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28.4.2004   - Bilancio 2003 

 

Assemblea dei soci della Banca

MONTE DEI PASCHI DI SIENA

 

 

 

Bilancio al 31.12.2003

Siena 28.4.2004

 

Signori Azionisti,

                                         prima di tutto i miei complimenti al Presidente per l’impostazione formale di questo bilancio, diversa e migliore di quelle del passato, degna finalmente di un grosso organismo come la nostra Banca. Lo stesso però non posso dire della sua comprensibilità, di molto peggiorata. Più che un documento indirizzato agli azionisti, appare come una dotta comunicazione per un congresso di analisti finanziari di vaglia. Voglio leggervi un solo passo a pag.63 della relazione.

Gli obiettivi alla base delle scelte gestionali concernenti il Banking Book (definito in accordo con le best practice internazionali come l’insieme dell’operatività commerciale connessa alla trasformazione delle scadenze dell’attivo e del passivo di bilancio della Tesoreria, delle filiali estere, del portafoglio immobilizzato e dei derivati di copertura di riferimento) mirano, in ottica di cosiddetto “total return”, a minimizzare la volatilità del margine d’interesse atteso nell’ambito dell’esercizio finanziario in corso (12 mesi) ovvero a minimizzare la volatilità del valore economico complessivo del patrimonio al variare delle strutture dei tassi.

Si continua così per pagine, senza contare l’uso di termini inglesi profuso a piene mani su tutto il testo. Si tratterà sicuramente di un linguaggio familiare ai membri del Consiglio di amministrazione e ai Sindaci revisori, ma io non ho potuto fare a meno di pensare al “latinorum” che Manzoni mette in bocca all’Azzeccagarbugli e alle operazioni “4 you” e “My way” o alla complicatissima emissione di euro titoli cosiddetta F.R.E.S.H., realizzata nello scorso dicembre. La trasparenza appare sempre più come un miraggio lontano.

Meno male che c’è il linguaggio dei numeri, certo anch’esso assai complesso, ma meno suscettibile di arcane alchimie. Ed è questo linguaggio, al quale mi atterrò esclusivamente, che fa giustizia sia di tanto sofisticata e vertiginosa letteratura, sia delle affermazioni trionfalistiche – queste sì rese in termini accessibili – come quella a pag. 8 della bozza di relazione che recita:

Nel contesto operativo sopra delineato il Gruppo MPS ha conseguito, sotto il profilo operativo e gestionale, risultati di rilievo … 

Mi pare infatti azzardata tale dichiarazione se subito dopo si fanno seguire le percentuali di incremento nei due settori fondamentali dell’attività bancaria:

  1. + 2,2% la crescita della raccolta diretta,
  2. + 2,8% la crescita degli impieghi all’economia,

percentuali che, se si mettono in relazione con un processo inflativo del 2,6%, dicono che non si è neanche recuperata la svalutazione monetaria ufficiale (per non parlare di quella reale che autorevoli fonti stimano assai più consistente). Voglio dire che mantenere le posizioni in un mondo che cresce, anche se lentamente, non significa stare fermi, ma significa andare indietro. E anche se questo fenomeno della stasi fosse relativo a tutto il sistema bancario (mi pare che un raffronto del genere, ancorché generico, sia del tutto assente nella relazione), ossia se fossimo nella media del sistema, ciò confermerebbe sempre che stiamo recedendo almeno rispetto ad un passato neanche tanto lontano in cui la nostra vecchia e “elefantiaca” Banca pubblica aveva, sia nel campo della raccolta che in quella degli impieghi, tassi di crescita che prescindevano sempre da eventuali crisi in atto e che erano sempre largamente al di sopra della media, e spesso al di sopra di qualsiasi altro concorrente. Ed anche il rovesciamento dei dati (in passato erano sempre i depositi che crescevano più degli impieghi) è di per sé inquietante.

Ma non basta, perché se prendiamo lo stato patrimoniale consolidato e aggreghiamo i due dati dei “crediti verso banche” e degli “crediti verso clientela” vediamo che il valore degli impieghi del 2003 è inferiore a quello del 2002 del 6,50%. E se facciamo la stessa aggregazione anche per i “debiti verso banche” e “debiti verso clientela” troviamo che la diminuzione dei depositi è dell’11,70%. Sono dati che si commentano da soli. Deve essere per questo che nulla ho trovato nella relazione a tale proposito. Così come non ho trovato commenti per i 153,8 milioni di euro di perdite (300 miliardi delle vecchie lire!) totalizzate da 16 aziende possedute al 100% dal Gruppo.
 
Signori azionisti, voi direte: cosa ci importa dei dati disaggregati della gestione, anche dei più importanti, quando la cartina al tornasole di tutto quanto è il dato di sintesi finale, il risultato d’esercizio, che anche quest’anno si attesta per il Gruppo su l’accettabile importo di 442,5 milioni di euro (- 24% rispetto al 2002) e quello della Banca MPS su 221,2 milioni (- 63% rispetto al 2002)?

Io invece dico che ci importa e lo dimostro subito.

Se io depuro l’utile d’esercizio del gruppo (442,5 milioni) dalle partite straordinarie e occasionali che nulla hanno a che fare con l’attività tipica, ossia se tolgo il prelevamento da riserva (300,0) e se tolgo l’immissione nel bilancio in esame di utili futuri (82,2) grazie alla cartolarizzazione dei mutui, l’utile netto reale si riduce a 60,3 milioni, ad un valore ossia che non posso più ritenere accettabile. Ma se invece di sottrarre il ricavo della cartolarizzazione (82,2), sottraggo quella parte dei proventi straordinari specificata come “Altri” (pag. 217 della nota integrativa al bilancio consolidato) pari a 179,9 milioni, importo che dovrebbe ricomprendere anche i ricavi delle cartolarizzazioni ma non è detto, il risultato diventa negativo per 37,4 milioni. Se invece l’utile della cartolarizzazione non fosse ricompresso tra i proventi straordinari (non sono riuscito a capire dove esso sia stato contabilizzato), ovviamente si parlerebbe di una perdita derivante dall’attività ordinaria ben superiore.
E se la stessa analisi l’applico alla Banca MPS, la perdita presunta dell’attività tipica raggiunge i 186 milioni di euro (360 miliardi di lire).

Ma la cosa che più preoccupa è che non si tratta di un incidente di percorso (mi ricordo un esercizio alla fine degli anni ’80, quando il Monte era ancora pubblico, che si chiuse con 8 miliardi di lire di utile, ma fu un’eccezione), perché ci troviamo ormai davanti a una prassi. Si tratta infatti della ripetizione della chiusura del precedente esercizio. Anche allora la depurazione dell’utile dagli eventi straordinari e irripetibili, come la plusvalenza dell’improvvida vendita della Cassa di Prato o la perdita contabile per l’acquisizione della Banca 121 classificata come ”avviamento” (sai che avviamento!) e quindi come bene da ammortizzare anziché come costo, metteva in luce una perdita netta d’esercizio di 236 milioni di euro.

Ecco, di tutto ciò nella relazione che abbiamo ora all’esame non c’è traccia, mentre si trovano spesso frasi tranquillizzanti del tipo “sostanziale stabilità”, “risultati di rilievo”, “espansione delle masse intermediate”, “progresso apprezzabile dei ricavi primari”, assolutamente incompatibili con un bilancio che vede un prelievo da capitale di 300 milioni per apparire in attivo, che vede ossia l’adozione del meno virtuoso dei provvedimenti: spendere il capitale per fare bella figura. Nei confronti di simili operazioni non si può infatti avere un atteggiamento diverso da quello che avremmo verso chi intacca il capitale familiare per poter andare in ferie. Probabilmente condizionato dall’essere stato per alcuni decenni testimone dei virtuosi bilanci della vecchio Monte pubblico che faceva ogni sforzo per ridurre l’utile dichiarato e trasferire il più possibile a riserva (è dunque grazie a quelle gestioni se oggi si distribuisce un utile), non posso non considerare una simile prassi come irresponsabile: mai avevo sentito dire di situazioni in cui, per far quadrare i bilanci si prelevasse contemporaneamente dagli utili del passato (le riserve) e da quelli del futuro (le cartolarizzazioni).
 
E nessuno può togliermi dalla testa che a monte di tanta assurdità stiano esigenze sia di immagine che finanziarie, almeno per la Fondazione, soprattutto in prossimità di una competizione elettorale importante come quella di giugno di quest’anno e soprattutto della successiva, quella comunale del 2006.

Se nella relazione avessi notato qualche atto di contrizione, qualche nota autocritica, qualche segnale che la situazione era stata non solo capita (cosa che non dubito) ma anche sottoposta a analisi per adottare ogni misura atta a raddrizzarla, mi sentirei più sollevato. Ma questo non è successo, per cui sono convinto che il prossimo anno sarò ancora qui prendere atto che nulla è cambiato.

Signori azionisti, ho passato 42 anni al Monte e ho ancora fresco il ricordo dell’orgoglio che tutti provavamo se si guardava al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli (quando ne era presidente un certo Ventriglia). Non avete idea del male che mi fa ora vendere il Monte avviato sulla stessa strada.

Non chiedetemi, dopo la diagnosi, quale potrebbe essere la terapia, perché non ne ho da suggerire o, meglio, perché temo che l’unica terapia possibile non sia praticabile. Per capirsi meglio citerò a memoria lo scozzese Adam Smith, il settecentesco fondatore della moderna scienza economica, che all’apparire delle prime società anonime, oggi società per azioni, ebbe a dire: “Queste società comportano l’affidamento del proprio capitale a terzi affinché lo facciano fruttare. Questi non possono usare nei confronti di quel capitale la stessa attenzione e la stessa diligenza che usano nei confronti del proprio. Per cui è umanamente inevitabile che quelle società siano destinate prima o poi ad essere fiaccate dalla disattenzione e dal disinteresse che, in maniera minore o peggiore, sempre caratterizza chiunque gestisca fiduciariamente le cose altrui”.

Ma cosa si può dire di amministratori, consentitemi lo sfogo, che premiano con laute quanto immeritate gratifiche e liquidazioni l’ex direttore generale De Bustis e l’ex direttrice del Monte Paschi Finance, Venneri, ambedue lasciati liberi di imperversare così a lungo nella Banca, mentre si riducono i premi di bilancio ai dipendenti, che nessuna responsabilità hanno in questa situazione?

Per quello che mi riguarda, e mi avvio a chiudere, riconfermo la mia sfiducia, già espressa in occasione del rinnovo delle cariche nel corso dell’assemblea per i bilancio 2002, al Presidente e al Consiglio di amministrazione.

Da qui la mia decisione, che anticipo, del voto contrario sul bilancio e le relazioni, a meno che l’assemblea non prenda la decisione virtuosa di devolvere l’intero utile a riserva. Su tale ipotesi mi aspetto comunque che si esprima il Presidente del Consiglio di amministrazione.

Chiedo infine che il presente intervento sia acquisito integralmente agli atti.

 

(Mauro Aurigi)