva “Mani pulite”, che purtroppo non porta fortuna a Siena. Ovviamente non c’erano allora problemi di moralità e la Banca e la Città restano giustamente fuori dalla bagarre. Ma la Dc e anche il Psi che con essa governava il Paese, ossia le forze politiche che avevano garantito per mezzo secolo l’autonomia senese del Monte, spariscono dal panorama politico nazionale.

Quindi spariscono DC e PSI  e cominciano a scorrazzare i “tecnici” sia della nuova destra che della vecchia sinistra, anche comunista. Anzi è quest’ultima che per la prima volta nella storia del Paese conquista il potere: soprattutto Amato, Ciampi, Dini, Prodi ma anche Bassanini, Visco e D’Alema (che tecnico non era e non è, ma uomo di potere, dopo essere “passato sui cadaveri” di Veltroni e Occhetto, sicuramente sì). La sinistra, rovesciando un antico assioma sul quale aveva fondato le sue fortune, si lancia nell’operazione politicamente più di destra che si possa immaginare: la privatizzazione dei beni e delle aziende di proprietà pubblica, ossia di proprietà popolare. La cosa può apparire sorprendente, perché le privatizzazioni sono possibili solo assecondando l’interesse di chi ha il denaro per comprare, ossia assecondando l’interesse proprio di quello che la sinistra aveva eletto a suo nemico storico: il capitalismo, nella fattispecie quello italiano, il peggiore e il più corrotto dell’Europa occidentale. Una contraddizione questa che ai più potrebbe apparire insuperabile, ma evidentemente la coerenza non è più un requisito necessario per fare politica in Italia. Probabilmente hanno ragione coloro che sostengono essere la coerenza un lusso per chi ha cento anni di fame arretrata.

 
E’ a questo punto (1994-95) che la frattura provocata dal Fascismo nel 1936-39 con la trasformazione della Banca da comunale a istituto di credito di diritto pubblico, produce tutti i suoi effetti perversi: anche il Monte secondo il governo nazionale e i partiti che lo sostengono, soprattutto quello comunista, ma anche i partiti dell’opposizione nazionale e locale (i quali si limitano a lamentare che la privatizzazione non si faccia abbastanza in fretta), può essere privatizzato prescindendo dalla volontà del suo proprietario, ossia della comunità che l’ha partorito e fatto crescere, bastando all’uopo un decreto ministeriale.

Bisogna avere ben presente la situazione. Alla data della privatizzazione il sistema bancario italiano meritava di chiamarsi tale solamente per la presenza di tre banche pubbliche: il Monte senese, il San Paolo torinese e la Cariplo milanese, tra le migliori banche europee. Per il resto era un cimitero o un cronicario di banche private. Fior di personaggi sedicenti addetti ai lavori (Amato, Dini, Ciampi e poi anche una nutrita schiera di accademici anche senesi, per non parlare della Confindustria) non facevano che terrorizzare l’opinione pubblica col fatto che il sistema bancario italiano era in mani pubbliche e che ciò rappresentava una distorsione pesante del mercato con danni all’economia di largo rilievo. Nessuno che avesse chiesto loro come fosse stato possibile il determinarsi di simile grave anomalia. E loro si sono guardati bene dallo spiegarlo. Poiché non è pensabile che fossero così digiuni della storia recente del Paese e che quindi non conoscessero la risposta a quella domanda, è ragionevole sospettare che il loro silenzio a tale proposito fosse interessato. Cercherò di spiegare perché.  

Bisogna partire dal fatto che nessun paese dell’occidente soffre di conformismo come il nostro. Però il modo con cui una mattina abbiamo scoperto con raccapriccio che il sistema bancario italiano era soprattutto pubblico, facendoci quindi prendere da un’improvvisa e duratura crisi isterica, va oltre il conformismo. Questa necessità assoluta, improvvisa e devastante come un temporale d’estate, di dover privatizzare in massa le banche, più che il conformismo infatti, richiama alla mente la caccia alle streghe e la santa inquisizione (altri due campi in cui non temiamo rivali). Insomma è stato fatto il possibile affinché ci vergognassimo di avere un sistema bancario in gran parte pubblico. E’ soprattutto per parlarvi di questa irrazionalità, e del modo e del perché è stata indotta nella pubblica opinione, che voglio rubarvi un po’ di tempo.

Si può essere indulgenti nei confronti degli sprovveduti, dell’uomo della strada che contro il proprio interesse si è lasciato convincere con poco sforzo ad accettare una legiferazione sulla privatizzazione delle banche pubbliche di sapore non vagamente fascista. Ma non si possono perdonare i tanti luminari che nel settore operano per motivi culturali e professionali (uomini delle università e della Bankit per esempio, molti approdati poi ai banchi del governo ed anche più su) che sono stati presi dallo stesso improvviso raptus.
Non uno di quegli inquisitori, infatti, che si sia posto - dovere primo di ogni studioso anche meno che mediocre - il più banale dei quesiti: perché? perché le banche in Italia erano soprattutto pubbliche? Noi pensiamo di conoscere i motivi di questa omissione nient’affatto involontaria. Se infatti si fossero posti pubblicamente quella domanda, questi apologeti delle privatizzazioni - in massima parte politici di vaglia, economisti universitari e banchieri - avrebbero dovuto dare una risposta che avrebbe distrutto la tesi che invece volevano sostenere (un sistema bancario è buono se è privato).

La verità taciuta da questi signori è che in Italia il sistema creditizio era soprattutto pubblico perché le banche private italiane hanno tutte e da sempre la deplorevole abitudine di fallire. Hanno cominciato a fallire subito, sin dagli albori dello stato unitario, e non hanno più smesso. Nella prima grande crisi economica della Stato Unitario, tra il 1880 e il 1890 sparirono tutte le grandi banche: Banca Generale, Banca Romana di sconto, Società di Credito Generale ecc. Ricostituite, con capitale soprattutto tedesco visto che le risorse italiane erano state distrutte in quei fallimenti, rifallirono nuovamente tutte nella seconda grande crisi intorno al 1930 (Comit, Credit, Banco Roma, Banca Toscana ecc.). Ed hanno poi continuato a sparire dal dopoguerra ad oggi nella stessa misura, anche se in maniera più diluita nel tempo grazie a quel patto internazionale sul controllo dell’economia che doveva scongiurare le grandi crisi e che va sotto il nome di Bretton Woods (1944): il Banco Ambrosiano, la Banca Privata Italiana, l’Istituto Bancario Italiano, la Banca d’America e d’Italia, la Banca Nazionale dell’Agricoltura. E ciò senza contare le centinaia di banche minori in crisi nel frattempo assorbite, viste le condizioni in cui versavano quelle private, esclusivamente dalle banche pubbliche. Una simile mortalità aziendale tra le banche private, unica tra i sistemi bancari dei paesi più avanzati, ci dice solamente non solo che, a dispetto di quei soloni, la concorrenza c’era, ma che era addirittura feroce. E ciò la dice lunga sull’onestà intellettuale o sulla competenza degli esperti di cui sopra che, per puro opportunismo, continuavano a sostenere che il sistema bancario italiano a causa delle banche pubbliche era un sistema senza concorrenza. Oltretutto ci si lamentava di una sorta di monopolio creditizio che non c’era e si taceva dei monopoli, ossia dell’assenza totale di competizione addirittura nei settori chiave dell’economia nazionale, come l’auto, la chimica, la gomma, lo zucchero, l’acciaio, la televisione ecc. (su tali monopoli taceva anche Amato, singolarmente presidente dell’Antitrust, che della privatizzazione delle banche è stato il massimo ideologo). Leggi punitive, dunque, contro le banche pubbliche “monopoliste”, tanto tremende da decretarne la morte, e contro la FIAT neanche le linguacce? Come si fa a pensare alla buona fede di quei signori?
Di più. Nella migliore tradizione del dogmatismo nazionale, centinaia di economisti e politici, quelli del coro più mercato e meno stato, hanno spacciato atti di ordinario dirigismo statale, come la privatizzazione coatta delle banche pubbliche non statali, ossia appartenenti alle comunità locali per passi coraggiosi verso il liberismo. Senza arrossire. Passi per Visco, Cavazzuti e Turci, economisti e parlamentari del Pds che la doppia morale del vecchio Pci ce l’avevano nel DNA. Ma che dire degli altri commentatori, degli esponenti degli altri partiti che della libertà e del libero mercato facevano una bandiera? I 50 anni che ci separavano allora dallo stato etico, accentratore e dirigistico, erano e sono davvero trascorsi invano?

E neanche hanno perso tempo, questi signori, a spiegarci perché le due più grandi banche europee e tra le più grandi del mondo e tra quelle in miglior salute, la francese Crédit Agricole e la tedesca Deutsche Bank, fossero e siano pubbliche (e non sono le sole).

Troppo grande il Monte dei Paschi di Siena per una città così piccola, dicevano in Banca d’Italia. Singolare affermazione, proprio da tecnocrati. Bene, a quando l’esproprio della FIAT alla famiglia Agnelli, la prima immensamente più grande del Monte e la seconda infinitamente più piccola di Siena? (senza contare che fin dal 1472 nel Monte - come nel San Paolo e nella Cariplo - non c’è una lira di denaro pubblico, mentre nella FIAT ...).

 

Ma la frittata è ormai fatta e non ci rimane che domandarsi per quale raptus mentale, in un Paese dove è certo ormai che le banche private falliscono tutte con impressionante costanza, si sia corsi con un atto d’imperio centralistico all’improvvisa, isterica, ottusa privatizzazione di quelle pubbliche che un’esperienza plurisecolare ci dice essere invece capaci di sopravvivere a lungo e bene. Perché una campagna così generalizzata, virulenta e velenosa? Non può essere stata la crisi delle banche pubbliche meridionali a scatenare la crociata: al Sud c’è ben altro che non funziona, ma nessuno ne chiede la soppressione. E allora? Che dietro l’iniziativa ci siano altri e meno confessabili motivi? Il governo poteva privatizzare e vendere, se voleva, le banche di proprietà del Tesoro, ma non doveva imporre, come in sostanza ha imposto e impone, la privatizzazione e la vendita di banche che non gli appartengono e che sono esclusiva e particolarissima realizzazione delle popolazioni locali: a quelle popolazioni spettava di decidere la sorte delle proprie banche, non al governo. Cosa si deve pensare di uno stato dove il Governo rende obbligatorio - perché è così che le banche pubbliche sono state privatizzate - ciò che il Parlamento ha deliberato come facoltativo (L. 218/90)? Non ci possiamo scordare di avere a suo tempo letto sulla stampa perfino di una minaccia di puro stampo fascista, fatta dall’allora capo del governo e ministro del tesoro Dini, di privatizzazioni forzate per decreto in quelle situazioni in cui gli enti locali, come nel caso del Monte dei Paschi di Siena, facessero resistenza (legiferare contro i comuni! neanche fossero organizzazioni criminali invece della prima e più autentica istanza democratica del Paese!). E questi signori, ci domandiamo, avevano almeno un modello esistente e valido di banca privata in Italia sul quale parametrare la privatizzazione delle banche pubbliche? Certo che no, le banche private erano tutte fallite. Ma sono andati avanti lo stesso, imponendo alle banche pubbliche un tremendo salto nel buio.
La resistenza della Città fu grande, ma solo a livello di popolo (anche le Contrade si mobilitarono), visto che la classe dirigente locale, dai comunisti (soprattutto) agli altri partiti di maggioranza e opposizione, dai sindacati alla confindustria, dall’Università all’arcivescovo, si schierò per la definitiva privatizzazione del Monte. Resta difficile pensare che tutti quei signori fossero in buona fede quando dicevano che con tutte le azioni in mano alla Fondazione nata dalla privatizzazione meglio sarebbe stata dimostrabile la proprietà della banca da parte della Città. E’ più facile che abbiano preferito passare da scemi facendo finta di non sapere che le azioni erano vendibili sul mercato, con estrema facilità com’è successo, al maggior acquirente (un maggior acquirente che era follia pensare potesse trovarsi a Siena, viste le ridottissime dimensioni della Città e quelle spaventosamente più grandi del bene in vendita). Così i comunisti di oggi si sono manifestati peggiori dei fascisti di allora, anzi, in quanto proni ai voleri di Roma, si sono dimostrati più fascisti dei fascisti stessi: nessuno che abbia ricorso, come nel 1936, alle vie legali contro Amato, Dini o Ciampi o D’Alema, nessuno che si sia dimesso da qualsivoglia carica, nessuno che abbia, non diciamo picchiato, ma almeno fatto le linguacce a chi trescava con Roma. Anzi hanno considerato la privatizzazione una loro personale vittoria. Per indorare la pillola giuravano che prima di vendere una sola azione ai privati avrebbero dovuto passare sul loro cadavere.

Ma già due anni dopo si cominciò a dire che per controllare la banca non c’era bisogno che la Fondazione detenesse il 100% delle azioni: un poco se ne poteva anche vendere. E poi comunque, venuto meno lo scudo rappresentato dal carattere pubblicistico del Monte, ora il governo, con atti per lo più illegittimi, aveva mano libera per imporre alla Fondazione di vendere sul mercato le azioni del Monte. Con l’ultima legge finanziaria il limite imposto è del 30%.  
Ma procediamo con ordine.
Nel 1995 dunque la Banca viene scippata ai Senesi e trasformata in società per azioni con un autoritario decreto del governo romano. Le azioni sono detenute totalmente dal nuovo ente, la Fondazione, che come l’antica banca continuerà ad essere gestita da otto Deputati così nominati: quattro dal Comune, tre dalla Provincia, uno dalla Regione. Come si vede non ci sono più i tre rappresentanti del governo, per cui è il Pci-Ds che, grazie al controllo di Comune, Provincia e Regione, controlla per intero la Fondazione. Questa, pressata dal governo romano, all’epoca pure in mano alla sinistra, comincia l’alienazione delle azioni. A comprare sotto costo sono soprattutto privati finanzieri della levatura di Caltagirone e Gnutti vicini alla CdL, nonché finanzieri vicini a An come Gorgoni e Semeraro e De Bustis: A questi ultimi le azioni vengono quasi regalate: la minuscola banca di cui erano i maggiori azionisti, la Banca 121, tutta apparenza ma sostanza prossima allo zero e forse meno, viene pagata ben 2600 miliardi (il De Bustis, direttore generale della piccola e malmessa banca, e grande amico di D’Alema, viene addirittura nominato direttore generale del Monte dei Paschi).
Nel frattempo si dà mano a una sorta di pulizia etnica, cacciando i Senesi dalla Banca e dalla Fondazione (nella Deputazione della Fondazione non c’è neanche una senese, e nel cda della banca su sedici componenti solo uno o due sono nati a Siena). Lo stesso avviene nella tecnocrazia aziendale soprattutto a causa dell’assunzione di responsabilità da parte di esponenti della Banca 121, della cui amicizia D’Alema ha dichiarato di onorarsi,  che praticamente controllano il Monte.
Insomma si completa il progetto di eliminazione dell’unico fattore responsabile delle fortune del Monte: la sua senesità.
Ma scatta un altro meccanismo.

Adam Smith, 1754, a proposito delle nascenti società per azioni anonime (le public company a cui Starnini e compagni guardavano con devota attenzione quando privatizzarono il Monte dei Paschi): “Queste società sono dirette senza controllo da individui che non impiegano il proprio denaro nell’impresa e che non possono quindi impegnarsi con la passione e l’accortezza che è naturale in chi rischia in proprio: esse vivono pertanto nella confusione e nella trascuratezza e sono destinate a poco onorevole fine”.
 Gli effetti non si fanno attendere. Il Monte, sganciati gli ormeggi che lo tenevano legato alla Città, da solidissimo che era in soli dieci anni smette di guadagnare. Quando si smette di guadagnare ovviamente si dovrebbe anche smettere di spendere, ma – è questo è sintomatico quanto nient’altro per fa capire il tremendo cambiamento antropologico che si è verificato al Monte – questa non è una regola per il Monte: pur di dimostrare di essere bravi come gli amministratori del passato, l’attuale vertice della banca, politicamente sorretto dal partito dominante a Siena, si inventa utili che non ci sono e li sbandiera sulla stampa, come è successo nel 2002 e 2003. Per far questo, ossia per coprire il deficit, si riduce a consumare gli utili del passato (prelevamento da riserva) e quelli del futuro (cartolarizzazione dei mutui): mai si era sentito di una banca costretta a simili “ingegnerie”. E si vendono anche gioielli di famiglia come la ricca partecipazione nell’ottimo San Paolo e la cassa di Prato. Che proprio il Monte dovesse ricorrere a simili escamotage (è come la famiglia che pur di andare in vacanza intacca il capitale) dà la dimensione esatta dello spaventoso prezzo che ha dovuto pagare alla privatizzazione.
Io tronco qui questa mia rievocazione della storia del Monte. Dovrei parlarvi delle ipotesi ……(perdita del Monte)

.......ma questo farà parte della prossima puntata.