Monte dei Paschi di Siena - Interventi alle assemblee dei soci |
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30.12.2002 - Fusione con la Banca 121 Associazione
Al Sindaco e al Presidente della Provincia Oggetto: Monte dei Paschi di Siena
Questa Associazione, come forse vi sarà noto, fu fondata da alcuni cittadini quasi dieci anni fa per difendere gli interessi di Siena nel Monte dei Paschi, interessi che ritenevamo seriamente minacciati dalla privatizzazione della banca. Oggi, a privatizzazione realizzata, temiamo purtroppo di essere stati lungimiranti. Nel dichiararci disponibili agli ulteriori approfondimenti che fossero ritenuti necessari, salutiamo distintamente. Associazione per la difesa del Monte
ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI DELLA BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA DEL 30 NOVEMBRE 2002 (fusione per incorporazione della Banca 121)Intervento di Mauro Aurigi Mi chiamo Mauro Aurigi, sono stato un dipendente del Monte dal 1957 al 1999, ossia per 42 anni. Appartengo dunque a quella generazione di montepaschini che nel secondo dopoguerra ha fatto grandissimo un Monte che per la verità, grazie alle precedenti generazioni di senesi, grande era già. Mi sento perciò autorizzato ad una premessa al mio intervento.Per quanto io ne sappia, il Monte è una cosa unica al mondo. Forse esistono grandi banche che per qualità e cultura al Monte potevano essere paragonate (soprattutto San Paolo e Cariplo), ma non credo esista un’altra situazione in cui una piccola città di provincia priva di ogni risorsa naturale, assolutamente decentrata rispetto a tutto e, vorrei dire, anche rispetto alla storia, si sia fatta da sola una banca di queste dimensioni e di questa qualità: ai massimi livelli italiani ed ai migliori europei soprattutto quanto a solidità. Egregi Signori, per quanto vi sforziate non troverete mai nella semimillenaria e gloriosa storia del Monte (come in quella millenaria della Città) il nome di un fondatore o una famiglia o un condottiero d’impresa o un genio della finanza che ne abbia retto le sorti e determinata la fortuna, così come invece è norma nella totalità delle situazioni in Italia. No, non esistono altre risposte a quella domanda se non questa: il Monte è lì ed è così cresciuto fino a diventare una delle più solide banche del continente, solo ed esclusivamente per il grande amore che la Città e il suo Popolo per mezzo millennio gli hanno voluto. Un amore straordinario, capace di annullare ogni altro interesse, tanto travolgente da contagiare nella Banca anche quelli che Senesi non erano. E’ questo il vero capitale sociale del Monte, un capitale che nessun’altra grande banca possiede o che comunque non possiede a tali livelli. Direte: amare una banca? Ebbene sì: gente che è capace di amare una contrada può benissimo amare una banca, qual è la differenza? Non è un caso infatti che quella del Monte sia un po’ la storia del Palio (non a caso sono più o meno coetanei): anche questa minuscola festa della profonda provincia italiana è assurta, per la passione dei Senesi, ai massimi livelli possibili. Si dice addirittura che nell’immaginario collettivo mondiale anche il Palio negli ultimi 50 anni sia arrivato a collocarsi tra le massime feste del mondo, secondo solo al carnevale di Rio (ma Rio è una delle metropoli più grandi del mondo e Siena ha solo 50 mila abitanti). Ma non si è trattato solo di amore. C’è un altro elemento che ha fino ad oggi (o a ieri) caratterizzato la storia e le fortune di quello che per secoli generazioni di Senesi hanno sempre chiamato, assai significatamene, Istituto e mai banca: l’etica. E’ questa una lezione che i Senesi imparano (o imparavano), presto e per osmosi, nella famiglia prima, nella Contrada poi e infine nella comunità cittadina, ma che era particolarmente puntuale per coloro che “entravano” al Monte (come nelle altre istituzioni cittadine: l’Università, lo Spedale …). Era l’etica del lavoro, il lavoro inteso quasi come una fede religiosa, come impegno e dovere sociale, sulla base del quale si giustificava il guadagno, destinato a riversarsi poi, direttamente o indirettamente, sulla comunità: l’appropriazione della ricchezza (perché è questo che la banca, come ogni altra impresa economica, fa) legittimata perché contribuiva al bene comune. Né poteva essere diversamente per una banca nata per contrastare l’usura.Se ci si pensa bene questa è la severa etica di quel calvinismo che ha fatto la fortuna economica sociale e culturale del mondo anglossassone e nord-europeo. E non la si consideri questa un’indebita forzatura dialettica. Anche il calvinismo, come il Monte, affonda le sue radici nella straordinaria cultura, una delle massime della storia dell’uomo, dell’Umanesimo a sua volta frutto di quella civiltà comunale, di cui Siena fu così tanta parte, tanto bistrattata oggi in Italia quanto esaltata nel mondo anglosassone che giustamente la pone all’origine del moderno pensiero politico occidentale o dell’Occidente sic et simpliciter. Ma non sono ovviamente qui per dare testimonianza di quell’amore e di quell’etica morale, ma perché voglio che il Monte continui a rappresentare la massima e suprema ricchezza della Città, e perché quella straordinaria ricchezza non sia messa a repentaglio. Perché Siena, che ha concentrato nella banca tutte le sue energie e le sue risorse degli ultimi 500 anni, precipiterebbe in un baratro se il Monte non ci fosse più o dovesse essere ridimensionato al ruolo di piccola azienda provinciale da gestioni azzardate che ne avessero reciso incautamente quel legame affettivo con Siena e i Senesi, unico motivo, ripeto, delle sue straordinarie fortune. Devo necessariamente rifarmi al progetto di totale acquisizione della Banca del Salento, datato 3 febbraio 2000, dove si proponeva un prezzo di acquisto di ben 2500 miliardi contro un netto a libro di appena, 500 miliardi: quasi 5 volte tanto. Neanche dieci anni prima, l’acquisto per 220 miliardi di una banca siciliana, più o meno simile per dimensioni ed altrettanto strategica nella propria regione, sollevò uno scandalo di risonanza nazionale ed anche oltre. Da allora l’inflazione avrà pesato sì e no per il 50%, per cui un prezzo equo, parametrato su quell’affare del 1990, poteva essere stabilito tra i 3 o 400 miliardi. Ma diciamo pure che i 500 miliardi di netto dichiarato dalla BdS potevano essere la cifra su cui basarsi. Come si è potuti arrivare ai 2500 miliardi? E perché per raggiungere quella cifra il Monte si è cimentato in una sconsiderata gara al rialzo con una sua partecipata come il San Paolo, una partecipazione questa così importante da vedere addirittura il presidente del Monte, Fabrizi, sedere nel consiglio di amministrazione? Non ci si è resi conto che ad un occhio esterno e sprovveduto un’operazione così condotta poteva dare adito a supposizioni di artificiale rialzo del prezzo? E perché quando il San Paolo rinunciò a quella inspiegabile gara, fermando la propria offerta a 2200 miliardi, almeno così si è letto senza smentite sui giornali, il Monte rincarò la dose aggiungendovi di suo altri 300 miliardi? Il tutto probabilmente può essere giustificato con le notorie e eccezionali caratteristiche - anche e soprattutto tecnologiche - della BdS, caratteristiche bene illustrate nel piano di acquisto del 2000 e che postulavano futuri sviluppi e affermazioni sul mercato di assoluto rilievo, tanto che, si assicurava, la BdS avrebbe goduto a breve termine di una prestigiosa quotazione in Borsa. La cosa non mi meraviglia affatto anche perché molti anni fa sono stato testimone personale del valore di quella banca. Penso insomma che sia stato questo particolare “valore aggiunto”, questo particolarissimo “avviamento” che, in mancanza di altro, deve avere convinto gli azionisti, nella assemblee successive all’acquisizione avvenuta a metà 2000, a continuare a dare credito a quella costosissima ma verosimilmente vantaggiosa operazione. Ora però ecco cosa leggiamo nella relazione del Cda relativa alla proposta di fusione tra Monte e Banca 121 (punto 1.2, capoverso 4° e 5°): Allora le domande che si pongono ed alle quali non c’è risposta nella documentazione fornita, sono soprattutto di due tipi:
Io credo, in tutta franchezza, che non si possa procedere oltre se non si danno risposte a queste domande. Ma ci sono altri dubbi che la mancanza di tempo e di documentazione non hanno consentito di fugare. Per esempio: perché nelle operazioni di acquisto che il Monte ha fatto nel corso degli ultimi due anni di attività della BdS (credo una quarantina di sportelli e una fetta consistente dei suoi crediti) si è ritenuto necessario di riconoscere ulteriori quote di avviamento? Con l’acquisto del 94% del capitale non si era già pagato un avviamento sufficiente e relativo anche a questi ultimi acquisti? In mancanza degli elementi di valutazione di cui avrei voluto e dovuto disporre, verrebbe da pensare, e spero onestamente di essere subito smentito da chi ho di fronte, che l’utile netto della BdS degli ultimi due anni sia stato conseguito non grazie all’attività tipica, ma al riconoscimento ripetuto di quell’avviamento. Se così fosse, in mancanza di idonei chiarimenti, sembrerebbe che la 121 sia stata messa surrettiziamente in grado di dimostrare una redditività inesistente. Necessari quindi lumi anche a questo proposito. Un altro dubbio che non trova risposte riguarda il crollo in Borsa del titolo del Monte. Non è ovviamente dimostrabile, ma il sospetto che esso sia legato, oltre che alle ripetute notizie incontrollate dell’affare BNL, anche alla scoperta del pessimo affare che comunque il Monte ha fatto con la BdS, è legittimo. E non mi si dica che le cause sono altre e che il Monte non poteva restare indenne da una crisi che interessa tutto il sistema, perché questa sarebbe un’aggravante e non una giustificazione. Sarebbe infatti la prima volta che una crisi economica trova il Monte allineato alle altre banche. Perché fino ad oggi erano proprio quelle crisi bancarie, a cominciare da quelle gravissime di fine ‘800 e degli anni ’30 del ‘900 per finire con quelle di cui sono stato personalmente testimone nella seconda metà del secolo scorso, che coglievano sempre e immancabilmente in ottima salute, per i motivi che ho descritto in premessa, il Monte ed anche il San Paolo e la Cariplo. Sono state le crisi del sistema, anziché deprimere queste tre banche pubbliche, a consentire decennio dopo decennio, crisi dopo crisi, la loro costante ascesa nel settore fino ad assumervi un ruolo di assoluta preminenza. Sarebbe davvero il colmo che questa caratteristica che il Monte aveva sempre conservato fino a quando era pubblico, fosse sparita ora che è banca privata: voglio qui ricordare che la privatizzazione è stata imposta perché altrimenti il Monte avrebbe “perso le sfide del futuro”. Un altro dato che ho inutilmente cercato nella documentazione e che mi sembra importante per una corretta valutazione, è quello riguardante il valore delle eventuali obbligazioni o contratti onerosi di maggior rilievo (vendite e acquisti, per esempio) stipulati dalla 121 nel corso dell’ultimo anno. Lo stesso dicasi per i costi relativi alle eventuali assunzioni di personale e alle promozioni deliberate nello stesso periodo. Per esempio stona un poco che le notizie di stampa circa cause intentate alla banca da clienti che si ritengono danneggiati, non siano state smentite nella relazione del cda (o, in alternativa, non ne sia stato indicato l’eventuale valore). Ultimissima nota: si dice che a Lecce già siano in corso i lavori per gli interventi di ristrutturazione operativa (Polo meridionale del Consorzio Operativo Gruppo MPS), prima ancora che la fusione sia stata deliberata. Sarebbe opportuna una smentita, perché si tratterebbe, a dir poco, di una sostanziale mancanza di riguardo verso gli azionisti ed anche di uno spreco di denaro di cui si dovrebbe rispondere se la fusione non venisse approvata. Non sarebbe fuori di luogo anche una dichiarazione che fughi il sospetto che, per deferenza verso alcuni azionisti privati del Monte, sia in atto uno strisciante trasferimento di pezzi della Direzione Generale a Lecce. ---oooOooo--- Per chiudere: se non sarà possibile ottenere chiarimenti esaustivi a quanto sopra, chiedo che l’assemblea sia aggiornata a data ragionevole perché la complessità della materia richiede approfondimenti che i tempi imposti dalla scarsa pubblicità data alla convocazione non hanno consentito. Chiedo infine che questo mio intervento scritto sia acquisito agli atti dell’assemblea.
Siena, 30 novembre 2002 Associazione
Siena, 2 Dicembre 2003
Al Sindaco e al Presidente della Provincia
Oggetto: Monte dei Paschi di SienaPoiché riteniamo che la travagliata vicenda del Monte dei Paschi stia per arrivare alla sua finale e drammatica conclusione (la definitiva perdita della Banca da parte della Città), desideriamo far seguito alla nostra del 16.12.2002, che alleghiamo in copia, per rimettervi il testo dell’intervento che il nostro associato Mauro Aurigi ha fatto il 26.4.2003, nel corso dell’assemblea dei soci della Banca Monte dei Paschi per l’approvazione del bilancio al 31.12.2002. Siamo ovviamente a disposizione per ogni altro chiarimento che si rendesse necessario.
Associazione per la difesa del MonteAVVERTENZA: il testo è quello integralmente messo a verbale, tranne la parte in corsivo che non è stata letta (e quindi non messa a verbale) per evitare che per la lunghezza dell’intervento, mi fosse tolta la parola.
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Assemblea dei soci della Banca MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA Bilancio al 31.12.2002
Siena 26.4.2003
Mi chiamo Mauro Aurigi, sono un ex dipendente del Monte dei Paschi di Siena, in quiescenza dal 1999. Questo è il primo bilancio della Banca che leggo dopo tanti anni. Vi ho trovato la rappresentazione di una logica, di una cultura diametralmente opposta a quella che dal niente ha reso grande il Monte e che postulava il principio “meglio essere che sembrare” per cui gli sforzi erano, tra l’altro, tesi a evidenziare conti economici magri e a non apparire sulla ribalta neanche per fatti positivi (figurarsi per quelli negativi!). Siamo ormai così lontani, e perniciosamente, da quella cultura che sento oggi il dovere di ripercorrere qui brevemente, prima delle osservazioni al bilancio, la recente storia della Banca durante la quale la metamorfosi è avvenuta. Quelle che seguono non sono le considerazioni di uno storico dell’economia, né di uno specialista nel ramo o di un protagonista del periodo, ma solo di uno che quel periodo ha comunque vissuto intensamente. Vi prego pertanto di prestare attenzione più al senso ed al contenuto generale dell’intervento che agli eventuali difetti di forma e imprecisioni nei particolari che certamente non mancheranno. Perché bisogna dire che le banche private in Italia, ossia quelle che secondo i soloni italiani dell’economia e della politica sono rette da quei privati che danno maggiori garanzie di dinamicità e redditività, hanno cominciato subito, sin dagli albori dello Stato unitario, a fallire. Sparirono tutte nella grande crisi economica di fine Ottocento, tra il 1880 e 1890 (Banca Generale, Banca Romana, Società di Credito Generale e decine di banche minori), trascinandosi dietro ogni riserva finanziaria del Paese, per cui il sistema bancario italiano fu ricostituito soprattutto con capitale privato tedesco. Ma anche le nuove banche fallirono intorno al 1930 nel corso dell’altra distruttiva crisi che seguì alla prima guerra mondiale (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco Roma, due banche fiorentine poi confluite nella Banca Toscana, ecc.). I fallimenti delle grandi banche private sono poi continuati nel secondo dopoguerra nella stessa misura, anche se in maniera più diluita nel tempo grazie a quel patto internazionale del 1944 sul controllo dell’economia mondiale che andava sotto il nome di Bretton Woods. Fatto sta che Banco Ambrosiano, Banca Privata Italiana, Istituto Bancario Italiano, Banca d’America e d’Italia oggi non sono che un ricordo. Verso la fine dello scorso secolo nessuna grande banca privata era sopravvissuta a questa lunga ecatombe, tranne la Banca Nazionale dell’Agricoltura, che però era già in coma. E ciò senza contare le centinaia di banche minori in crisi nel frattempo assorbite, viste le condizioni in cui versavano le banche private, esclusivamente dalla banche pubbliche. Perché questa è la realtà: alla fine si è scoperto che nelle grandi crisi che travolgevano le banche private, le allora minuscole banche pubbliche, grazie all’oculatezza ed alla secolare esperienza accumulata dalle comunità a cui appartenevano e grazie alla decisione con cui erano riuscite a bloccare tutti i Pagliazzi che pullulano in questo Paese, erano invece prosperate e cresciute proprio grazie alle crisi fino a diventare il pernio attorno al quale girava tutto il sistema bancario italiano, un sistema che si poteva alla fine chiamare tale soprattutto per la presenza di banche pubbliche come il San Paolo, la Cariplo e il Monte, valutate in campo internazionale in assoluto come le migliori banche d’Italia. Ci sarebbe allora da domandarsi come sia potuto accadere che personaggi come Amato, Ciampi, Dini, Spaventa o D’Alema, per tacere dei privatizzatori ad oltranza come Berlusconi, abbiano avuto il coraggio, nei primi anni ’90, di venire al Monte, al San Paolo o alla Cariplo per dire con incredibile tracotanza: “Ora vi insegniamo noi come si fa a fare la banca” e ne abbiano quindi imposto la privatizzazione (fu un atto d’imperio indebito, di stampo fascista, perché se è sacrosanto che lo Stato privatizzi ciò che è monopolio e che gli appartiene, è fascista che esso privatizzi ciò che monopolio non è e che soprattutto non gli appartiene). Sia detto per inciso: quella che stiamo attraversando ora è la prima crisi economica che vede il Paese senza il paracadute delle solide banche pubbliche, ormai tutte privatizzate e tutte più o meno alle prese con i problemi che attanagliano i privati sprovveduti quando le crisi arrivano: nessuno sembra ancora essersi reso conto di cosa ciò potrebbe significare. Allora alla domanda “perché la privatizzazione?” provo io ad azzardare una risposta. Mi ricordo che nel corso di un convegno nazionale del Pds sul sistema bancario tenuto a Siena il 21.11.1996, l’allora numero due della Confindustria Callieri, freneticamente applaudito da D’Alema che presiedeva, definì “foresta pietrificata” (ossia inefficiente, un freno allo sviluppo del Paese) il sistema bancario italiano perché soprattutto in mani pubbliche. Chi scrive voleva porgli due domande - ma nel nome della libertà di espressione non gli fu concesso. La prima era se avesse capito che le banche in Italia erano soprattutto pubbliche perché quelle private erano soprattutto fallite. La seconda domanda era se forse al “non pietrificato” capitale privato italiano, di cui Callieri stesso era uno dei massimi esponenti, erano mancati i mezzi per la realizzazione di efficienti e aggressive banche private che facessero scempio di quella foresta pietrificata, con guadagni in proporzione e con grande vantaggio per la nostra economia. Ovviamente la domanda era retorica: infatti chi ci aveva provato era fallito ed allora perché rischiare ancora? Assai più conveniente aspettare che la (si fa per dire) sinistra, finalmente al potere, servisse alla razza padrona su un piatto d’argento e a prezzi di liquidazione quelle straordinarie banche pubbliche italiane che per secoli avevano prosperato là dove i privati avevano fallito. D’Alema, allora capo del governo in pectore, era lì con la sua corte di “tecnici” per rassicurare i confindustriali a tale proposito. E i Ds senesi (in testa il sindaco Cenni, non meno di Piccini) hanno tenuto e tengono fede all’impegno assunto da D’Alema: i finanzieri d’assalto privati hanno avuto e continueranno ad avere il Monte a meno di metà prezzo. Ciò significa che alla Città resterà una Fondazione che varrà si e no la metà di quello che valeva il Monte prima della privatizzazione. La crisi infatti arrivò puntuale e tremenda di lì a poco a seguito della guerra del Kippur e trovò il Monte, grazie alla fermezza dei suoi direttori centrali senesi, ancora con i forzieri pieni. Per cui gli anni centrali del decennio 1970 furono quelli dell’ultimo generoso balzo in avanti della Banca, poggiata com’era, per i motivi culturali di cui ho detto, su basi economiche e finanziarie assolutamente invidiabili. Fortunatamente non solo era stato impedito al Pagliazzi di spendere nel momento sbagliato, ma nel 1974 al suo posto si insediò un senese e montepaschino a 24 carati, Giovanni Cresti. E’ così che il provinciale Monte riuscì a compiere l’impossibile: superò anche se di poco il torinese San Paolo e si avvicinò minaccioso alla milanese Cariplo. Ed era in condizioni ormai di doppiarle largamente ambedue. Ma il Cresti fu costretto ad abbandonare nel 1982 per la rissosità di partiti solo ottusamente attenti all’egoistico, miope interesse, oggi largamente soddisfatto, della propria classe dirigente e quindi indifferenti agli interessi della comunità. Lasciò però il Monte in condizioni di assoluta floridezza con pochi paragoni con altre banche nella storia e nell’attualità. A cavallo degli anni ’70 e ‘80 il capitale proprio liquido disponibile ammontava infatti a circa 4000 miliardi di lire di allora. Per capire cosa significasse basti pensare che allora si affacciò l’ipotesi di un’offerta al Monte di una delle più prestigiose banche italiane, la Commerciale Italiana, per 3700 miliardi (ipotesi sdegnosamente lasciata cadere perché “il Monte cresce in proprio”). Quei 4000 miliardi erano tutti investiti nell’interbancario a tassi che, a causa dell’inflazione generata dalla crisi del Kippur, oscillarono in quegli anni dal 15 a oltre il 20%. Ciò significava che essi erano da soli capaci di fare il bilancio del Monte (da 500 a 800 miliardi di lire di allora di utili lordi annui). Si può facilmente calcolare che all’arrivo della crisi dei primi anni ’90, quella liquidità così attentamente curata dal provveditore Cresti e tenuta “sotto il mattone”, ossia la riparo di tentazioni speculative, avrebbe potuto addirittura più che raddoppiarsi. Se ciò fosse avvenuto, ossia se il Monte si fosse trovato a fronteggiare quella crisi di fine secolo con le casse piene, mentre tutti svendevano, oggi il Monte sarebbe stato senza ombra di dubbio alcuno di gran lunga la maggiore banca italiana, una delle primissime d’Europa. Purtroppo nel 1982 è un non senese della Banca Toscana a sostituire il Cresti. Un uomo che, forte anche della sua appartenenza politica (dc andreottiano), nel corso di un decennio riesce là dove il Pagliazzi aveva fallito: piega o allontana i direttori centrali senesi (ai danni dei Senesi applica una sorta di pulizia etnica ai livelli più alti della gerarchia, ma non solo) e “convince” la Deputazione amministratrice e il Collegio sindacale. Cose sino ad allora mai viste: tra l’altro - il resto si può immaginare - macchine di servizio personali di grossa cilindrata con autista, riunioni di Deputazione nelle località più prestigiose del mondo, dal Brasile alla Cina, con viaggio pagato anche per i familiari, cumulo enorme di cariche nelle partecipazioni e cumulo enorme dei compensi relativi, fino alla festa nella villa di Fontanafredda con la Carla Fracci che si esibisce per i deputati e loro consorti. “Convinta” la deputazione, lo Zini ha così le mani libere per una vivace campagna acquisti proprio nel corso della ripresa economica dell’inizio degli anni ’80, quando tutti compravano tutto e i prezzi erano alle stelle. Le acquisizioni (uno stuolo di piccole banche meridionali, la Cariprato, la Ticino, la Prime con la Fiat) si rivelano economicamente discutibili se non addirittura dei disastri (la Ticino e la Prime). Alla fine, proprio all’inizio della crisi economica, nel 1992 lo Zini viene allontanato praticamente a furor di popolo, ma troppo tardi: per la prima volta il Monte affronta una crisi, quella degli anni ’90, con le casse vuote o quasi e perde l’occasione che poteva farlo diventare una potenza finanziaria di livello continentale se non mondiale con ricadute sulla sua Città e la Regione che è possibile immaginare. Infatti è facile calcolare che se i 4.000 miliardi esistenti all’inizio degli anni ‘80 fossero stati lasciati a frutto - a quei tassi! - per tutto il decennio, come avveniva in passato, la liquidità propria si sarebbe aggirata alla fine sui 10.000 miliardi, più che sufficienti all’epoca (e questa è cosa risaputa) per acquistare sia la Comit che il Credit, ambedue in vendita. Era dunque arrivata l’ora di limitarsi a leccarsi le ferite e rimettersi pazientemente a ricostruire la situazione esistente prima dello Zini. Invece da allora la Banca viene messa sotto sforzo: da una parte la sconsiderata privatizzazione che la butta nelle braccia dei partiti e dei finanzieri d’assalto, dall’altra le strategie affrettate, contrastanti e accavallatisi prima della banca universale, poi del gruppo polifunzionale e infine del polo aggregante, strategie studiate al tavolino fuori dal Monte da apprendisti stregoni come lo sprovveduto (bancariamente parlando) sindaco Piccini in testa, la stessa Banca d’Italia di Fazio, capi di governo e di partito e ministri e politicanti vari. E’ il dirigismo fascista di sempre e nessuna voce che sia alzata, neanche dalle solitamente loquaci università, a dire che la Banca doveva trovare da sola, come aveva sempre fatto e bene, la propria strada. Ma il peggio doveva ancora venire. Tra gli acquisti incredibilmente sforzati del periodo c’è la Banca Agricola Mantovana, pagata 2500 miliardi di lire ma con un valore a libro di soli 1000 miliardi, e c’è soprattutto la Banca del Salento, poi Banca 121, pagata 5 o 6 volte più dei 500 milioni di lire di netto contabile. Un “affare” quest’ultimo, per il quale devo ancora trovare un solo dipendente del Monte, anche di grado elevato, che non veda nero sia per il futuro del Monte che per i livelli occupazionali. L’ “affare”, pilotato si dice da quel D’Alema che da una decina d’anni è ormai l’uomo di punta dei Democratici di sinistra, porta dentro il Monte, e la fa diventare dominante, una cultura arrembante impersonata dall’ing. De Bustis e dalla squadra che questi, arrivato al Monte nel 2000, si trascina dietro per sostituire la vecchia guardia del Monte, nella quale, tra l’altro, non c’è ormai più un senese o quasi (ha resistito solo chi si è piegato). Lo Zini aveva portato una, si fa per dire, ventata nuova, sostituendo alla vecchia cultura del “si compra solo quando tutti vendono” la sua personale: “si compra quando tutti comprano a prescindere quindi dagli alti prezzi pagati”. Il De Bustis annulla anche la cultura Zini e la sostituisce con quella assai più deleteria del “non potendo comprare perché i soldi sono finiti soprattutto nell’acquisto della 121, si vende, poco importando se in questo momento di crisi stanno vendendo tutti e i prezzi sono crollati: l’importante è fare affari”. Eccola, dunque, la metamorfosi di cui parlavo all’origine. Sintomatiche di questa nuova cultura sono le risposte che il presidente Fabrizi e il direttore generale De Bustis mi hanno pubblicamente date nel corso dell’assemblea dei soci azionisti del 30 novembre 2002: alla mia contestazione circa l’esorbitante, inaccettabile prezzo (forse più di 3000 miliardi di lire senza nulla o quasi in cambio) pagato per la Banca 121, hanno obiettato che i prezzi delle banche sul mercato erano purtroppo saliti; all’altra contestazione sul prezzo bassissimo a cui era stata invece venduta la partecipazione del San Paolo con una perdita di 800 miliardi di lire rispetto alla valutazione del 31.12.2001, non hanno trovato altro da dire che all’epoca i corsi di borsa erano praticamente crollati. Non gli è passato neanche per la mente che acquistare quando i prezzi sono arrivati al picco più alto e vendere quando i corsi sono al minimo storico non è proprio il massimo per tecnici così profumatamente pagati. A meno che non si abbia l’acqua alla gola. Ed è l’acqua alla gola che viene in mente se si pensa alla vendita della partecipazione di controllo della Cariprato, con la sottostante e provvidenziale boccata d’ossigeno alla languente liquidità aziendale per oltre 400 milioni di euro e l’altrettanto provvidenziale plusvalenza di 278,8 milioni a dar colore all’esangue conto economico. Bisogna ricordare che la Cariprato, ormai decotta, fu rilevata tra mille polemiche all’epoca dello Zini per salvare dallo scandalo il massimo esponente della Cassa, l’andreottiano Bambagioni. Il dispendio di risorse umane e finanziarie per il salvataggio fu enorme. Ma il Monte, com’è solito fare, ha riportato anche la Cariprato allo standard medio delle sue aziende (uno standard notoriamente decisamente buono). Bene, il suo valore di libro all’atto della vendita era più o meno quello della Banca 121. Perché, se quest’ultima così mal ridotta è stata acquistata per 3000 miliardi di lire, la prima, in ottima salute com’era, è stata venduta solo per 800 miliardi? Ma c’è di più: il valore strategico della Cariprato va ben oltre quello della 121. A differenza di quest’ultima è collocata nel territorio più ricco della Toscana, uno dei più ricchi d’Italia. Come si è potuto rinunciare a simile punto di forza? Ma non basta: quale sarà il costo dell’ingresso in forze di un temibile concorrente, la banca vicentina acquirente, a Prato e nella Toscana? Un concorrente pimpante che annovera ai suoi massimi livelli due agguerritissimi ex direttori generali del Monte conoscitori come pochi della Toscana (Zini e Gronchi) che è facile immaginare col dente avvelenato nei confronti di una banca, la nostra, che oltre tutto non sembra nelle migliori condizioni per difendere la sua egemonia nella regione. Quale sarà alla fine il costo strategico di quell’azzardata vendita? Ed è davvero all’acqua alla gola che vien fatto di pensare se andiamo avanti nella scomposizione delle voci del conto economico, scomposizione non facilitata da un bilancio voluminoso sì, ma poco chiaro nella “rendicontazione” di fenomeni e fatti rilevanti. Ci accorgiamo infatti che se si depurano i 599,5 milioni dell’utile da ripartire da:
si ha una perdita netta nella gestione tipica della Banca di 236,3 milioni di euro. E potrebbe trattarsi solo della punta dell’iceberg. Infatti non sono riuscito a capire se e quanto le rivalutazioni immobiliari per 595,1 milioni (pag. 348 del bilancio 2002) abbiano influenzato il conto economico. Lo stesso dicasi per la riduzione di 195,0 milioni dei Fondi imposte e tasse e per l’ipotesi che il Fondo per rischi e oneri non copra interamente i maggiori valori attribuiti alle partecipazioni rispetto ai capitali netti o a capitali netti pari a zero o annullati dalle perdite d’esercizio (la nota, in calce alla pag. 340 del bilancio, non è chiara a tale proposito). Senza contare che la riserva ex L.342/2000 pari a 715,5 milioni, costituita per la rivalutazione della partecipazione San Paolo, è stata tenuta separata dalle altre voci del netto per cui il suo azzeramento nel corso dell’esercizio per l’improvvida vendita della partecipazione indurrebbe a pensare che si tratti di cosa diversa da quello che in realtà è, ossia una perdita almeno per i 425,3 milioni bruciati dal crollo del titolo e come tale anche una riduzione del netto per pari importo. Una forse involontaria ammissione di una realtà diversa da quella che viene rappresentata in tutto il resto del corposo documento sottopostoci, appare nell’angolo estremo di un allegato alla nota integrativa al bilancio, il Prospetto delle variazioni nei conti del patrimonio netto, dove si espone una riduzione, appunto del Netto, rispetto all’anno precedente di 186,2 milioni (da 5.808,6 a 5.622,4). Conosco qualcosa della storia del Monte, ma nulla della storia dei suoi bilanci. Sarà però difficile che possa venire smentito se dico che questa è la prima volta in 530 anni che la Banca perde capitale: questo è il peggior bilancio della sua storia! E il direttore generale, a proposito di utili, ha avuto il coraggio di toni trionfalistici nella sua lettera di commiato! Stante l’attuale situazione mi domando cosa si farà per quadrare i conti dell’anno in corso, visto che i gioielli di famiglia migliori sono già stati venduti. Forse sarebbe opportuno un altro piano industriale da aggiungere alla selva di quelli già varati. Si potrebbe per esempio programmare la vendita degli immobili, per l’occasione già parcheggiati in una provvidenziale società ad hoc, ed a capo della quale già si mormora che potrebbe sedere il palazzinaro romano Caltagirone, che sarebbe come mettere la volpe a guardia del pollaio. Comunque, alla fine, un simile brillante successo non poteva non far scattare un prodigo sistema premiante. Amministratori, sindaci e direttore generale (16 persone) si sono infatti gratificati con prebende per 2,9 milioni di euro totali, una media di 353 milioni di lire a testa, con una punta di due miliardi e mezzo di lire per il direttore generale). Gli stessi si sono poi divisi altri 2,2 milioni di euro, ossia mediamente altri 266 milioni di lire a testa per altri incarichi amministrativi che si sono generosamente attribuiti nelle aziende controllate del gruppo (senza contare i benefici che non appaiono in bilancio che certamente ci sono, come, per esempio, il televisore da 12 milioni di lire per ogni consigliere di cui si sente parlare). C’è chi, come il consigliere Bellaveglia, ha cumulato ben 9 nomine nei cda delle 48 aziende del Gruppo. E nulla si dice degli eventuali incarichi (e dei proventi relativi) nelle altre 187 aziende solamente partecipate. Generosamente premiati come non mai anche i migliori dipendenti: fermo sostanzialmente il loro numero, i dirigenti passano nell’anno da 257 a 338 (+81 = 31,5%) e i quadri direttivi da 2550 a 3309 (+759 = 29,8%). Non ho memoria di simili infornate, neanche nelle annate migliori (e sì che di annate ne ho viste ben 42!). Nelle relazioni, a proposito dei fatti avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio, nulla si dice circa i danni provocati dall’uso improvvido di disinvolti prodotti finanziari (per inciso: la decenza ha imposto che mai, nelle oltre 500 pagine consegnateci, quei prodotti siano chiamati col loro vero nome: “4You” e “My Way”), uso che ha provocato, come si è letto per mesi sulla stampa, vaste proteste da parte della clientela, proteste trasformatesi poi in una vera e propria valanga nella trasmissione televisiva “Mi manda RAI3”, andata in onda il marzo scorso. Se i Membri del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale non avessero visto la trasmissione consiglio loro caldamente di rimediare: vi sono aspetti delle ultime realtà del Monte, che forniscono utili chiavi di lettura, e comunque illuminanti. Per una completa rappresentazione dei fatti aziendali il bilancio avrebbe dovuto prendere in considerazione il fenomeno, già con riferimento all’esercizio 2002; in modo particolare avrebbe dovuto contenerlo il bilancio consolidato con riferimento all’attività della Banca 121 che, secondo quanto appreso dai “media”, aveva da più tempo e più intensamente abusato di quel discutibile prodotto finanziario. I relativi rischi avrebbero anche dovuto essere considerati in occasione dell’operazione di fusione deliberata nel novembre 2002 (personalmente chiesi lumi in quella occasione, ma non mi fu risposto). Occorre inoltre che questa Assemblea comprenda e valuti il singolare ruolo che ha svolto nel Gruppo il De Bustis quale direttore generale del Monte. Dalla citata trasmissione televisiva è emerso che il “4You” è stato confezionato dalla direzione del MPS Finance che l’aveva importato da Banca 121 presso la quale, anche sotto altre forme (es.: My Way), era stato prodotto e venduto da tempo. Non priva di significato appare poi la circostanza per cui due illustri alti dirigenti, assunti dalla precedente Direzione della Banca e posti ai massimi livelli di responsabilità nel settore della Finanza, siano stati poi “dimissionati” e sostituiti con l’attuale direzione della MPS Finance di cui sopra. Ciò detto mi sembra legittimo chiedere chiarimenti in merito alla drammatica uscita del De Bustis che sembra essere in qualche modo collegata al grave danno d’immagine scaturente dai fatti sopra accennati. Chiedo in questa sede se la sua cessata posizione di direttore generale abbia comportato la previsione o corresponsione di un qualsivoglia compenso o indennità ed a quanto essi ammonteranno o siano ammontati. La richiesta, oltre che essere legittima (art. 78 della Delibera Consob n. 11971 del 14 maggio 1999), è quanto mai opportuna perché sono circolate notizie circa un’indennità di importo strabiliante. Ma ancora più delle operazioni così acriticamente mutuate dalla 121 e sconsideratamente diffuse dal Monte tra la propria clientela che da sempre costituisce la sua prioritaria fonte di ricchezza, stupisce che una grande banca ne acquisti una piccola (pagata a carissimo prezzo!) e sottometta poi se stessa e le altre controllate al gruppo dirigente di quest’ultima e accetti supinamente sia l’assunzione aggiuntiva di altri top manager provenienti dall’esterno, evidentemente prescelti dalla “direzione salentina”, sia il “dimissionamento” o l’emarginazione di alti dirigenti interni poco convinti della validità del “nuovo corso”. Ci possiamo aspettare ora il ripristino di corretti rapporti tra il ruolo di banca acquirente e quello di banca acquisita? E non si è intravisto una sorta di “conflitto di interesse” nella gestione dei complessi rapporti poi intervenuti tra banca acquirente e banca acquisita? Le modalità dell’acquisto (per circa la metà avvenuto con un aumento di capitale e quindi, come dicono gli esperti, carta contro carta, per cui nella sostanza pagato dagli azionisti), hanno infatti comportato l’inserimento nel C.d.A. di un rappresentante del nuovo gruppo di soci, all’epoca - se non sbaglio - l’unico gruppo significativo dopo la Fondazione. Tornando ai fatti di rilievo intervenuti dopo la chiusura, sento il dovere di segnalare anche il significativo incremento della partecipazione nelle “Assicurazioni Generali” (dallo 0,41% al 2,95%) comportante un investimento complessivo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 750 milioni. Mi domando quale sia la coerenza di un investimento che provoca un’ulteriore stress finanziario alla Banca e del quale non si intuisce alcuna logica strategica, in un’azienda per giunta in forte perdita, mentre si vende più o meno per lo stesso importo la partecipazione di controllo nell’ottima Cariprato, questa sì strategica, come ho prima detto. Per concludere. Il bilancio dell’esercizio 2002 vede in sé gli effetti delle scelte gestionali di questi ultimi tre anni evidenziandone la inadeguatezza. Basti per tutti, evento inaudito e inquietante come pochi, la stasi totale di raccolta e prestiti da e alla clientela, anzi la loro contrazione in rapporto all’inflazione. E’ pur vero che ogni atto e fatto va contestualizzato nel momento storico e di mercato nel quale viene compiuto, ma ciò nulla toglie al giudizio obiettivo sulla sua validità che va misurata per gli effetti che nel tempo esso è in grado di produrre. L’impressione è che questo Consiglio sia andato a testa bassa in una sola direzione, lasciandosi guidare, più che guidando, o comunque subendo il fascino di forme e di stili non coerenti con la tradizione del glorioso Monte, ed anche accettando che agli errori strategici si ponesse riparo utilizzando i vantaggi accumulati negli anni precedenti e/o anticipando i frutti degli anni futuri (indebolendo ossia la futura capacità di reddito della Banca). Pertanto, mentre attendo risposta alle mie osservazioni su:
mentre attendo la risposta dicevo, traggo dalle osservazioni svolte, come si sarà capito, un giudizio pesantemente negativo sulla gestione e sulle scelte strategiche di fondo. Per cui mi riservo uno specifico intervento per quanto riguarda i punti 5 e 7 (nomina del C.d.A. e del Collegio sindacale) anticipando per ora che, in base a quanto oggettivamente rilevabile, andrebbe dimostrata la ragione per la conferma anche di uno solo dei membri uscenti, in primis il presidente Fabrizi. Chiedo infine, a norma di legge, l’integrale trascrizione del presente intervento nel verbale assembleare.
Assemblea dei soci della Banca MONTE DEI PASCHI DI SIENA
Bilancio al 31.12.2003 Siena 28.4.2004
Signori Azionisti, prima di tutto i miei complimenti al Presidente per l’impostazione formale di questo bilancio, diversa e migliore di quelle del passato, degna finalmente di un grosso organismo come la nostra Banca. Lo stesso però non posso dire della sua comprensibilità, di molto peggiorata. Più che un documento indirizzato agli azionisti, appare come una dotta comunicazione per un congresso di analisti finanziari di vaglia. Voglio leggervi un solo passo a pag.63 della relazione. Gli obiettivi alla base delle scelte gestionali concernenti il Banking Book (definito in accordo con le best practice internazionali come l’insieme dell’operatività commerciale connessa alla trasformazione delle scadenze dell’attivo e del passivo di bilancio della Tesoreria, delle filiali estere, del portafoglio immobilizzato e dei derivati di copertura di riferimento) mirano, in ottica di cosiddetto “total return”, a minimizzare la volatilità del margine d’interesse atteso nell’ambito dell’esercizio finanziario in corso (12 mesi) ovvero a minimizzare la volatilità del valore economico complessivo del patrimonio al variare delle strutture dei tassi. Si continua così per pagine, senza contare l’uso di termini inglesi profuso a piene mani su tutto il testo. Si tratterà sicuramente di un linguaggio familiare ai membri del Consiglio di amministrazione e ai Sindaci revisori, ma io non ho potuto fare a meno di pensare al “latinorum” che Manzoni mette in bocca all’Azzeccagarbugli e alle operazioni “4 you” e “My way” o alla complicatissima emissione di euro titoli cosiddetta F.R.E.S.H., realizzata nello scorso dicembre. La trasparenza appare sempre più come un miraggio lontano. Meno male che c’è il linguaggio dei numeri, certo anch’esso assai complesso, ma meno suscettibile di arcane alchimie. Ed è questo linguaggio, al quale mi atterrò esclusivamente, che fa giustizia sia di tanto sofisticata e vertiginosa letteratura, sia delle affermazioni trionfalistiche – queste sì rese in termini accessibili – come quella a pag. 8 della bozza di relazione che recita: Nel contesto operativo sopra delineato il Gruppo MPS ha conseguito, sotto il profilo operativo e gestionale, risultati di rilievo … Mi pare infatti azzardata tale dichiarazione se subito dopo si fanno seguire le percentuali di incremento nei due settori fondamentali dell’attività bancaria:
percentuali che, se si mettono in relazione con un processo inflativo del 2,6%, dicono che non si è neanche recuperata la svalutazione monetaria ufficiale (per non parlare di quella reale che autorevoli fonti stimano assai più consistente). Voglio dire che mantenere le posizioni in un mondo che cresce, anche se lentamente, non significa stare fermi, ma significa andare indietro. E anche se questo fenomeno della stasi fosse relativo a tutto il sistema bancario (mi pare che un raffronto del genere, ancorché generico, sia del tutto assente nella relazione), ossia se fossimo nella media del sistema, ciò confermerebbe sempre che stiamo recedendo almeno rispetto ad un passato neanche tanto lontano in cui la nostra vecchia e “elefantiaca” Banca pubblica aveva, sia nel campo della raccolta che in quella degli impieghi, tassi di crescita che prescindevano sempre da eventuali crisi in atto e che erano sempre largamente al di sopra della media, e spesso al di sopra di qualsiasi altro concorrente. Ed anche il rovesciamento dei dati (in passato erano sempre i depositi che crescevano più degli impieghi) è di per sé inquietante. Ma non basta, perché se prendiamo lo stato patrimoniale consolidato e aggreghiamo i due dati dei “crediti verso banche” e dei “crediti verso clientela” vediamo che il valore degli impieghi del 2003 è inferiore a quello del 2002 del 6,50%. E se facciamo la stessa aggregazione anche per i “debiti verso banche” e “debiti verso clientela” troviamo che la diminuzione dei depositi è dell’11,70%. Sono dati che si commentano da soli. Deve essere per questo che nulla ho trovato nella relazione a tale proposito. Così come non ho trovato commenti per i 153,8 milioni di euro di perdite (300 miliardi delle vecchie lire!) totalizzate da 16 aziende possedute al 100% dal Gruppo. Io invece dico che ci importa e lo dimostro subito. Se io depuro l’utile d’esercizio del gruppo (442,5 milioni) dalle partite straordinarie e occasionali che nulla hanno a che fare con l’attività tipica, ossia se tolgo il prelevamento da riserva (300,0) e se tolgo l’immissione nel bilancio in esame di utili futuri (82,2) grazie alla cartolarizzazione dei mutui, l’utile netto reale si riduce a 60,3 milioni, ad un valore ossia che non posso più ritenere accettabile. Ma se invece di sottrarre il ricavo della cartolarizzazione (82,2), sottraggo quella parte dei proventi straordinari specificata come “Altri” (pag. 217 della nota integrativa al bilancio consolidato) pari a 179,9 milioni, importo che dovrebbe ricomprendere anche i ricavi delle cartolarizzazioni ma non è detto, il risultato diventa negativo per 37,4 milioni. Se invece l’utile della cartolarizzazione non fosse ricompresso tra i proventi straordinari (non sono riuscito a capire dove esso sia stato contabilizzato), ovviamente si parlerebbe di una perdita derivante dall’attività ordinaria ben superiore. Ma la cosa che più preoccupa è che non si tratta di un incidente di percorso (mi ricordo un esercizio alla fine degli anni ’80, quando il Monte era ancora pubblico, che si chiuse con 8 miliardi di lire di utile, ma fu un’eccezione), perché ci troviamo ormai davanti a una prassi. Si tratta infatti della ripetizione della chiusura del precedente esercizio. Anche allora la depurazione dell’utile dagli eventi straordinari e irripetibili, come la plusvalenza dell’improvvida vendita della Cassa di Prato o la perdita contabile per l’acquisizione della Banca 121 classificata come ”avviamento” (sai che avviamento!) e quindi come bene da ammortizzare anziché come costo, metteva in luce una perdita netta d’esercizio di 236 milioni di euro. Ecco, di tutto ciò nella relazione che abbiamo ora all’esame non c’è traccia, mentre si trovano spesso frasi tranquillizzanti del tipo “sostanziale stabilità”, “risultati di rilievo”, “espansione delle masse intermediate”, “progresso apprezzabile dei ricavi primari”, assolutamente incompatibili con un bilancio che vede un prelievo da capitale di 300 milioni per apparire in attivo, che vede ossia l’adozione del meno virtuoso dei provvedimenti: spendere il capitale per fare bella figura. Nei confronti di simili operazioni non si può infatti avere un atteggiamento diverso da quello che avremmo verso chi intacca il capitale familiare per poter andare in ferie. Probabilmente condizionato dall’essere stato per alcuni decenni testimone dei virtuosi bilanci della vecchio Monte pubblico che faceva ogni sforzo per ridurre l’utile dichiarato e trasferire il più possibile a riserva (è dunque grazie a quelle gestioni se oggi si distribuisce un utile), non posso non considerare una simile prassi come irresponsabile: mai avevo sentito dire di situazioni in cui, per far quadrare i bilanci si prelevasse contemporaneamente dagli utili del passato (le riserve) e da quelli del futuro (le cartolarizzazioni). Se nella relazione avessi notato qualche atto di contrizione, qualche nota autocritica, qualche segnale che la situazione era stata non solo capita (cosa che non dubito) ma anche sottoposta a analisi per adottare ogni misura atta a raddrizzarla, mi sentirei più sollevato. Ma questo non è successo, per cui sono convinto che il prossimo anno sarò ancora qui prendere atto che nulla è cambiato. Signori azionisti, ho passato 42 anni al Monte e ho ancora fresco il ricordo dell’orgoglio che tutti provavamo se si guardava al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli (quando ne era presidente un certo Ventriglia). Non avete idea del male che mi fa ora vendere il Monte avviato sulla stessa strada. Non chiedetemi, dopo la diagnosi, quale potrebbe essere la terapia, perché non ne ho da suggerire o, meglio, perché temo che l’unica terapia possibile non sia praticabile. Per capirsi meglio citerò a memoria lo scozzese Adam Smith, il settecentesco fondatore della moderna scienza economica, che all’apparire delle prime società anonime, oggi società per azioni, ebbe a dire: “Queste società comportano l’affidamento del proprio capitale a terzi affinché lo facciano fruttare. Questi non possono usare nei confronti di quel capitale la stessa attenzione e la stessa diligenza che usano nei confronti del proprio. Per cui è umanamente inevitabile che quelle società siano destinate prima o poi ad essere fiaccate dalla disattenzione e dal disinteresse che, in maniera minore o peggiore, sempre caratterizza chiunque gestisca fiduciariamente le cose altrui”. Ma cosa si può dire di amministratori, consentitemi lo sfogo, che premiano con laute quanto immeritate gratifiche e liquidazioni l’ex direttore generale De Bustis e l’ex direttrice del Monte Paschi Finance, Venneri, ambedue lasciati liberi di imperversare così a lungo nella Banca, mentre si riducono i premi di bilancio ai dipendenti, che nessuna responsabilità hanno in questa situazione? Per quello che mi riguarda, e mi avvio a chiudere, riconfermo la mia sfiducia, già espressa in occasione del rinnovo delle cariche nel corso dell’assemblea per i bilancio 2002, al Presidente e al Consiglio di amministrazione. Da qui la mia decisione, che anticipo, del voto contrario sul bilancio e le relazioni, a meno che l’assemblea non prenda la decisione virtuosa di devolvere l’intero utile a riserva. Su tale ipotesi mi aspetto comunque che si esprima il Presidente del Consiglio di amministrazione. Chiedo infine che il presente intervento sia acquisito integralmente agli atti.
(Mauro Aurigi) (intervista sull’assemblea degli azionisti Mps per il bilancio 2003, pubblicata da Il Cittadino il 1.5.2004) Mauro, Aurigi, le sue impressioni sull’Assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi per la chiusura del bilancio del 2003.
Assemblea dei soci della Banca MONTE DEI PASCHI DI SIENA
Bilancio al 31.12.2006
Siena 27.4.2004
Breve premessa estemporanea. Non so quale mestiere faccia il socio Bompani che mi ha appena preceduto. Di certo non ha capito che non si deve lodare, come ha fatto, l’attuale amministrazione per le plusvalenze derivanti da vendite di cespiti antichi e portate come profitti di questo bilancio. Questa amministrazione infatti non ha nessun merito, che invece va esclusivamente ascritto alle vecchie amministrazioni di un periodo felice ormai lontano, quando quei cespiti si era soliti acquisire, non vendere come ora succede. Poco male per Bompani, perché i misteri dei bilanci non sono alla portata di tutti. Ma se egli esercitasse invece una professione di tipo commerciale o finanziario, beh, allora ci sarebbe da preoccuparsi. Sig. Presidente, lei ha detto nella sua relazione due cose molto inquietanti. Buon giorno a tutti. Sono Mauro Aurigi, già dipendente per ben 42 anni del Monte. Me ne sono andato nel 1999 con ben 5 anni di anticipo perché non riuscivo a convivere con la situazione che al Monte si è creata dopo la sua privatizzazione. Ora del Monte sono non un piccolo azionista, ma un micro-azionista. Ma veniamo a noi e alla relazione che avevo preparato.
Signori Azionisti, in precedenti assemblee ho già avuto occasione di lamentarmi per l’incomprensibilità del bilancio, almeno per quanto riguarda la sua parte illustrativa e i commenti alle voci. Oggi mi devo complimentare col sig. Presidente perché quanto a comprensibilità la situazione è di molto peggiorata. Più che un documento indirizzato agli azionisti, appare come una dotta comunicazione per un congresso di analisti finanziari di vaglia. Meno male che c’è il linguaggio dei numeri, certo anch’esso assai complesso, ma meno suscettibile di arcane alchimie. Ed è questo linguaggio, al quale mi atterrò esclusivamente, che fa giustizia sia di tanto sofisticata e vertiginosa letteratura, sia delle affermazioni trionfalistiche – queste sì, rese in termini accessibili – che sono apparse sulla stampa (“il migliore bilancio di sempre!”).
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Da che mondo è mondo il dato primario, empirico quanto si vuole, ma assolutamente il più significativo di ogni altro per valutare efficacia e efficienza di una banca, è stata la dinamica della raccolta, ossia l’andamento dei depositi: era soprattutto sulla base della loro più o meno rilevante crescita (non voglio neanche pensare alla decrescita) che una banca era valutata. Guardiamo allora cosa ci dice il bilancio. (in milioni) 2006 2005 differenza % 10. Depositi da banche: 20.456 20.144 + 312 +1,5 La raccolta è cresciuta solo dell’1,5%: non ha recuperato neanche l’inflazione, ossia è diminuita in termini reali. Brutto, pessimo segnale. Nel frattempo però gli impieghi presso banche e clienti sono arrivati a ben 80.828 (nel 2005 erano 69.597, ossia c’è stato un incremento di 11.291 pari a +16,2%). Gli impieghi dunque superano i depositi di ben 22 miliardi di euro. Insomma questa banca ha rovesciato un criterio che la voleva fortemente liquida e con margini della raccolta sugli impieghi amplissimi. Mi domando con cosa si sia sopperito per coprire la differenza, dove si siano trovate le risorse per coprire un simile inquietante squilibrio. Ho cercato la risposta nell’enorme mucchio di considerazioni contenute nei tre tomi che mi sono stati consegnati, considerazioni tanto dettagliate quanto incomprensibili, ma quella risposta non l’ho trovata. Mi sono immaginato che si fosse fatto ricorso alle obbligazioni. C’è una voce, la n. 30 delle passività patrimoniali, “Titoli in circolazione” pari a 24 miliardi che potrebbe adattarsi allo scopo. Ma anche se fosse vero, e probabilmente non lo è, ciò non consentirebbe di raggiungere un margine di sicurezza tra impieghi e depositi tale da farmi sentire tranquillo, perché la provvista complessiva (depositi + titoli) supererebbe di soli 2 miliardi gli 80 miliardi di impieghi. E poi quale ratio ci sarebbe nell’emettere obbligazioni per finanziare gli impieghi all’economia? L’attività di intermediazione è ancora l’attività principe di una banca: se questa entra in crisi non servirà che altri comparti siano in buona salute per mettere l’intera struttura al riparo di rischi gravissimi. E anche se di questo fenomeno soffrisse tutto il sistema bancario (mi pare che un raffronto del genere, ancorché generico, sia del tutto assente nella relazione), ossia se fossimo nella media del sistema, ciò confermerebbe sempre che stiamo recedendo almeno rispetto ad un passato neanche tanto lontano in cui la nostra vecchia e “elefantiaca” Banca pubblica aveva un rapporto depositi/impieghi di assoluta tranquillità. Per inciso: i tassi di crescita dei depositi, che erano sempre maggiori di quelli degli impieghi, prescindevano sempre da eventuali crisi in atto ed erano sempre largamente al di sopra della media, e spesso al di sopra di qualsiasi altro concorrente. Questo rovesciamento dei dati, ripeto, è di per sé inquietante. Forse i miei limiti personali non mi hanno consentito di trovare la risposta logica, ma vorrei essere tranquillizzato, dati alla mano, a tale proposito. Signori azionisti, voi direte: cosa ci importa dei dati disaggregati della gestione, anche dei più importanti, quando la cartina al tornasole di tutto quanto è il dato di sintesi finale, il risultato d’esercizio, che quest’anno si attesta addirittura su 868 milioni, ossia 498 più dell’esercizio precedente con un incremento del 135%? Io invece dico che ci importa e lo dimostro subito. Ci sono due componenti attive del conto economico che vi prego di prendere in considerazione perché molto interessanti sia per la qualità che per il valore. 70. Dividendi e proventi simili 661 milioni Ben un miliardo di profitti derivanti da dividendi e da surplus da alienazione di cespiti, contro solo 868 milioni di utile netto finale dichiarato! Insomma la Banca sarebbe in utile solo per attività non tipiche, astraendo dalle quali e basandoci esclusivamente sulla sua attività tipica avremmo una perdita secca o comunque un risultato che non si discosta di molto da zero. Insomma un po’ pochino per un’azienda che conta quasi 7 miliardi di capitale e quasi 20.000 dipendenti e un’enorme quantità di dirigenti strapagati (per non parlare del cda). Tutto questo patrimonio e tutta questa gente per rendere nulla! E per giunta in un momento di vacche grasse come non si conosceva da tempo. Devo dire che la prassi odierna di dichiarare utili ricorrendo alle riserve nascoste accumulate nel passato e di strombazzare trionfalisticamente il risultato di una simile poco virtuosa operazione come se fosse effetto della buona gestione attuale, è ormai diventata una regola. Nel bilancio 2002 si dichiarò un utile ricorrendo ad una plusvalenza nella vendita della Cariprato di 279 milioni, ad una cartolarizzazione dei mutui che fruttò 78 milioni, e ad una riduzione del fondo rischi bancari generali per altri 85 (in totale 442 milioni di euro). Nel bilancio 2003 si prelevarono da riserva 300 milioni, mentre se ne ottennero 82 da un’ulteriore cartolarizzazione dei mutui: in totale di 382 milioni di euro (questa di fare il bilancio con gli utili, contemporaneamente, del passato e del futuro è un primato da Guiness). I bilanci del 2004 e 2005 non ho potuto visionarli per miei personali impedimenti vari, ma mi auguravo che nel frattempo la prassi fosse cambiata e si fosse tornati a più virtuosi comportamenti. Ma non deve essere così, visto che nel 2006 si persevera. Insomma questa banca non guadagna più e per far finta di avere guadagnato ricorre agli accantonamenti fatti in un passato virtuoso. Mi domando cosa succederà quando quegli accantonamenti, quelle riserve occulte che stanno nei cespiti creati tanti anni fa e lasciati a libro ai valori originari o poco più, saranno esauriti. Si è praticamente venduto o si sta per vendere, come mai e ripeto mai era successo (il Monte ha un passato di solo e esclusivamente acquisizioni). Ecco la lista: Cariprato, le partecipazioni in San Paolo, Bnl, Generali, Fiat, Monte Paschi Vita, Farmafactoring, Finsoe, Borsa Italiana. E si stanno vendendo o sono in corso di alienazione perfino fiori all’occhiello come Fontanafredda, gli immobili di Monte Mario (qualche valutazione parla di quasi 1000 miliardi di lire di valore attuale), l’Agraria Chigi Saracini e quella di Marinella e chissà quant’altro che ora mi sfugge o che non so o che a noi piccoli azionisti sfugge perché di proprietà di altre aziende controllate dal Monte (sono centinaia!) della cui gestione poco o niente sappiamo. A parte 988 milioni di plusvalenze realizzate dalla cessione di partecipazioni assicurative, accantonati a riserve straordinarie (e mi domando se non siano anch’essi in attesa di futuro trasferimento a utili), niente dei maggiori valori realizzati è stato portato a riserva, come sarebbe stato logico e soprattutto salutare: tutto è stato disperso immediatamente nella distribuzione degli utili. Come non pensare che stia succedendo al Monte quello che sta succedendo in tutte le aziende pubbliche privatizzate, che vengono smembrate per venderne la polpa e realizzarla subito, salvo poi rimettere sul mercato il sacco ormai vuoto a disposizione che chi, soprattutto stranieri, sia disposto a rilevarlo pur di entrare in un mercato, come il nostro, dove è tollerato ciò che nei paesi civili dell’Occidente non solo non è tollerato ma fa correre anche rischi di carattere penale. Il pensiero va alla Telecom, ormai spompata e che lo Stato rischia di dover ricomprare dopo aver consentito, con la privatizzazione, che fosse spremuta delle sue componenti migliori. O all’Alitalia con la quale, se non altro, abbiamo in comune le alte, talvolta altissime ricompense alla massima dirigenza (per i mortificanti risultati di cui sopra i direttori generali De Bustis e Tonini sono stati ricompensati con qualcosa come una ventina di miliardi di lire ciascuno e il De Bustis forse con ancora qualcosa di più). Né mi consola punto l’aver preveduto questa conclusione sin dal 1995, anno della privatizzazione del solido, solidissimo Monte, forse, allora la banca più solida d’Europa. Per questo, per vedere di salvare il salvabile, chiedo alla Deputazione della Fondazione, azionista di maggioranza, di revocare al cda della Banca l’incarico e di procedere a nuove e più oculate nomine, almeno per la parte di sua competenza, auspicando che si riservi per sé la quota di cda che le compete, senza più concedere ai privati, che possiedono più o meno il 20% del capitale del Monte, di essere presenti nel massimo organo della Banca col 50% dei componenti e in maniera assolutamente gratuita. Questi privati hanno già avuto abbastanza. Gente nata con la camicia, questa. Per lo più sono riusciti anche ad acquistare la loro partecipazione quando il valore del titolo è sceso al suo minimo storico, ossia ben sotto i 2 euro (contro una quotazione naturale di circa 4 euro, ma che ora è salita addirittura fino a sfiorare i 5 euro: ma cosa vogliono ancora?). Senza contare i consiglieri della ex Banca 121 che le azioni del Monte le hanno avute regalate, visto l’inesistente valore delle azioni della loro banca che hanno dato in concambio. Cos’altro si vuol loro dare ancora? Non avrei mai pensato di vedere i comunisti e i cattolici che hanno sotto stretto controllo la Fondazione, mettersi a fare la beneficenza a chi è già ricco a dismisura. Cari compagni di Rifondazione comunista, quanti rospi avete silenziosamente inghiottito! Ma perché? Cosa vi ha convinti a farlo? Dopo la privatizzazione del Monte, ossia dopo che ne avete preso possesso, la forbice retributiva tra dipendenti e dirigenza, che era la più stretta tra le banche italiane (ossia i dipendenti guadagnavano molto di più e la dirigenza molto di meno), si è smisuratamente allargata. Mi domando se vi sentite la coscienza a posto, sul piano morale e etico intendo. O forse cose come la coscienza, la morale e l’etica, per comunisti e cattolici oggi non valgono più niente. Ma se non ne volete fare una questione di coscienza, fatene una questione economica: col vecchio sistema la Banca guadagnava molto di più. Che ne dite? Non sarà il caso di adottarlo nuovamente?
Nota. ”””Non ho avuto risposta sulla questione della perduta eccellenza da parte del Monte, né su quella inquietante affermazione del Presidente, che fa da corollario alla perduta eccellenza, secondo la quale chi non è all’altezza della situazione rischia di essere fagocitato. Mauro Aurigi Cassia Nord 22, 53100 Siena Siena, 30 Aprile 2007
All’Avv. Giuseppe Mussari Al. Dott. Antonio Vigni
La mia critica a proposito dello squilibrio tra raccolta e impieghi (rispettivamente 84 miliardi contro 81, con un margine di appena il 3,6%), si basava sui dati (v. fotocopia 1) della bozza di bilancio ritirata alcuni giorni prima dell’Assemblea presso la Segreteria Generale, che evidentemente erano sbagliati. Il bilancio definitivo consegnatomi la mattina dell’Assemblea invece indica una raccolta di 10 miliardi maggiore (v. fotocopia 2), per cui in realtà i due dati si attestano rispettivamente a 81 miliardi contro 91 (margine dell’11%). Una situazione migliore di quella da me rappresentata, ma che non lascia ugualmente tranquilli. Un margine dell’11% non sarebbe infatti sufficiente a superare una crisi delle dimensioni di quella della fine ‘800, dove fallirono tutte le maggiori banche private proprio a causa della ristrettezza di quel margine, o di quella della terza decade del ‘900, quando ugualmente e per lo stesso motivo fallirono tutte le maggiori banche private. Ma anche nel secondo dopo-guerra fu solo grazie agli accordi di Brettonwood se non ci fu un’analoga, immediata catastrofe. Infatti la crisi fu diluita nel tempo: di nuovo il sistema bancario privato scomparve, anche se non con l’immediatezza delle crisi precedenti, ma grosso modo per gli stessi motivi (insufficiente margine tra raccolta e impieghi): Banco Ambrosiano, Banca Privata Italiana, Banca d’America e d’Italia, Istituto Bancario Italiano, Banca Nazionale dell’Agricoltura sono solo un ricordo. Crisi del genere si sono ripetute ogni 30-40 anni. Come escludere che prima o poi non se ne debba affrontare un’altra? La buona liquidità allora potrebbe rappresentare la differenza tra un nuovo grande balzo in avanti e l’estinzione. Nel passato le allora piccole, modeste ma oculatissime banche pubbliche (tutte, comprese fino al secondo dopoguerra anche il Sicilia e il Napoli) non solo sopravvissero tranquillamente ma, grazie a quelle tre crisi e a quei conseguenti fallimenti si trovarono a propria disposizione tutto il mercato. Questo e solo questo è il motivo per cui il sistema bancario italiano poteva definirsi tale grazie esclusivamente alle banche pubbliche. Sia detto per inciso: ecco perché suonò idiota o ipocrita l’osservazione dell’allora ministro Amato (ma anche di Dini, Ciampi e D’Alema o della Confindustria) che non si poteva ulteriormente sopportare che il mercato del credito fosse in mano quasi esclusivamente a banche pubbliche (la foresta pietrificata di Amato). Possibile che non sapessero che ciò era avvenuto solo perché quelle private erano tutte fallite e ripetutamente? E se le banche private hanno la pessima abitudine di fallire tutte, quale intelligenza ci può essere stata, dopo quei fallimenti, nel privatizzare quelle pubbliche?). Ecco perché considero preoccupante quel ristretto margine dell’11%, ristretto come mai il Monte ha avuto in passato (vado a memoria, ma mi ricordo margini del 30% e anche di un 40% e comunque sempre superiori al 20% imposto dalla Vigilanza). E la tendenza è verso un ulteriore deterioramento. Infatti ancora alla fine del 2005 quel margine era del 18%: la crescita degli impieghi (16,3%) è praticamente vertiginosa rispetto a quella della raccolta (7,5%). E se delle obbligazioni si sapesse quante sono state effettivamente accolte dalla clientela e quante accollate a aziende del gruppo, forse anche quel 7,5% andrebbe rivisto in ribasso. Insomma la situazione non mi lascia tranquillo. E probabilmente neanche chi ha avuto e chi ha ora in mano le sorti del Monte si sente tranquillo, visto il ricorso in questi ultimi anni all’alienazione di parte del patrimonio, ossia alla monetizzazione delle riserve accumulate in un passato molto virtuoso. E come non ricollegare a ciò l’ipotesi fatta dal presidente della Fondazione di un annacquamento della quota: che senso ha un ulteriore annacquamento dopo avere così duramente lottato contro il tentativo governativo di ridurre le quote delle Fondazioni al 30%? Come non pensare che davvero è stato già raschiato il fondo del barile ed che ora c’è bisogno del “cavaliere bianco”? Quanto precede solo affinché non pensiate che nel mio dire e nel mio fare io sia mosso da pregiudizi o avversione preconcetta. Il Monte è la più grande realizzazione, tra le tante (consentitemi un po’ di retorica), del genio senese, tanto grande da apparire, se ci pensate bene, incredibile: non mi è facile mandare giù l’amaro boccone della previsione di un suo immiserimento. Cordialmente vostro (nonostante tutto),
Unica precisazione inequivoca ricevuta è che non il presidente Fabrizi, ma altri per conto del Monte sedeva nel CdA del San Paolo all’epoca della definizione del prezzo della Banca del Salento, ma la cosa, come si può facilmente verificare, non cambia i termini della questione posta.
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