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27.4.2007   - Bilancio 2006 

Assemblea dei soci della Banca

MONTE DEI PASCHI DI SIENA

 

 

Bilancio al 31.12.2006

 

Siena 27.4.2007

 

            Breve premessa estemporanea.

Non so quale mestiere faccia il socio Bompani che mi ha appena preceduto. Di certo non ha capito che non si deve lodare, come ha fatto, l’attuale amministrazione per le plusvalenze derivanti da vendite di cespiti antichi e portate come profitti di questo bilancio. Questa amministrazione infatti non ha nessun merito, che invece va esclusivamente ascritto alle vecchie amministrazioni di un periodo felice ormai lontano, quando quei cespiti si era soliti acquisire, non vendere come ora succede. Poco male per Bompani, perché i misteri dei bilanci non sono alla portata di tutti. Ma se egli esercitasse invece una professione di tipo commerciale o finanziario, beh, allora ci sarebbe da preoccuparsi.

Sig. Presidente, lei ha detto nella sua relazione due cose molto inquietanti.
La prima è che il Monte è lontano dall’eccellenza. Ma come è potuto succedere ciò, se eccellente questa banca è sempre stata almeno fino a quando è rimasta banca pubblica? Aveva la massima considerazione in Europa e sempre massimo, ripeto massimo, rating da parte di tutte le agenzie specializzate. Perché, Presidente, non ci ha spiegato com’è che si è persa quell’eccellenza nonostante che il Monte fosse stato privatizzato, a detta di tutti ed anche sua, proprio perché quell’eccellenza fosse addirittura esaltata?
La seconda è che il non essere competitivamente all’altezza della situazione espone qualsiasi impresa, anche grande e forte, al rischio di essere fagocitata. Perché si è fermato qui? Il Monte corre questo rischio? Sta forse mettendo le mani avanti per crearsi un alibi, quando questo succederà?

Buon giorno a tutti. Sono Mauro Aurigi, già  dipendente per ben 42 anni del Monte. Me ne sono andato nel 1999 con ben 5 anni di anticipo perché non riuscivo a convivere con la situazione che al Monte si è creata dopo la sua privatizzazione. Ora del Monte sono non un piccolo azionista, ma un micro-azionista.
Siccome non ambisco a diventare assessore, la mia relazione che segue non sarà così condiscendente e accomodante come quella dell’assessore Fiorenzani.

Ma veniamo a noi e alla relazione che avevo preparato.

 

Signori Azionisti,

                            in precedenti assemblee ho già avuto occasione di lamentarmi per l’incomprensibilità del bilancio, almeno per quanto riguarda la sua parte illustrativa e i commenti alle voci. Oggi mi devo complimentare col sig. Presidente perché quanto a comprensibilità la situazione è di molto peggiorata. Più che un documento indirizzato agli azionisti, appare come una dotta comunicazione per un congresso di analisti finanziari di vaglia.

Meno male che c’è il linguaggio dei numeri, certo anch’esso assai complesso, ma meno suscettibile di arcane alchimie. Ed è questo linguaggio, al quale mi atterrò esclusivamente, che fa giustizia sia di tanto sofisticata e vertiginosa letteratura, sia delle affermazioni trionfalistiche – queste sì, rese in termini accessibili – che sono apparse sulla stampa (“il migliore bilancio di sempre!”).

 

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Da che mondo è mondo il dato primario, empirico quanto si vuole, ma assolutamente il più significativo di ogni altro per valutare efficacia e efficienza di una banca, è stata la dinamica della raccolta, ossia l’andamento dei depositi: era soprattutto sulla base della loro più o meno rilevante crescita (non voglio neanche pensare alla decrescita) che una banca era valutata.

Guardiamo allora cosa ci dice il bilancio.

                                       (in milioni)         2006                   2005           differenza                       %

10. Depositi da banche:                             20.456                20.144        + 312                       +1,5
20. Depositi da clienti                                38.284                37.707        + 577                       +1,5
                                                         -----------------------------------------------------------------               
                         Totale                                  58.740                57.851        + 889               +1,5

La raccolta è cresciuta  solo dell’1,5%: non ha recuperato neanche l’inflazione, ossia è diminuita in termini reali. Brutto, pessimo segnale.

Nel frattempo però gli impieghi presso banche e clienti sono arrivati a ben 80.828 (nel 2005 erano 69.597, ossia c’è stato un incremento di 11.291 pari a +16,2%). Gli impieghi dunque superano i depositi di ben 22 miliardi di euro. Insomma questa banca ha rovesciato un criterio che la voleva fortemente liquida e con margini della raccolta sugli impieghi amplissimi. Mi domando con cosa si sia sopperito per coprire la differenza, dove si siano trovate le risorse per coprire un simile inquietante squilibrio. Ho cercato la risposta nell’enorme mucchio di considerazioni contenute nei tre tomi che mi sono stati consegnati, considerazioni tanto dettagliate quanto incomprensibili, ma quella risposta non l’ho trovata. Mi sono immaginato che si fosse fatto ricorso alle obbligazioni. C’è una voce, la n. 30 delle passività patrimoniali, “Titoli in circolazione” pari a 24 miliardi che potrebbe adattarsi allo scopo. Ma anche se fosse vero, e probabilmente non lo è, ciò non consentirebbe di raggiungere un margine di sicurezza tra impieghi e depositi tale da farmi sentire tranquillo, perché la provvista complessiva (depositi + titoli) supererebbe di soli 2 miliardi gli 80 miliardi di impieghi. E poi quale ratio ci sarebbe nell’emettere obbligazioni per finanziare gli impieghi all’economia?

L’attività di intermediazione è ancora l’attività principe di una banca: se questa entra in crisi non servirà che altri comparti siano in buona salute per mettere l’intera struttura al riparo di rischi gravissimi.

E anche se di questo fenomeno soffrisse tutto il sistema bancario (mi pare che un raffronto del genere, ancorché generico, sia del tutto assente nella relazione), ossia se fossimo nella media del sistema, ciò confermerebbe sempre che stiamo recedendo almeno rispetto ad un passato neanche tanto lontano in cui la nostra vecchia e “elefantiaca” Banca pubblica aveva un rapporto depositi/impieghi di assoluta tranquillità. Per inciso: i tassi di crescita dei depositi, che erano sempre maggiori di quelli degli impieghi, prescindevano sempre da eventuali crisi in atto ed erano sempre largamente al di sopra della media, e spesso al di sopra di qualsiasi altro concorrente. Questo rovesciamento dei dati, ripeto, è di per sé inquietante.

Forse i miei limiti personali non mi hanno consentito di trovare la risposta logica, ma vorrei essere tranquillizzato, dati alla mano, a tale proposito.

Signori azionisti, voi direte: cosa ci importa dei dati disaggregati della gestione, anche dei più importanti, quando la cartina al tornasole di tutto quanto è il dato di sintesi finale, il risultato d’esercizio, che quest’anno si attesta addirittura su 868 milioni, ossia 498 più dell’esercizio precedente con un incremento del 135%?

Io invece dico che ci importa e lo dimostro subito.

Ci sono due componenti attive del conto economico che vi prego di prendere in considerazione perché molto interessanti sia per la qualità che per il valore.

70.    Dividendi e proventi simili                                 661 milioni
100.  Utili per vendita di attività finanziarie               399 milioni
                                                                                 ------------------
                                           Totale                            1 .060 milioni

Ben un miliardo di profitti derivanti da dividendi e da surplus da alienazione di cespiti, contro solo 868 milioni di utile netto finale dichiarato! Insomma la Banca sarebbe in utile solo per attività non tipiche, astraendo dalle quali e basandoci esclusivamente sulla sua attività tipica avremmo una perdita secca o comunque un risultato che non si discosta di molto da zero. Insomma un po’ pochino per un’azienda che conta quasi 7 miliardi di capitale e quasi 20.000 dipendenti e un’enorme quantità di dirigenti strapagati (per non parlare del cda). Tutto questo patrimonio e tutta questa gente per rendere nulla! E per giunta in un momento di vacche grasse come non si conosceva da tempo.

Devo dire che la prassi odierna di dichiarare utili ricorrendo alle riserve nascoste accumulate nel passato e di strombazzare trionfalisticamente il risultato di una simile poco virtuosa operazione come se fosse effetto della buona gestione attuale, è ormai diventata una regola.

Nel bilancio 2002 si dichiarò un utile ricorrendo ad una plusvalenza nella vendita della Cariprato di 279 milioni, ad una cartolarizzazione dei mutui che fruttò 78 milioni, e ad una riduzione del fondo rischi bancari generali per altri 85 (in totale 442 milioni di euro).

Nel bilancio 2003 si prelevarono da riserva 300 milioni, mentre se ne ottennero 82 da un’ulteriore cartolarizzazione dei mutui: in totale di 382 milioni di euro (questa di fare il bilancio con gli utili, contemporaneamente, del passato e del futuro è un primato da Guiness).

I bilanci del 2004 e 2005 non ho potuto visionarli per miei personali impedimenti vari, ma mi auguravo che nel frattempo la prassi fosse cambiata e si fosse tornati a più virtuosi comportamenti. Ma non deve essere così, visto che nel 2006 si persevera. Insomma questa banca non guadagna più e per far finta di avere guadagnato ricorre agli accantonamenti fatti in un passato virtuoso.

Mi domando cosa succederà quando quegli accantonamenti, quelle riserve occulte che stanno nei cespiti creati tanti anni fa e lasciati a libro ai valori originari o poco più, saranno esauriti.

Si è praticamente venduto o si sta per vendere, come mai e ripeto mai era successo (il Monte ha un passato di solo e esclusivamente acquisizioni). Ecco la lista: Cariprato, le partecipazioni in San Paolo, Bnl, Generali, Fiat, Monte Paschi Vita, Farmafactoring, Finsoe, Borsa Italiana. E si stanno vendendo o sono in corso di alienazione perfino fiori all’occhiello come Fontanafredda, gli immobili di Monte Mario (qualche valutazione parla di quasi 1000 miliardi di lire di valore attuale),  l’Agraria Chigi Saracini e quella di Marinella e chissà quant’altro che ora mi sfugge o che non so o che a noi piccoli azionisti sfugge perché di proprietà di altre aziende controllate dal Monte (sono centinaia!) della cui gestione poco o niente sappiamo.

A parte 988 milioni di plusvalenze realizzate dalla cessione di partecipazioni assicurative, accantonati a riserve straordinarie (e mi domando se non siano anch’essi in attesa di futuro trasferimento a utili), niente dei maggiori valori realizzati è stato portato a riserva, come sarebbe stato logico e soprattutto salutare: tutto è stato disperso immediatamente nella distribuzione degli utili.

Come non pensare che stia succedendo al Monte quello che sta succedendo in tutte le aziende pubbliche privatizzate, che vengono smembrate per venderne la polpa e realizzarla subito, salvo poi rimettere sul mercato il sacco ormai vuoto a disposizione che chi, soprattutto stranieri, sia disposto a rilevarlo pur di entrare in un mercato, come il nostro, dove è tollerato ciò che nei paesi civili dell’Occidente non solo non è tollerato ma fa correre anche rischi di carattere penale.

Il pensiero va alla Telecom, ormai spompata e che lo Stato rischia di dover ricomprare dopo aver consentito, con la privatizzazione, che fosse spremuta delle sue componenti migliori. O all’Alitalia con la quale, se non altro, abbiamo in comune le alte, talvolta altissime ricompense alla massima dirigenza (per i mortificanti risultati di cui sopra i direttori generali De Bustis e Tonini sono stati ricompensati con qualcosa come una ventina di miliardi di lire ciascuno e il De Bustis forse con ancora qualcosa di più).

Né mi consola punto l’aver preveduto questa conclusione sin dal 1995, anno della privatizzazione del solido, solidissimo Monte, forse, allora la banca più solida d’Europa.

Per questo, per vedere di salvare il salvabile, chiedo alla Deputazione della Fondazione, azionista di maggioranza, di revocare al cda della Banca l’incarico e di procedere a nuove e più oculate nomine, almeno per la parte di sua competenza, auspicando che si riservi per sé la quota di cda che le compete, senza più concedere ai privati, che possiedono più o meno il 20% del capitale del Monte, di essere presenti nel massimo organo della Banca col 50% dei componenti e in maniera assolutamente gratuita.

Questi privati hanno già avuto abbastanza. Gente nata con la camicia, questa. Per lo più sono riusciti anche ad acquistare la loro partecipazione quando il valore del titolo è sceso al suo minimo storico, ossia ben sotto i 2 euro (contro una quotazione naturale di circa 4 euro, ma che ora è salita addirittura fino a sfiorare i 5 euro: ma cosa vogliono ancora?). Senza contare i consiglieri della ex Banca 121 che le azioni del Monte le hanno avute regalate, visto l’inesistente valore delle azioni della loro banca che hanno dato in concambio. Cos’altro si vuol loro dare ancora? Non avrei mai pensato di vedere i comunisti e i cattolici che hanno sotto stretto controllo la Fondazione, mettersi a fare la beneficenza a chi è già ricco a dismisura. Cari compagni di Rifondazione comunista, quanti rospi avete silenziosamente inghiottito! Ma perché? Cosa vi ha convinti a farlo?
 
Ed ora un’ultima raccomandazione alla Deputazione della Fondazione, sempre visto che è composta quasi esclusivamente da comunisti e cattolici.

Dopo la privatizzazione del Monte, ossia dopo che ne avete preso possesso, la forbice retributiva tra dipendenti e dirigenza, che era la più stretta tra le banche italiane (ossia i dipendenti guadagnavano molto di più e la dirigenza molto di meno), si è smisuratamente allargata. Mi domando se vi sentite la coscienza a posto, sul piano morale e etico intendo. O forse cose come la coscienza, la morale e l’etica, per comunisti e cattolici oggi non valgono più niente. Ma se non ne volete fare una questione di coscienza, fatene una questione economica: col vecchio sistema la Banca guadagnava molto di più. Che ne dite? Non sarà il caso di adottarlo nuovamente?

 
                              Mauro Aurigi   

 

Nota.
La risposta del presidente Mussari e del d.g. Vigni non ha chiarito niente (a parte un errore nella bozza di bilancio della Banca che mi ha fatto apparire il rapporto depositi/impieghi appena un po’ peggiore della realtà che resta allarmante (la tensione nella liquidità cambia di poco: la forbice tra le due poste è sempre pericolosamente troppo stretta). Su tutto il resto solo vuote riflessioni giustificatorie. Per cui ho dovuto replicare quanto segue.

”””Non ho avuto risposta sulla questione della perduta eccellenza da parte del Monte, né su quella inquietante affermazione del Presidente, che fa da corollario alla perduta eccellenza, secondo la quale chi non è all’altezza della situazione rischia di essere fagocitato.
Per niente convincente è anche l’affermazione del Presidente che i cespiti attivi non vengono venduti affinché, sfruttando le plusvalenze così ottenute, si possano distribuire generosi dividendi anche se l’utile reale è inesistente, ma perché si è deciso che tutto ciò che non ha niente a che fare con l’attività bancaria si realizzi al fine di mettere il ricavato a migliore frutto. Ora io mi domando com’è che questa esigenza non era mai stata sentita in passato, un passato in cui la Banca solo comprava e non vendeva niente, mentre oggi solo si vende e non si compra niente. Per difendere i propri gioielli di famiglia, come Fontanafredda oggi pure in vendita, il Monte ingaggiò per decenni un duro braccio di ferro addirittura con la terribile Banca d’Italia di allora, che voleva, come Mussari oggi, che tutto ciò che non avesse a che fare con l’attività tipica bancaria fosse venduto.
Allora lo dico io perché allora si comprava e ora si vende: perché allora si guadagnava e quello che si guadagnava andava soprattutto a riserva, costituendo così i presupposti per approfittare delle opportunità di acquisto nel momento che il mercato le offriva.
Era il tempo della filosofia “meglio essere che sembrare”. Oggi non si guadagna più, ma siccome vige la filosofia “meglio sembrare che essere”, si distribuiscono ugualmente dividendi grazie alle plusvalenze delle vendite. Non ci sono discorsi che tengano: quando si è ridotti a vendere i gioielli di famiglia è segno che si sta raschiando il fondo del barile.”””


Mauro Aurigi

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                                                                            Siena, 30 Aprile 2007

 

All’Avv. Giuseppe Mussari
Presidente della Banca MPS
Siena

Al. Dott. Antonio Vigni
Direttore Generale della Banca MPS
Siena

 

La mia critica a proposito dello squilibrio tra raccolta e impieghi (rispettivamente 84 miliardi contro 81, con un margine di appena il 3,6%), si basava sui dati (v. fotocopia 1) della bozza di bilancio ritirata alcuni giorni prima dell’Assemblea presso la Segreteria Generale, che evidentemente erano sbagliati. Il bilancio definitivo consegnatomi la mattina dell’Assemblea invece indica una raccolta di 10 miliardi maggiore (v. fotocopia 2), per cui in realtà i due dati si attestano rispettivamente a 81 miliardi contro 91 (margine dell’11%). Una situazione migliore di quella da me rappresentata, ma che non lascia ugualmente tranquilli.

Un margine dell’11% non sarebbe infatti sufficiente a superare una crisi delle dimensioni di quella della fine ‘800, dove fallirono tutte le maggiori banche private proprio a causa della ristrettezza di quel margine, o di quella della terza decade del ‘900, quando ugualmente e per lo stesso motivo fallirono tutte le maggiori banche private. Ma anche nel secondo dopo-guerra fu solo grazie agli accordi di Brettonwood se non ci fu un’analoga, immediata catastrofe. Infatti la crisi fu diluita nel tempo: di nuovo il sistema bancario privato scomparve, anche se non con l’immediatezza delle crisi precedenti, ma grosso modo per gli stessi motivi (insufficiente margine tra raccolta e impieghi): Banco Ambrosiano, Banca Privata Italiana, Banca d’America e d’Italia, Istituto Bancario Italiano, Banca Nazionale dell’Agricoltura sono solo un ricordo.

Crisi del genere si sono ripetute ogni 30-40 anni. Come escludere che prima o poi non se ne debba affrontare un’altra? La buona liquidità allora potrebbe rappresentare la differenza tra un nuovo grande balzo in avanti e l’estinzione. Nel passato le allora piccole, modeste ma oculatissime banche pubbliche (tutte, comprese fino al secondo dopoguerra anche il Sicilia e il Napoli) non solo sopravvissero tranquillamente ma, grazie a quelle tre crisi e a quei conseguenti fallimenti si trovarono a propria disposizione tutto il mercato. Questo e solo questo è il motivo per cui il sistema bancario italiano poteva definirsi tale grazie esclusivamente alle banche pubbliche.

Sia detto per inciso: ecco perché suonò idiota o ipocrita l’osservazione dell’allora ministro Amato (ma anche di Dini, Ciampi e D’Alema o della Confindustria) che non si poteva ulteriormente sopportare che il mercato del credito fosse in mano quasi esclusivamente a banche pubbliche (la foresta pietrificata di Amato). Possibile che non sapessero che ciò era avvenuto solo perché quelle private erano tutte fallite e ripetutamente? E se le banche private hanno la pessima abitudine di fallire tutte, quale intelligenza ci può essere stata, dopo quei fallimenti, nel privatizzare quelle pubbliche?).

Ecco perché considero preoccupante quel ristretto margine dell’11%, ristretto come mai il Monte ha avuto in passato (vado a memoria, ma mi ricordo margini del 30% e anche di un 40% e comunque sempre superiori al 20% imposto dalla Vigilanza). E la tendenza è verso un ulteriore deterioramento. Infatti ancora alla fine del 2005 quel margine era del 18%: la crescita degli impieghi (16,3%) è praticamente vertiginosa rispetto a quella della raccolta  (7,5%). E se delle obbligazioni si sapesse quante sono state effettivamente accolte dalla clientela e quante accollate a aziende del gruppo, forse anche quel 7,5% andrebbe rivisto in ribasso.

Insomma la situazione non mi lascia tranquillo. E probabilmente neanche chi ha avuto e chi ha ora in mano le sorti del Monte si sente tranquillo, visto il ricorso in questi ultimi anni all’alienazione di parte del patrimonio, ossia alla monetizzazione delle riserve accumulate in un passato molto virtuoso.

E come non ricollegare a ciò l’ipotesi fatta dal presidente della Fondazione di un annacquamento della quota: che senso ha un ulteriore annacquamento dopo avere così duramente lottato contro il tentativo governativo di ridurre le quote delle Fondazioni al 30%? Come non pensare che davvero è stato già raschiato il fondo del barile ed che ora c’è bisogno del “cavaliere bianco”?

Quanto precede solo affinché non pensiate che nel mio dire e nel mio fare io sia mosso da pregiudizi o avversione preconcetta. Il Monte è la più grande realizzazione, tra le tante (consentitemi un po’ di retorica), del genio senese, tanto grande da apparire, se ci pensate bene, incredibile: non mi è facile mandare giù l’amaro boccone della previsione di un suo immiserimento.

Cordialmente vostro (nonostante tutto),