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30.12.2002 - Fusione con la Banca 121

Associazione
per la difesa
del Monte
Via Simone Martini 26, Siena                                                                                          
(difesamonte@libero.it)                                                                                         
fax: 0577.318797                                                                                              16.12.2002

 

Al Sindaco e al Presidente della Provincia
Ai Consiglieri comunali e provinciali

Oggetto: Monte dei Paschi di Siena

 

Questa Associazione, come forse vi sarà noto, fu fondata da alcuni cittadini quasi dieci anni fa per difendere gli interessi di Siena nel Monte dei Paschi, interessi che ritenevamo seriamente minacciati dalla privatizzazione della banca. Oggi, a privatizzazione realizzata, temiamo purtroppo di essere stati lungimiranti.
Ne è una dimostrazione la discutibile operazione di fusione del Monte con la Banca 121. I dubbi che l’Associazione nutre nei confronti di questa operazione sono stati trasformati in quesiti al CdA che un nostro associato ha posto nel corso dell’assemblea degli azionisti del 30 novembre scorso. L’evasività delle risposte non ha fatto che rafforzare le nostre perplessità(*). Da qui la decisione di rimettervi unito alla presente l’intervento del nostro associato.
Ci corre anche l’obbligo di segnalarvi che nella stessa occasione il nostro associato ha fatto notare al presidente e al direttore generale della banca che la partecipazione nel San Paolo, valutata nel bilancio 31.12.2001 per 1,2 miliardi di Euro, era stata ceduta il 1.9.2002, a seguito di una lontana delibera del 15.5.2002, per 0,8 miliardi di euro, producendo così quello che con un eufemismo è stato definito “minus da cessione”, ma che in realtà è una secca perdita di 0,4 miliardi di Euro, ossia di circa 800 miliardi di vecchie lire. Alla richiesta di conoscere se la vendita, inopinatamente avvenuta in un momento di pesante cedimento dei corsi borsistici, fosse stata consigliata da ragionevoli timori di ulteriori perdite o da occasioni di migliori investimenti o da cos’altro, presidente e direttore generale si sono limitati a negare semplicemente che ci sia stata una perdita, dichiarando anzi essersi trattato di una brillante operazione perché, nonostante il “minus da cessione” di 800 miliardi, la partecipazione è stata ceduta ad un prezzo superiore a quello di acquisto.

Nel dichiararci disponibili agli ulteriori approfondimenti che fossero ritenuti necessari, salutiamo distintamente.

Associazione per la difesa del Monte

 


ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI DELLA BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA DEL 30 NOVEMBRE 2002 (fusione per incorporazione della Banca 121)

Intervento di Mauro Aurigi

 

Mi chiamo Mauro Aurigi, sono stato un dipendente del Monte dal 1957 al 1999, ossia per 42 anni. Appartengo dunque a quella generazione di montepaschini che nel secondo dopoguerra ha fatto grandissimo un Monte che per la verità, grazie alle precedenti generazioni di senesi, grande era già. Mi sento perciò autorizzato ad una premessa al mio intervento.

Per quanto io ne sappia, il Monte è una cosa unica al mondo. Forse esistono grandi banche che per qualità e cultura al Monte potevano essere paragonate (soprattutto San Paolo e Cariplo), ma non credo esista un’altra situazione in cui una piccola città di provincia priva di ogni risorsa naturale, assolutamente decentrata rispetto a tutto e, vorrei dire, anche rispetto alla storia, si sia fatta da sola una banca di queste dimensioni e di questa qualità: ai massimi livelli italiani ed ai migliori europei soprattutto quanto a solidità.
Chissà se gli illustri signori che mi siedono davanti, soprattutto il presidente Fabrizi, così contiguo con un’istituzione prestigiosa come l’Università Bocconi, e il direttore generale De Bustis, che il banchiere lo fa di professione, si sono mai posti la domanda:  facile fare il San Paolo a Torino e la Cariplo a Milano, le due capitali economiche italiane, ma come è stata possibile l’edificazione di un Monte a Siena, ossia nello spezzone più arido, improduttivo, “addormentato” e isolato dell’intera Toscana, anzi dell’intero nord Italia?
Mi immagino che una domanda del genere non se la siano mai posta e che per loro il Monte sia lì per volontà imperscrutabile del fato, creato apposta affinché un giorno loro ne potessero diventare rispettivamente presidente e direttore generale, appunto.
Anch’io quando fui assunto, appena diciottenne, per meriti scolastici, feci la stessa riflessione: il Monte era lì solo affinché io, diplomato ragioniere, ne potessi diventare un impiegato. Poi però sono cresciuto e alla fine, siccome sono uno che le domande se le pone e cerca perfino di darsi delle risposte (brutto vizio che di solito mi costa non poco), sono arrivato ad una conclusione.

Egregi Signori, per quanto vi sforziate non troverete mai nella semimillenaria e gloriosa storia del Monte (come in quella millenaria della Città) il nome di un fondatore o una famiglia o un condottiero d’impresa o un genio della finanza che ne abbia retto le sorti e determinata la fortuna, così come invece è norma nella totalità delle situazioni in Italia. No, non esistono altre risposte a quella domanda se non questa: il Monte è lì ed è così cresciuto fino a diventare una delle più solide banche del continente, solo ed esclusivamente per il grande amore che la Città e il suo Popolo per mezzo millennio gli hanno voluto. Un amore straordinario, capace di annullare ogni altro interesse, tanto travolgente da contagiare nella Banca anche quelli che Senesi non erano. E’ questo il vero capitale sociale del Monte, un capitale che nessun’altra grande banca possiede o che comunque non possiede a tali livelli.
No, egregi signori, non esiste ipotesi diversa da questa sulla genesi e sviluppo della nostra straordinaria Istituzione: essa è nata e cresciuta qui, perché non poteva nascere, come non è nata, da nessun’altra parte. E ciò per un semplice motivo: perché da nessun’altra parte che qui ci sono Siena e i Senesi, con ciò meritandosi questi ultimi il titolo di migliori banchieri del mondo. Per inciso: è questo un titolo che mi sono inventato io, è vero, ma penso che siamo tutti d’accordo che neanche un Rothschild o un Morgan sarebbe stato capace (e si sarebbe guardato bene dal provarcisi) di realizzare a Siena la banca che vi hanno realizzato i Senesi. Ecco perché ho mal digerito che negli anni ’90 personaggi come gli on.li Amato, Dini e Ciampi siano venuti a Siena ed abbiano detto ai Senesi: ora vi insegniamo noi come si fa la banca. E posero, anzi imposero le basi per la disastrosa privatizzazione del Monte. Ed ecco perché oggi accetto male che venga da una piccola banca del sud l’ing. De Bustis a dirci: fatevi da parte che vi faccio vedere io come si fa.

Direte: amare una banca? Ebbene sì: gente che è capace di amare una contrada può benissimo amare una banca, qual è la differenza? Non è un caso infatti che quella del Monte sia un po’ la storia del Palio (non a caso sono più o meno coetanei): anche questa minuscola festa della profonda provincia italiana è assurta, per la passione dei Senesi, ai massimi livelli possibili. Si dice addirittura che nell’immaginario collettivo mondiale anche il Palio negli ultimi 50 anni sia arrivato a collocarsi tra le massime feste del mondo, secondo solo al carnevale di Rio (ma Rio è una delle metropoli più grandi del mondo e Siena ha solo 50 mila abitanti).
Amare una banca. Chi come me abbia passato ben 39 dei suoi 42 anni da montepaschino a vagliare l’affidabilità delle aziende lo sa bene: il primo requisito da accertare ai fini della bontà di un’impresa e delle sue prospettive di successo e quindi della sua affidabilità, è l’attaccamento affettivo, non opportunistico, che la proprietà deve nutrire nei confronti della sua azienda. Senza di ciò a poco servono intelligenza e capacità professionali o patrimoni cospicui o fortunate congiunture di mercato. Quanti solidi patrimoni, quante piccole e grandi imprese affermate e sicure ho visto distruggere da eredi a cui quel sentimento di attaccamento faceva difetto!
No, non ho dubbi che queste siano le ragioni profonde della eccezionale straordinarietà del Monte dei Paschi. E se anche ne avessi avuti li avrebbe dissolti Leonardo Benevolo, uno dei massimi studiosi al mondo della civiltà urbana. Questi infatti ha dato un’icastica definizione della capacità storica dei Senesi di realizzare da soli (senza l’aiuto di un principe, un papa o un re o un capitano d’industria) imprese assai sproporzionate sia rispetto alle risorse ambientali sia ai propri mezzi materiali e culturali, sia ai limiti obiettivi di questa minuscola e provinciale Città. Testualmente: Siena è il risultato della sfida paradossale di un gruppo umano all’ambiente, alle forze della storia, al mondo ecc. Non c’è infatti solo il Monte e il Palio, ovviamente, e non c’è solo il fastoso impianto urbano, ma ci sono l’Università, il Policlinico e decine di altre realizzazioni impensabili in città di queste dimensioni. Ci sono, per esempio anche le ferrovie. Pochi sanno che di fronte all’isolamento anche ferroviario imposto dai Lorena prima e dai Savoia dopo, i Senesi si costruiscono da soli le tre ferrovie nelle direzioni storiche dei loro traffici: verso Roma (fino a Orte), verso Firenze (fino a Empoli) e verso la Maremma (fino a Grosseto). E il Benevolo ci dà una mano a capire quanto stupida e frutto d’ignoranza sia l’altra, più nota e abusata definizione di Siena: città addormentata per eccellenza.

Ma non si è trattato solo di amore. C’è un altro elemento che ha fino ad oggi (o a ieri) caratterizzato la storia e le fortune di quello che per secoli generazioni di Senesi hanno sempre chiamato, assai significatamene, Istituto e mai banca: l’etica. E’ questa una lezione che i Senesi imparano (o imparavano), presto e per osmosi, nella famiglia prima, nella Contrada poi e infine nella comunità cittadina, ma che era particolarmente puntuale per coloro che “entravano” al Monte (come nelle altre istituzioni cittadine: l’Università, lo Spedale …). Era l’etica del lavoro, il lavoro inteso quasi come una fede religiosa, come impegno e dovere sociale, sulla base del quale si giustificava il guadagno, destinato a riversarsi poi, direttamente o indirettamente, sulla comunità: l’appropriazione della ricchezza (perché è questo che la banca, come ogni altra impresa economica, fa) legittimata perché contribuiva al bene comune. Né poteva essere diversamente per una banca nata per contrastare l’usura.Se ci si pensa bene questa è la severa etica di quel calvinismo che ha fatto la fortuna economica sociale e culturale del mondo anglossassone e nord-europeo. E non la si consideri questa un’indebita forzatura dialettica. Anche il calvinismo, come il Monte, affonda le sue radici nella straordinaria cultura, una delle massime della storia dell’uomo, dell’Umanesimo a sua volta frutto di quella civiltà comunale, di cui Siena fu così tanta parte, tanto bistrattata oggi in Italia quanto esaltata nel mondo anglosassone che giustamente la pone all’origine del moderno pensiero politico occidentale o dell’Occidente sic et simpliciter.   
S’era nei primissimi anni 60 ed avevo 23 anni quando, nel corso di una visita periodica all’Ufficio Sviluppo a Siena (avevo già un piccolo ruolo di responsabilità in una filiale meridionale), informai il compianto direttore Mario Barbini che il Credito Italiano faceva pubblicità al “credito personale” ossia a quei Piccoli Prestiti che erano stata una invenzione del Monte in Italia, chiedendo perché ci facessimo scavalcare così, senza reagire. Questa la gelida risposta del Barbini che non ho mai più dimenticato: “Incentivare l’indebitamento delle famiglie è amorale: l’Istituto non lo farà mai”. Ogni commento è superfluo.
 
Cosa voglio dire? Minare alle basi quel rapporto fortemente emotivo con la Banca e quella severa morale dell’etica del lavoro, significa minare alle basi l’esistenza stessa dell’Istituto, in quanto lo si priva di quelle due condizioni per cui una banca di simili dimensioni e ricchezza ha potuto nascere e sopravvivere in una piccola città come Siena. E minare alle basi la sopravvivenza a Siena del Monte significa minare alle basi la Città stessa.
E non c’è dubbio che l’attaccamento dei dipendenti verso l’Istituto sia in corso di demolizione, non solo a causa di un’ “amoralità” diffusa in dosi industriali, ma anche grazie a una sorta di pulizia etnica che ha colpito con fredda determinazione la “vecchia guardia” del Monte, in primis i Senesi, troppo scomodi testimoni nel momento in cui un’amorale cultura dell’arricchimento fine a se stesso (e magari ai danni del bene pubblico) e della dissipazione sembra dover prendere il posto dell’etica antica.
E non c’è dubbio che anche l’antica struttura morale sia in demolizione. Anche solo pochi anni fa sarebbe stato assolutamente impensabile che i “meritevoli” fossero premiati con una Mercedes o un’Audi e che quelle 350 autovetture, pari a un valore ad occhio e croce superiore ai 20 miliardi di lire, fossero acquistate, senza che ne fosse resa nota la convenienza economica, presso concessionari leccesi (almeno così si è letto sui giornali). Così come sarebbe stato impensabile che un giornale serio come il Corriere della Sera si sentisse autorizzato ad insinuare che il direttore generale del Monte avesse un’amante protagonista di una carriera prodigiosa fino a diventare, dal niente, direttore generale di una partecipata del Monte, o che altri insinuassero che alla stessa signora si sia assicurato un appannaggio di 2,0 miliardi anni di vecchie lire e 1,7 di premi di bilancio. Insinuazioni d’accordo, ma è il segno di un deterioramento dell’immagine del Monte: in passato nessuno si sarebbe azzardato a farne di simili. E l’immagine, signori azionisti, è tutto per un’impresa, come la banca, che si basa esclusivamente, e ripeto esclusivamente, su un doppio rapporto di fiducia: fiducia dei depositanti verso la banca e fiducia della banca verso la sua clientela. Non è un caso che sia la banca come istituzione sia lo stesso termine credito (da credere, avere fiducia) siano nati, per la prima volta nella storia dell’umanità, in quella civiltà comunale che, come mai era successo prima,  sulla fiducia tra estranei basò il suo più alto valore etico.

Ma non sono ovviamente qui per dare testimonianza di quell’amore e di quell’etica morale, ma perché voglio che il Monte continui a rappresentare la massima e suprema ricchezza della Città, e perché quella straordinaria ricchezza non sia messa a repentaglio. Perché Siena, che ha concentrato nella banca tutte le sue energie e le sue risorse degli ultimi 500 anni, precipiterebbe in un baratro se il Monte non ci fosse più o dovesse essere ridimensionato al ruolo di piccola azienda provinciale da gestioni azzardate che ne avessero reciso incautamente quel legame affettivo con Siena e i Senesi, unico motivo, ripeto, delle sue straordinarie fortune.
E sono qui perché voglio essere rassicurato che la principale operazione che siamo chiamati a definire oggi in questa sede, la fusione con la Banca 121, non vada proprio in quella deleteria direzione. Esporrò i motivi di questo timore, ancorché certo che si tratterà di un’esposizione lacunosa, più qualitativa che quantitativa, perché la materia è complessa e mi hanno fatto difetto sia gli elementi valutazione sia il tempo per gli approfondimenti del caso. E ciò perché la relazione del Cda è stringata ed anche criptica, ma anche perché questa assemblea è come se fosse stata tenuta segreta. Io ne sono venuto a conoscenza una decina di giorni fa, ma, peggio ancora, il Consiglio comunale – e sottolineo il Consiglio comunale, ossia sostanzialmente l’azionista di maggioranza! – che stava predisponendo una seduta ad hoc per l’odierna festa della Toscana, ha dovuto decidere per una data diversa perché venuto in quel momento e per caso a conoscenza dell’indizione di questa nostra assemblea). A mala pena, a causa di questa incomprensibile “riservatezza”, ho fatto in tempo a avere i titoli per partecipare.

Devo necessariamente rifarmi al progetto di totale acquisizione della Banca del Salento, datato 3 febbraio 2000, dove si proponeva un prezzo di acquisto di ben 2500 miliardi contro un netto a libro di appena, 500 miliardi: quasi 5 volte tanto. Neanche dieci anni prima, l’acquisto per 220 miliardi di una banca siciliana, più o meno simile per dimensioni ed altrettanto strategica nella propria regione, sollevò uno scandalo di risonanza nazionale ed anche oltre. Da allora l’inflazione avrà pesato sì e no per il  50%, per cui un prezzo equo, parametrato su quell’affare del 1990, poteva essere stabilito tra i 3 o 400 miliardi. Ma diciamo pure che i 500 miliardi di netto dichiarato dalla BdS potevano essere la cifra su cui basarsi. Come si è potuti arrivare ai 2500 miliardi? E perché per raggiungere quella cifra il Monte si è cimentato in una sconsiderata gara al rialzo con una sua partecipata come il San Paolo, una partecipazione questa così importante da vedere addirittura il presidente del Monte, Fabrizi, sedere nel consiglio di amministrazione? Non ci si è resi conto che ad un occhio esterno e sprovveduto un’operazione così condotta poteva dare adito a supposizioni di artificiale rialzo del prezzo? E perché quando il San Paolo rinunciò a quella inspiegabile gara, fermando la propria offerta a 2200 miliardi, almeno così si è letto senza smentite sui giornali, il Monte rincarò la dose aggiungendovi di suo altri 300 miliardi? Il tutto probabilmente può essere giustificato con le notorie e eccezionali caratteristiche - anche e soprattutto tecnologiche - della BdS, caratteristiche bene illustrate nel piano di acquisto del 2000 e che postulavano futuri sviluppi e affermazioni sul mercato di assoluto rilievo, tanto che, si assicurava, la BdS avrebbe goduto a breve termine di una prestigiosa quotazione in Borsa. La cosa non mi meraviglia affatto anche perché molti anni fa sono stato testimone personale del valore di quella banca. Penso insomma che sia stato questo particolare “valore aggiunto”, questo particolarissimo “avviamento” che, in mancanza di altro, deve avere convinto gli azionisti, nella assemblee successive all’acquisizione avvenuta a metà 2000, a continuare a dare credito a quella costosissima ma verosimilmente vantaggiosa operazione. Ora però ecco cosa leggiamo nella relazione del Cda relativa alla proposta di fusione tra Monte e Banca 121 (punto 1.2, capoverso 4° e 5°):
“… le condizioni di mercato si presentano, però, particolarmente difficili e rendono più evidenti i limiti dell’assetto adottato. La situazione dei mercati, infatti, sprofondati in una delle più lunghe e pesanti discese borsistiche del dopoguerra e con un’economia reale che ancora stenta a riprendere un cammino di sviluppo, ha penalizzato i risultati reddituali della Banca. Di fronte a questa situazione il recupero di produttività della rete di promozione appare assai complesso e necessita di una evoluzione del modello di business verso una prospettiva di piena integrazione con il Gruppo”. In soldoni: la Banca 121 non ce la fa più e dobbiamo incorporarla. Ma com’è possibile? dalle stelle alle stalle in poco più di due anni? la Banca si è fatta sorprendere dalla “discesa borsistica”? non sapeva che c’erano stati precedenti anche più pesanti? com’è potuto succedere ciò, ad una banca che ha soprattutto interessi, da quello che mi è dato di capire, in campo borsistico? Non aveva fatto accantonamenti adeguati?

Allora le domande che si pongono ed alle quali non c’è risposta nella documentazione fornita, sono soprattutto di due tipi:

  1. La  Banca era una bolla d’aria anche quando fu deciso di acquisirne il controllo? Chi ha così clamorosamente sbagliato la valutazione? I tecnici del Monte (improbabile ma possibile)? La società di valutazione? E come può essere successo se si dice che per consulenze della specie il Gruppo MPS spende qualcosa come 300 miliardi di lire annui? Sono state fatte le indagini atte a individuare le eventuali responsabilità? E, se fosse vera l’ipotesi della Banca 121 “bolla d’aria”, come è stato possibile affidare la Direzione generale del Monte al De Bustis, già azionista e direttore generale della BdS, ed alla squadra dei suoi dirigenti che da quella bolla d’aria venivano? E come sarebbe stato possibile l’accoglimento dell’altro grande azionista salentino, il Semeraro, nel cda del Monte?
  2. La Banca invece era davvero quel brillante e promettentissimo organismo  che è stato illustrato nel piano di acquisizione del 2000?  Ed allora chi l’ha ridotta in soli due anni in condizioni tali da imporne ora l’incorporazione da parte del Monte? Sono state esperite le indagine atte a individuate le responsabilità?

Io credo, in tutta franchezza, che non si possa procedere oltre se non si danno risposte a queste domande.

Ma ci sono altri dubbi che la mancanza di tempo e di documentazione non hanno consentito di fugare. Per esempio: perché nelle operazioni di acquisto che il Monte ha fatto nel corso degli ultimi due anni di attività della BdS (credo una quarantina di sportelli e una fetta consistente dei suoi crediti) si è ritenuto necessario di riconoscere ulteriori quote di avviamento? Con l’acquisto del 94% del capitale non si era già pagato un avviamento sufficiente e relativo anche a questi ultimi acquisti? In mancanza degli elementi di valutazione di cui avrei voluto e dovuto disporre, verrebbe da pensare, e spero onestamente di essere subito smentito da chi ho di fronte, che l’utile netto della BdS degli ultimi due anni sia stato conseguito non grazie all’attività tipica, ma al riconoscimento ripetuto di quell’avviamento. Se così fosse, in mancanza di idonei chiarimenti, sembrerebbe che la 121 sia stata messa surrettiziamente in grado di dimostrare una redditività inesistente. Necessari quindi lumi anche a questo proposito.
Di più: che senso ha acquistare attività da un’azienda di cui già si possiede il 94% e di cui sin dall’inizio era prevista l’acquisizione totale? Probabilmente la compravendita di quelle filiali è stato un affare per la BdS, ma per il Monte dei Paschi? Mi dicono che a Napoli, dopo quell’operazione, ora due filiali del Monte al Vomero si fronteggino sui lati opposti della stessa via Mattia Preti. Con l’immissione di così generosa liquidità, non si sarà obiettivamente provocata la rivalutazione, oppure frenata la svalutazione, delle azioni di minoranza della 121 che il Monte intende ora acquisire?

Un altro dubbio che non trova risposte riguarda il crollo in Borsa del titolo del Monte. Non è ovviamente dimostrabile, ma il sospetto che esso sia legato, oltre che alle ripetute notizie incontrollate dell’affare BNL, anche alla scoperta del pessimo affare che comunque il Monte ha fatto con la BdS, è legittimo. E non mi si dica che le cause sono altre e che il Monte non poteva restare indenne da una crisi che interessa tutto il sistema, perché questa sarebbe un’aggravante e non una giustificazione. Sarebbe infatti la prima volta che una crisi economica trova il Monte allineato alle altre banche. Perché fino ad oggi erano proprio quelle crisi bancarie, a cominciare da quelle gravissime di fine ‘800 e degli anni ’30 del ‘900 per finire con quelle di cui sono stato personalmente testimone nella seconda metà del secolo scorso, che coglievano sempre e immancabilmente in ottima salute, per i motivi che ho descritto in premessa, il Monte ed anche il San Paolo e la Cariplo. Sono state le crisi del sistema, anziché deprimere queste tre banche pubbliche, a consentire decennio dopo decennio, crisi dopo crisi, la loro costante ascesa nel settore fino ad assumervi un ruolo di assoluta preminenza. Sarebbe davvero il colmo che questa caratteristica che il Monte aveva sempre conservato fino a quando era pubblico, fosse sparita ora che è banca privata: voglio qui ricordare che la privatizzazione è stata imposta perché altrimenti il Monte avrebbe “perso le sfide del futuro”.

Un altro dato che ho inutilmente cercato nella documentazione e che mi sembra importante per una corretta valutazione, è quello riguardante il valore delle eventuali obbligazioni o contratti onerosi di maggior rilievo (vendite e acquisti, per esempio) stipulati dalla 121 nel corso dell’ultimo anno. Lo stesso dicasi per i costi relativi alle eventuali assunzioni di personale e alle promozioni deliberate nello stesso periodo. Per esempio stona un poco che le notizie di stampa circa cause intentate alla banca da clienti che si ritengono danneggiati, non siano state smentite nella relazione del cda (o, in alternativa, non ne sia stato indicato l’eventuale valore).
Altra informazione che sembra necessaria è l’assicurazione che né il direttore generale, né membri del cda del Monte, né loro familiari siano possessori delle residue azioni che si intendono acquisire con la fusione proposta. Forse non c’è conflitto d’interessi sul piano strettamente legale, ma ce n’è uno e grosso sul piano etico.
Infine, almeno per quanto mi riguarda, deve essere meglio spiegato il sistema con cui si è arrivati a quei valori per il concambio delle azioni. Questo è un problema che riguarderebbe anche le precedenti e ben più importanti operazioni di concambio fatte per l’acquisizione del controllo della 121, ma, pur avendo informazioni assai parziali, temo si tratti di esercizi già chiusi. La relazione del Cda è di difficile comprensione quanto alla determinazione dei due rispettivi valori (ma perché c’è voluto un organismo estraneo per determinare il valore delle azioni residue di una partecipazione posseduta quasi totalmente e che quindi il Monte dovrebbe conoscere meglio di chiunque altro? non poteva la Deloite essere chiamata solo a certificare l’esattezza del calcolo?). Comunque, viste le ammissioni fatte nella relazione del Cda sulle difficoltà della 121 e quindi indirettamente sullo scarso valore delle sue azioni, e visto che mi sembra che per la determinazione del valore delle azioni solo per il Monte (non era ovviamente possibile per la 121) si è fatto ricorso alle quotazioni di Borsa che sono ora al loro minimo storico, mi resterà il dubbio, fino a quando non mi sarà dimostrato il contrario, che tutto sommato siano i vecchi azionisti del Monte, grazie all’operazione di aumento di capitale fatta col conferimento da parte degli azionisti della 121 delle azioni di quest’ultima, ad avere indirettamente sostenuto gran parte dell’onere rappresentato dalla cessione delle azioni del Monte a questi ultimi. Sarò ovviamente felice di venire smentito. 

Ultimissima nota: si dice che a Lecce già siano in corso i lavori per gli interventi di ristrutturazione operativa (Polo meridionale del Consorzio Operativo Gruppo MPS), prima ancora che la fusione sia stata deliberata. Sarebbe opportuna una smentita, perché si tratterebbe, a dir poco, di una sostanziale mancanza di riguardo verso gli azionisti ed anche di uno spreco di denaro di cui si dovrebbe rispondere se la fusione non venisse approvata. Non sarebbe fuori di luogo anche una dichiarazione che fughi il sospetto che, per deferenza verso alcuni azionisti privati del Monte, sia in atto uno strisciante trasferimento di pezzi della Direzione Generale a Lecce.

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Per chiudere: se non sarà possibile ottenere chiarimenti esaustivi a quanto sopra, chiedo che l’assemblea sia aggiornata a data ragionevole perché la complessità della materia richiede approfondimenti che i tempi imposti dalla scarsa pubblicità data alla convocazione non hanno consentito.
In difetto, riservandomi di stabilire se venga così violato un mio diritto, voterò contro la fusione chiedendo che la 121 venga ricapitalizzata per il minimo necessario a restare operativa e che gli azionisti di minoranza siano chiamati a partecipare in proporzione, pena la svalutazione della loro quota di partecipazione al capitale.

Chiedo infine che questo mio intervento scritto sia acquisito agli atti dell’assemblea.

 

Siena, 30 novembre 2002


Associazione
per la difesa
del Monte
Via Simone Martini 26, Siena                                                                                          
(difesamonte@libero.it)                                                                                         
fax: 0577.318797                              

                                                       

                                                                                              Siena, 2 Dicembre 2003

 

Al Sindaco e al Presidente della Provincia
Ai Consiglieri comunali e provinciali

 

Oggetto: Monte dei Paschi di Siena

            Poiché riteniamo che la travagliata vicenda del Monte dei Paschi stia per arrivare alla sua finale e drammatica conclusione (la definitiva perdita della Banca da parte della Città), desideriamo far seguito alla nostra del 16.12.2002, che alleghiamo in copia, per rimettervi il testo dell’intervento che il nostro associato Mauro Aurigi ha fatto il 26.4.2003, nel corso dell’assemblea dei soci della Banca Monte dei Paschi per l’approvazione del bilancio al 31.12.2002.

            Siamo ovviamente a disposizione per ogni altro chiarimento che si rendesse necessario.

 

Associazione per la difesa del Monte


AVVERTENZA: il testo è quello integralmente messo a verbale, tranne la parte in corsivo che non è stata letta (e quindi non messa a verbale) per evitare che per la lunghezza dell’intervento, mi fosse tolta la parola.

 

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Assemblea dei soci della Banca

MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA

 

Bilancio al 31.12.2002

                                      

                                                                                           Siena 26.4.2003

 

Mi chiamo Mauro Aurigi, sono un ex dipendente del Monte dei Paschi di Siena, in quiescenza dal 1999.

Questo è il primo bilancio della Banca che leggo dopo tanti anni. Vi ho trovato la rappresentazione di una logica, di una cultura diametralmente opposta a quella che dal niente ha reso grande il Monte e che postulava il principio “meglio essere che sembrare” per cui gli sforzi erano, tra l’altro, tesi a evidenziare conti economici magri e a non apparire sulla ribalta neanche per fatti positivi (figurarsi per quelli negativi!). Siamo ormai così lontani, e perniciosamente, da quella cultura che sento oggi il dovere di ripercorrere qui brevemente, prima delle osservazioni al bilancio, la recente storia della Banca durante la quale la metamorfosi è avvenuta. Quelle che seguono non sono le considerazioni di uno storico dell’economia, né di uno specialista nel ramo o di un protagonista del periodo, ma solo di uno che quel periodo ha comunque vissuto intensamente. Vi prego pertanto di prestare attenzione più al senso ed al contenuto generale dell’intervento che agli eventuali difetti di forma e imprecisioni nei particolari che certamente non mancheranno.
 
Quando nel 1967 Paolino Pagliazzi, già direttore centrale della BNL, assunse l’incarico di Provveditore (direttore generale) del Monte si rese subito conto della inaspettata, sorprendente, abbondante liquidità della banca senese e della sottostante possibilità di ingenti affari che si potevano realizzare. Furono gli otto direttori centrali del Monte, tutti senesi, o fortemente senesizzati, tutti cresciuti dalla gavetta dentro la  Banca, a bloccarlo: “Questi sono i soldi sotto il mattone del Monte, non si toccano! Servono in caso di bisogno”. Gente solida, quella, forgiata dalla forte cultura familiare del buon senso che caratterizzava da almeno un millennio questa provincia di campagna: prima o poi sarebbero arrivati gli anni di carestia e gli imprevidenti sarebbero affondati lasciando tutti i pascoli, che prima o poi sarebbero tornati grassi, ad esclusiva disposizione di chi saggiamente avesse avuto scorte di fieno in capanna. E’ questa cultura che ha consentito al Monte, ed anche alle altre due grandi banche ad esso equiparabili, San Paolo e Cariplo, di crescere nei secoli, non solo superando indenni i momenti di crisi finanziaria ed economica nazionali e internazionali, ma di compiere balzi da gigante proprio grazie a quelle crisi che inesorabilmente spazzavano via dal campo tutta la grande concorrenza soprattutto privata.

Perché bisogna dire che le banche private in Italia, ossia quelle che secondo i soloni italiani dell’economia e della politica sono rette da quei privati che danno maggiori garanzie di dinamicità e redditività, hanno cominciato subito, sin dagli albori dello Stato unitario, a fallire. Sparirono tutte nella grande crisi economica di fine Ottocento, tra il 1880 e 1890 (Banca Generale, Banca Romana, Società di Credito Generale e decine di banche minori), trascinandosi dietro ogni riserva finanziaria del Paese, per cui il sistema bancario italiano fu ricostituito soprattutto con capitale privato tedesco. Ma anche le nuove banche fallirono intorno al 1930 nel corso dell’altra distruttiva crisi che seguì alla prima guerra mondiale (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco Roma, due banche fiorentine poi confluite nella Banca Toscana, ecc.). I fallimenti delle grandi banche private sono poi continuati nel secondo dopoguerra nella stessa misura, anche se in maniera più diluita nel tempo grazie a quel patto internazionale del 1944 sul controllo dell’economia mondiale che andava sotto il nome di Bretton Woods. Fatto sta che Banco Ambrosiano, Banca Privata Italiana, Istituto Bancario Italiano, Banca d’America e d’Italia oggi non sono che un ricordo. Verso la fine dello scorso secolo nessuna grande banca privata era sopravvissuta a questa lunga ecatombe, tranne la Banca Nazionale dell’Agricoltura, che però era già in coma.  E ciò senza contare le centinaia di banche minori in crisi nel frattempo assorbite, viste le condizioni in cui versavano le banche private, esclusivamente dalla banche pubbliche. Perché questa è la realtà: alla fine si è scoperto che nelle grandi crisi che travolgevano le banche private, le allora minuscole banche pubbliche, grazie all’oculatezza ed alla secolare esperienza accumulata dalle comunità a cui appartenevano e grazie alla decisione con cui erano riuscite a bloccare tutti i Pagliazzi che pullulano in questo Paese, erano invece prosperate e cresciute proprio grazie alle crisi fino a diventare il pernio attorno al quale girava tutto il sistema bancario italiano, un sistema che si poteva alla fine chiamare tale soprattutto per la presenza di banche pubbliche come il San Paolo, la Cariplo e il Monte, valutate in campo internazionale in assoluto come le migliori banche d’Italia.

Ci sarebbe allora da domandarsi come sia potuto accadere che personaggi come Amato, Ciampi, Dini, Spaventa o D’Alema, per tacere dei privatizzatori ad oltranza come Berlusconi, abbiano avuto il coraggio, nei primi anni ’90, di venire al Monte, al San Paolo o alla Cariplo per dire con incredibile tracotanza: “Ora vi insegniamo noi come si fa a fare la banca” e ne abbiano quindi imposto la privatizzazione (fu un atto d’imperio indebito, di stampo fascista, perché se è sacrosanto che lo Stato privatizzi ciò che è monopolio e che gli appartiene, è fascista che esso privatizzi ciò che monopolio non è e che soprattutto non gli appartiene). Sia detto per inciso: quella che stiamo attraversando ora è la prima crisi economica che vede il Paese senza il paracadute delle solide banche pubbliche, ormai tutte privatizzate e tutte più o meno alle prese con i problemi che attanagliano i privati sprovveduti quando le crisi arrivano: nessuno sembra ancora essersi reso conto di cosa ciò potrebbe significare.

Allora alla domanda “perché la privatizzazione?” provo io ad azzardare una risposta. Mi ricordo che nel corso di un convegno nazionale del Pds sul sistema bancario tenuto a Siena il 21.11.1996, l’allora numero due della Confindustria Callieri, freneticamente applaudito da D’Alema che presiedeva, definì “foresta pietrificata” (ossia inefficiente, un freno allo sviluppo del Paese) il sistema bancario italiano perché soprattutto in mani pubbliche. Chi scrive voleva porgli due domande - ma nel nome della libertà di espressione non gli fu concesso. La prima era se avesse capito che le banche in Italia erano soprattutto pubbliche perché quelle private erano soprattutto fallite. La seconda domanda era se forse al “non pietrificato” capitale privato italiano, di cui Callieri stesso era uno dei massimi esponenti, erano mancati i mezzi per la realizzazione di efficienti e aggressive banche private che facessero scempio di quella foresta pietrificata, con guadagni in proporzione e con grande vantaggio per la nostra economia. Ovviamente la domanda era retorica: infatti chi ci aveva provato era fallito ed allora perché rischiare ancora? Assai più conveniente aspettare che la (si fa per dire) sinistra, finalmente al potere, servisse alla razza padrona su un piatto d’argento e a prezzi di liquidazione quelle straordinarie banche pubbliche italiane che per secoli avevano prosperato là dove i privati avevano fallito. D’Alema, allora capo del governo in pectore, era lì con la sua corte di “tecnici” per rassicurare i confindustriali a tale proposito. E i Ds senesi (in testa il sindaco Cenni, non meno di Piccini) hanno tenuto e tengono fede all’impegno assunto da D’Alema: i finanzieri d’assalto privati hanno avuto e continueranno ad avere il Monte a meno di metà prezzo. Ciò significa che alla Città resterà una Fondazione che varrà si e no la metà di quello che valeva il Monte prima della privatizzazione.
Ma torniamo al nostro Pagliazzi ed alla sua voglia di “fare affari” (con i soldi degli altri).

La crisi infatti arrivò puntuale e tremenda di lì a poco a seguito della guerra del Kippur e trovò il Monte, grazie alla fermezza dei suoi direttori centrali senesi, ancora con i forzieri pieni. Per cui gli anni centrali del decennio 1970 furono quelli dell’ultimo generoso balzo in avanti della Banca, poggiata com’era, per i motivi culturali di cui ho detto, su basi economiche e finanziarie assolutamente invidiabili. Fortunatamente non solo era stato impedito al Pagliazzi di spendere nel momento sbagliato, ma nel 1974 al suo posto si insediò un senese e montepaschino a 24 carati, Giovanni Cresti. E’ così che il provinciale Monte riuscì a compiere l’impossibile: superò anche se di poco il torinese San Paolo e si avvicinò minaccioso alla milanese Cariplo. Ed era in condizioni ormai di doppiarle largamente ambedue. Ma il Cresti fu costretto ad abbandonare nel 1982 per la rissosità di partiti solo ottusamente attenti all’egoistico, miope interesse, oggi largamente soddisfatto, della propria classe dirigente e quindi indifferenti agli interessi della comunità. Lasciò però il Monte in condizioni di assoluta floridezza con pochi paragoni con altre banche nella storia e nell’attualità. A cavallo degli anni ’70 e ‘80 il capitale proprio liquido disponibile ammontava infatti a circa 4000 miliardi di lire di allora. Per capire cosa significasse basti pensare che allora si affacciò l’ipotesi di un’offerta al Monte di una delle più prestigiose banche italiane, la Commerciale Italiana, per 3700 miliardi (ipotesi sdegnosamente lasciata cadere perché “il Monte cresce in proprio”). Quei 4000 miliardi erano tutti investiti nell’interbancario a tassi che, a causa dell’inflazione generata dalla crisi del Kippur, oscillarono in quegli anni dal 15 a oltre il 20%. Ciò significava che essi erano da soli capaci di fare il bilancio del Monte (da 500 a 800 miliardi di lire di allora di utili lordi annui). Si può facilmente calcolare che all’arrivo della crisi dei primi anni ’90, quella liquidità così attentamente curata dal provveditore Cresti e tenuta “sotto il mattone”, ossia la riparo di tentazioni speculative, avrebbe potuto addirittura più che raddoppiarsi. Se ciò fosse avvenuto, ossia se il Monte si fosse trovato a fronteggiare quella crisi di fine secolo con le casse piene, mentre tutti svendevano, oggi il Monte sarebbe stato senza ombra di dubbio alcuno di gran lunga la maggiore banca italiana, una delle primissime d’Europa. Purtroppo nel 1982 è un non senese della Banca Toscana a sostituire il Cresti. Un uomo che, forte anche della sua appartenenza politica (dc andreottiano), nel corso di un decennio riesce là dove il Pagliazzi aveva fallito: piega o allontana i direttori centrali senesi (ai danni dei Senesi applica una sorta di pulizia etnica ai livelli più alti della gerarchia, ma non solo) e “convince” la Deputazione amministratrice e il Collegio sindacale. Cose sino ad allora mai viste: tra l’altro - il resto si può immaginare - macchine di servizio personali di grossa cilindrata con autista, riunioni di Deputazione nelle località più prestigiose del mondo, dal Brasile alla Cina, con viaggio pagato anche per i familiari, cumulo enorme di cariche nelle partecipazioni e cumulo enorme dei compensi relativi, fino alla festa nella villa di Fontanafredda con la Carla Fracci che si esibisce per i deputati e loro consorti. “Convinta” la deputazione, lo Zini ha così le mani libere per una vivace campagna acquisti proprio nel corso della ripresa economica dell’inizio degli anni ’80, quando tutti compravano tutto e i prezzi erano alle stelle. Le acquisizioni (uno stuolo di piccole banche meridionali, la Cariprato, la Ticino, la Prime con la Fiat) si rivelano economicamente discutibili se non addirittura dei disastri (la Ticino e la Prime). Alla fine, proprio all’inizio della crisi economica, nel 1992 lo Zini viene allontanato praticamente a furor di popolo, ma troppo tardi: per la prima volta il Monte affronta una crisi, quella degli anni ’90, con le casse vuote o quasi e perde l’occasione che poteva farlo diventare una potenza finanziaria di livello continentale se non mondiale con ricadute sulla sua Città e la Regione che è possibile immaginare. Infatti è facile calcolare che se i 4.000 miliardi esistenti all’inizio degli anni ‘80 fossero stati lasciati a frutto - a quei tassi! - per tutto il decennio, come avveniva in passato, la liquidità propria si sarebbe aggirata alla fine sui 10.000 miliardi, più che sufficienti all’epoca (e questa è cosa risaputa) per acquistare sia la Comit che il Credit, ambedue in vendita. Era dunque arrivata l’ora di limitarsi a leccarsi le ferite e rimettersi pazientemente a ricostruire la situazione esistente prima dello Zini. Invece da allora la Banca viene messa sotto sforzo: da una parte la sconsiderata privatizzazione che la butta nelle braccia dei partiti e dei finanzieri d’assalto, dall’altra le strategie affrettate, contrastanti e accavallatisi prima della banca universale, poi del gruppo polifunzionale e infine del polo aggregante, strategie studiate al tavolino fuori dal Monte da apprendisti stregoni come lo sprovveduto (bancariamente parlando) sindaco Piccini in testa, la stessa Banca d’Italia di Fazio, capi di governo e di partito e ministri e politicanti vari. E’ il dirigismo fascista di sempre e nessuna voce che sia alzata, neanche dalle solitamente loquaci università, a dire che la Banca doveva trovare da sola, come aveva sempre fatto e bene, la propria strada.

Ma il peggio doveva ancora venire. Tra gli acquisti incredibilmente sforzati del periodo c’è la Banca Agricola Mantovana, pagata 2500 miliardi di lire ma con un valore a libro di soli 1000 miliardi, e c’è soprattutto la Banca del Salento, poi Banca 121, pagata 5 o 6 volte più dei 500 milioni di lire di netto contabile. Un “affare” quest’ultimo, per il quale devo ancora trovare un solo dipendente del Monte, anche di grado elevato, che non veda nero sia per il futuro del Monte che per i livelli occupazionali. L’ “affare”, pilotato si dice da quel D’Alema che da una decina d’anni è ormai l’uomo di punta dei Democratici di sinistra, porta dentro il Monte, e la fa diventare dominante, una cultura arrembante impersonata dall’ing. De Bustis e dalla squadra che questi, arrivato al Monte nel 2000, si trascina dietro per sostituire la vecchia guardia del Monte, nella quale, tra l’altro, non c’è ormai più un senese o quasi (ha resistito solo chi si è piegato). Lo Zini aveva portato una, si fa per dire, ventata nuova, sostituendo alla vecchia cultura del “si compra solo quando tutti vendono” la sua personale: “si compra quando tutti comprano a prescindere quindi dagli alti prezzi pagati”. Il De Bustis annulla anche la cultura Zini e la sostituisce con quella assai più deleteria del “non potendo comprare perché i soldi sono finiti soprattutto nell’acquisto della 121, si vende, poco importando se in questo momento di crisi stanno vendendo tutti e i prezzi sono crollati: l’importante è fare affari”.

Eccola, dunque, la metamorfosi di cui parlavo all’origine. Sintomatiche di questa nuova cultura sono le risposte che il presidente Fabrizi e il direttore generale De Bustis mi hanno pubblicamente date nel corso dell’assemblea dei soci azionisti del 30 novembre 2002: alla mia contestazione circa l’esorbitante, inaccettabile prezzo (forse più di 3000 miliardi di lire senza nulla o quasi in cambio) pagato per la Banca 121, hanno obiettato che i prezzi delle banche sul mercato erano purtroppo saliti; all’altra contestazione sul prezzo bassissimo a cui era stata invece venduta la partecipazione del San Paolo con una perdita di 800 miliardi di lire rispetto alla valutazione del 31.12.2001, non hanno trovato altro da dire che all’epoca i corsi di borsa erano praticamente crollati. Non gli è passato neanche per la mente che acquistare quando i prezzi sono arrivati al picco più alto e vendere quando i corsi sono al minimo storico non è proprio il massimo per tecnici così profumatamente pagati. A meno che non si abbia l’acqua alla gola.

Ed è l’acqua alla gola che viene in mente se si pensa alla vendita della partecipazione di controllo della Cariprato, con la sottostante e provvidenziale boccata d’ossigeno alla languente liquidità aziendale per oltre 400 milioni di euro e l’altrettanto provvidenziale plusvalenza di 278,8 milioni a dar colore all’esangue conto economico. Bisogna ricordare che la Cariprato, ormai decotta, fu rilevata tra mille polemiche all’epoca dello Zini per salvare dallo scandalo il massimo esponente della Cassa, l’andreottiano Bambagioni. Il dispendio di risorse umane e finanziarie per il salvataggio fu enorme. Ma il Monte, com’è solito fare, ha riportato anche la Cariprato allo standard medio delle sue aziende (uno standard notoriamente decisamente buono). Bene, il suo valore di libro all’atto della vendita era più o meno quello della Banca 121. Perché, se quest’ultima così mal ridotta è stata acquistata per 3000 miliardi di lire, la prima, in ottima salute com’era, è stata venduta solo per 800 miliardi? Ma c’è di più: il valore strategico della Cariprato va ben oltre quello della 121. A differenza di quest’ultima è collocata nel territorio più ricco della Toscana, uno dei più ricchi d’Italia. Come si è potuto rinunciare a simile punto di forza? Ma non basta: quale sarà il costo dell’ingresso in forze di un temibile concorrente, la banca vicentina acquirente, a Prato e nella Toscana? Un concorrente pimpante che annovera ai suoi massimi livelli due agguerritissimi ex direttori generali del Monte conoscitori come pochi della Toscana (Zini e Gronchi) che è facile immaginare col dente avvelenato nei confronti di una banca, la nostra, che oltre tutto non sembra nelle migliori condizioni per difendere la sua egemonia nella regione. Quale sarà alla fine il costo strategico di quell’azzardata vendita?

Ed è davvero all’acqua alla gola che vien fatto di pensare se andiamo avanti nella scomposizione delle voci del conto economico, scomposizione non facilitata da un bilancio voluminoso sì, ma poco chiaro nella “rendicontazione” di fenomeni e fatti rilevanti. Ci accorgiamo infatti che se si depurano i 599,5 milioni dell’utile da ripartire da:

  1. 449,4 di proventi straordinari (soprattutto costituiti dalla plusvalenza realizzata nella cessione della Cariprato, tra l’altro già contabilizzata senza che ancora il ricavato sia stato, alla data del bilancio, incassato);
  2. 71,1 (+) per oneri straordinari;
  3. 85,0 per la variazione del fondo rischi bancari generali;
  4. 78,4 interessi attivi di competenza di esercizi futuri ma trasferiti all’esercizio in corso con due massicce operazioni di cartolarizzazione (alienazione di crediti pluriennali per ben 3.353,8 milioni, di cui 1.809,7 del Monte, il resto di aziende del Gruppo), sopportando però costi superiori a quelli scaturenti da una semplice attualizzazione finanziaria dei futuri proventi;
  5. 294,1 per la minusvalenza contabile registrata nell’incorporazione della Banca 121, portata tra le attività da ammortizzare anziché a perdite;

si ha una perdita netta nella gestione tipica della Banca di 236,3 milioni di euro. E potrebbe trattarsi solo della punta dell’iceberg. Infatti non sono riuscito a capire se e quanto le rivalutazioni immobiliari per 595,1 milioni (pag. 348 del bilancio 2002) abbiano influenzato il conto economico. Lo stesso dicasi per la riduzione di 195,0 milioni dei Fondi imposte e tasse e per l’ipotesi che il Fondo per rischi e oneri non copra interamente i maggiori valori attribuiti alle partecipazioni rispetto ai capitali netti o a capitali netti pari a zero o annullati dalle perdite d’esercizio (la nota, in calce alla pag. 340 del bilancio, non è chiara a tale proposito). Senza contare che la riserva ex L.342/2000 pari a 715,5 milioni, costituita per la rivalutazione della partecipazione San Paolo, è stata tenuta separata dalle altre voci del netto per cui il suo azzeramento nel corso dell’esercizio per l’improvvida vendita della partecipazione indurrebbe a pensare che si tratti di cosa diversa da quello che in realtà è, ossia una perdita almeno per i 425,3 milioni bruciati dal crollo del titolo e come tale anche una riduzione del netto per pari importo.

Una forse involontaria ammissione di una realtà diversa da quella che viene rappresentata in tutto il resto del corposo documento sottopostoci, appare nell’angolo estremo di un allegato alla nota integrativa al bilancio, il Prospetto delle variazioni nei conti del patrimonio netto, dove si espone una riduzione, appunto del Netto, rispetto all’anno precedente di 186,2 milioni (da 5.808,6 a 5.622,4). Conosco qualcosa della storia del Monte, ma nulla della storia dei suoi bilanci. Sarà però difficile che possa venire smentito se dico che questa è la prima volta in 530 anni che la Banca perde capitale: questo è il peggior bilancio della sua storia! E il direttore generale, a proposito di utili, ha avuto il coraggio di toni trionfalistici nella sua lettera di commiato!

Stante l’attuale situazione mi domando cosa si farà per quadrare i conti dell’anno in corso, visto che i gioielli di famiglia migliori sono già stati venduti. Forse sarebbe opportuno un altro piano industriale da aggiungere alla selva di quelli già varati. Si potrebbe per esempio programmare la vendita degli immobili, per l’occasione già parcheggiati in una provvidenziale società ad hoc, ed a capo della quale già si mormora che potrebbe sedere il palazzinaro romano Caltagirone, che sarebbe come mettere la volpe a guardia del pollaio.

Comunque, alla fine, un simile brillante successo non poteva non far scattare un prodigo sistema premiante. Amministratori, sindaci e direttore generale (16 persone) si sono infatti gratificati con prebende per 2,9 milioni di euro totali, una media di 353 milioni di lire a testa, con una punta di due miliardi e mezzo di lire per il direttore generale). Gli stessi si sono poi divisi altri 2,2 milioni di euro, ossia mediamente altri 266 milioni di lire a testa per altri incarichi amministrativi che si sono generosamente attribuiti nelle aziende controllate del gruppo (senza contare i benefici che non appaiono in bilancio che certamente ci sono, come, per esempio, il televisore da 12 milioni di lire per ogni consigliere di cui si sente parlare). C’è chi, come il consigliere Bellaveglia, ha cumulato ben 9 nomine nei cda delle 48 aziende del Gruppo. E nulla si dice degli eventuali incarichi (e dei proventi relativi) nelle altre 187 aziende solamente partecipate. Generosamente premiati come non mai anche i migliori dipendenti: fermo sostanzialmente il loro numero, i dirigenti passano nell’anno da 257 a 338 (+81 = 31,5%) e i quadri direttivi da 2550 a 3309 (+759 = 29,8%). Non ho memoria di simili infornate, neanche nelle annate migliori (e sì che di annate ne ho viste ben 42!).
                     
Tutto ciò premesso richiamo l’attenzione dell’Assemblea su alcuni punti.

Nelle relazioni, a proposito dei fatti avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio, nulla si dice circa i danni provocati dall’uso improvvido di disinvolti prodotti finanziari (per inciso: la decenza ha imposto che mai, nelle oltre 500 pagine consegnateci, quei prodotti siano chiamati col loro vero nome: “4You” e “My Way”), uso che ha provocato, come si è letto per mesi sulla stampa, vaste proteste da parte della clientela, proteste trasformatesi poi in una vera e propria valanga nella trasmissione televisiva “Mi manda RAI3”, andata in onda il marzo scorso. Se i Membri del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale non avessero visto la trasmissione consiglio loro caldamente di rimediare: vi sono aspetti  delle ultime realtà del Monte, che forniscono utili chiavi di lettura, e comunque illuminanti. Per una completa rappresentazione dei fatti aziendali il bilancio avrebbe dovuto prendere in considerazione il fenomeno, già con riferimento all’esercizio 2002; in modo particolare avrebbe dovuto contenerlo il bilancio consolidato con riferimento all’attività della Banca 121 che, secondo quanto appreso dai “media”, aveva da più tempo e più intensamente abusato di quel discutibile prodotto finanziario. I relativi rischi avrebbero anche dovuto essere considerati in occasione dell’operazione di fusione deliberata nel novembre 2002 (personalmente chiesi lumi in quella occasione, ma non mi fu risposto).

Occorre inoltre che questa Assemblea comprenda e valuti il singolare ruolo che ha svolto nel Gruppo il De Bustis quale direttore generale del Monte. Dalla citata trasmissione televisiva è emerso che il “4You” è stato confezionato dalla direzione del MPS Finance che l’aveva importato da Banca 121 presso la quale, anche sotto altre forme (es.: My Way), era stato prodotto e venduto da tempo. Non priva di significato appare poi la circostanza per cui due illustri alti dirigenti, assunti dalla precedente Direzione della Banca e posti ai massimi livelli di responsabilità nel settore della Finanza, siano stati poi “dimissionati” e sostituiti con l’attuale direzione della MPS Finance di cui sopra.

Ciò detto mi sembra legittimo chiedere chiarimenti in merito alla drammatica uscita del De Bustis che sembra essere in qualche modo collegata al grave danno d’immagine scaturente dai fatti sopra accennati. Chiedo in questa sede se la sua cessata posizione di direttore generale abbia comportato la previsione o corresponsione di un qualsivoglia compenso o indennità ed a quanto essi ammonteranno o siano ammontati. La richiesta, oltre che essere legittima (art. 78 della Delibera Consob n. 11971 del 14 maggio 1999), è quanto mai opportuna perché sono circolate notizie circa un’indennità di importo strabiliante.

Ma ancora più delle operazioni così acriticamente mutuate dalla 121 e sconsideratamente diffuse dal Monte tra la propria clientela che da sempre costituisce la sua prioritaria fonte di ricchezza, stupisce che una grande banca ne acquisti una piccola (pagata a carissimo prezzo!) e sottometta poi se stessa e le altre controllate al gruppo dirigente di quest’ultima e accetti supinamente sia l’assunzione aggiuntiva di altri top manager provenienti dall’esterno, evidentemente prescelti dalla “direzione salentina”, sia il “dimissionamento” o l’emarginazione di alti dirigenti interni poco convinti della validità del “nuovo corso”. Ci possiamo aspettare ora il ripristino di corretti rapporti tra il ruolo di banca acquirente e quello di banca acquisita?  E non si è intravisto una sorta di “conflitto di interesse” nella gestione dei complessi rapporti poi intervenuti tra banca acquirente e banca acquisita? Le modalità dell’acquisto (per circa la metà avvenuto con un aumento di capitale e quindi, come dicono gli esperti, carta contro carta, per cui nella sostanza pagato dagli azionisti), hanno infatti comportato l’inserimento nel C.d.A. di un rappresentante del nuovo gruppo di soci, all’epoca - se non sbaglio - l’unico gruppo  significativo dopo la Fondazione.
L’andamento della Banca 121 negli esercizi successivi all’acquisto e la necessità di ripetuti e cospicui interventi della capogruppo, dimostra senza ombra di dubbio che essa abbia generato un danno che va ben al di là della “cicatrice” rappresentata in bilancio da quei 294 milioni appostati alla voce avviamento (senza contare, voglio sottolinearlo di nuovo, che analoga cicatrice è stata lasciata nelle tasche degli azionisti, per quella metà del pagamento di Banca 121 fatto “carta contro carta”).

Tornando ai fatti di rilievo intervenuti dopo la chiusura, sento il dovere di segnalare anche il significativo incremento della  partecipazione nelle “Assicurazioni Generali” (dallo 0,41% al 2,95%) comportante un investimento complessivo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 750 milioni. Mi domando quale sia la coerenza di un investimento che provoca un’ulteriore stress finanziario alla Banca e del quale non si intuisce alcuna logica strategica, in un’azienda per giunta in forte perdita, mentre si vende più o meno per lo stesso importo la partecipazione di controllo nell’ottima Cariprato, questa sì strategica, come ho prima detto.

Per concludere. Il bilancio dell’esercizio 2002 vede in sé gli effetti delle scelte gestionali di questi ultimi tre anni evidenziandone la inadeguatezza. Basti per tutti, evento inaudito e inquietante come pochi, la stasi totale di raccolta e prestiti da e alla clientela, anzi la loro contrazione in rapporto all’inflazione. E’ pur vero che ogni atto e fatto va contestualizzato nel momento storico e di mercato nel quale viene compiuto, ma ciò nulla toglie al giudizio obiettivo sulla sua validità che va misurata per gli effetti che nel tempo esso è in grado di produrre. L’impressione è che questo Consiglio sia andato a testa bassa in una sola direzione, lasciandosi guidare, più che guidando, o comunque subendo il fascino di forme e di stili non coerenti con la tradizione del glorioso Monte, ed anche accettando che agli errori strategici si ponesse riparo utilizzando i vantaggi accumulati negli anni precedenti e/o anticipando i frutti degli anni futuri (indebolendo ossia la futura capacità di reddito della Banca).
Devo anche pensare che un risultato d’esercizio costruito così faticosamente (quanta differenza con quando la fatica si faceva per dichiarare meno utile possibile!), abbia tra i suoi scopi non solo quello di evitare ricadute negative sui componenti del C.d.A. proprio alla scadenza del loro mandato, ma anche quello di consentire al gruppo che direttamente o indirettamente controlla la Fondazione di disporre anche quest’anno dei mezzi finanziari necessari per continuare ad esercitare il suo “protettorato” sulla città di Siena e il suo territorio; e che, pur di raggiungere quegli scopi, si sia disposti a regalare soldi allo Stato e sottrarre preziosi mezzi al Monte.

Pertanto, mentre attendo risposta alle mie osservazioni su:

  1. vendita della Cariprato;
  2. composizione dell’utile di esercizio;
  3. riduzione del netto;
  4. ipotesi di future vendite degli immobili affidate a Caltagirone;
  5. omissione nelle relazioni sulla vicenda “4You” e “My Way”;
  6. dimissioni del De Bustis e entità di eventuali compensi liquidatori ;
  7. ripristino di corretti rapporti tra il ruolo della cultura del Monte e quello della Banca 121;
  8. ipotesi di un conflitto di interessi, se non sul piano giuridico almeno sul piano etico, insito nel fatto che chi era direttore generale o consigliere della Banca 121 abbia poi continuato, con uguali incarichi nel Monte, a gestire l’acquisizione della prima da parte di quest’ultimo, fino alla fusione;
  9. operazione Assicurazioni Generali

mentre attendo la risposta dicevo, traggo dalle osservazioni svolte, come si sarà capito, un giudizio pesantemente negativo sulla gestione e sulle scelte strategiche di fondo. Per cui mi riservo uno specifico intervento per quanto riguarda i punti 5 e 7 (nomina del C.d.A. e del Collegio sindacale) anticipando per ora che, in base a quanto oggettivamente rilevabile, andrebbe dimostrata la ragione per la conferma anche di uno solo dei membri uscenti, in primis il presidente Fabrizi.

Chiedo infine, a norma di legge, l’integrale trascrizione del presente intervento nel verbale assembleare.


 

Assemblea dei soci della Banca

MONTE DEI PASCHI DI SIENA

 

 

 

Bilancio al 31.12.2003

Siena 28.4.2004

 

Signori Azionisti,

                                         prima di tutto i miei complimenti al Presidente per l’impostazione formale di questo bilancio, diversa e migliore di quelle del passato, degna finalmente di un grosso organismo come la nostra Banca. Lo stesso però non posso dire della sua comprensibilità, di molto peggiorata. Più che un documento indirizzato agli azionisti, appare come una dotta comunicazione per un congresso di analisti finanziari di vaglia. Voglio leggervi un solo passo a pag.63 della relazione.

Gli obiettivi alla base delle scelte gestionali concernenti il Banking Book (definito in accordo con le best practice internazionali come l’insieme dell’operatività commerciale connessa alla trasformazione delle scadenze dell’attivo e del passivo di bilancio della Tesoreria, delle filiali estere, del portafoglio immobilizzato e dei derivati di copertura di riferimento) mirano, in ottica di cosiddetto “total return”, a minimizzare la volatilità del margine d’interesse atteso nell’ambito dell’esercizio finanziario in corso (12 mesi) ovvero a minimizzare la volatilità del valore economico complessivo del patrimonio al variare delle strutture dei tassi.

Si continua così per pagine, senza contare l’uso di termini inglesi profuso a piene mani su tutto il testo. Si tratterà sicuramente di un linguaggio familiare ai membri del Consiglio di amministrazione e ai Sindaci revisori, ma io non ho potuto fare a meno di pensare al “latinorum” che Manzoni mette in bocca all’Azzeccagarbugli e alle operazioni “4 you” e “My way” o alla complicatissima emissione di euro titoli cosiddetta F.R.E.S.H., realizzata nello scorso dicembre. La trasparenza appare sempre più come un miraggio lontano.

Meno male che c’è il linguaggio dei numeri, certo anch’esso assai complesso, ma meno suscettibile di arcane alchimie. Ed è questo linguaggio, al quale mi atterrò esclusivamente, che fa giustizia sia di tanto sofisticata e vertiginosa letteratura, sia delle affermazioni trionfalistiche – queste sì rese in termini accessibili – come quella a pag. 8 della bozza di relazione che recita:

Nel contesto operativo sopra delineato il Gruppo MPS ha conseguito, sotto il profilo operativo e gestionale, risultati di rilievo … 

Mi pare infatti azzardata tale dichiarazione se subito dopo si fanno seguire le percentuali di incremento nei due settori fondamentali dell’attività bancaria:

  1. + 2,2% la crescita della raccolta diretta,
  2. + 2,8% la crescita degli impieghi all’economia,

percentuali che, se si mettono in relazione con un processo inflativo del 2,6%, dicono che non si è neanche recuperata la svalutazione monetaria ufficiale (per non parlare di quella reale che autorevoli fonti stimano assai più consistente). Voglio dire che mantenere le posizioni in un mondo che cresce, anche se lentamente, non significa stare fermi, ma significa andare indietro. E anche se questo fenomeno della stasi fosse relativo a tutto il sistema bancario (mi pare che un raffronto del genere, ancorché generico, sia del tutto assente nella relazione), ossia se fossimo nella media del sistema, ciò confermerebbe sempre che stiamo recedendo almeno rispetto ad un passato neanche tanto lontano in cui la nostra vecchia e “elefantiaca” Banca pubblica aveva, sia nel campo della raccolta che in quella degli impieghi, tassi di crescita che prescindevano sempre da eventuali crisi in atto e che erano sempre largamente al di sopra della media, e spesso al di sopra di qualsiasi altro concorrente. Ed anche il rovesciamento dei dati (in passato erano sempre i depositi che crescevano più degli impieghi) è di per sé inquietante.

Ma non basta, perché se prendiamo lo stato patrimoniale consolidato e aggreghiamo i due dati dei “crediti verso banche” e dei “crediti verso clientela” vediamo che il valore degli impieghi del 2003 è inferiore a quello del 2002 del 6,50%. E se facciamo la stessa aggregazione anche per i “debiti verso banche” e “debiti verso clientela” troviamo che la diminuzione dei depositi è dell’11,70%. Sono dati che si commentano da soli. Deve essere per questo che nulla ho trovato nella relazione a tale proposito. Così come non ho trovato commenti per i 153,8 milioni di euro di perdite (300 miliardi delle vecchie lire!) totalizzate da 16 aziende possedute al 100% dal Gruppo.
 
Signori azionisti, voi direte: cosa ci importa dei dati disaggregati della gestione, anche dei più importanti, quando la cartina al tornasole di tutto quanto è il dato di sintesi finale, il risultato d’esercizio, che anche quest’anno si attesta per il Gruppo su l’accettabile importo di 442,5 milioni di euro (- 24% rispetto al 2002) e quello della Banca MPS su 221,2 milioni (- 63% rispetto al 2002)?

Io invece dico che ci importa e lo dimostro subito.

Se io depuro l’utile d’esercizio del gruppo (442,5 milioni) dalle partite straordinarie e occasionali che nulla hanno a che fare con l’attività tipica, ossia se tolgo il prelevamento da riserva (300,0) e se tolgo l’immissione nel bilancio in esame di utili futuri (82,2) grazie alla cartolarizzazione dei mutui, l’utile netto reale si riduce a 60,3 milioni, ad un valore ossia che non posso più ritenere accettabile. Ma se invece di sottrarre il ricavo della cartolarizzazione (82,2), sottraggo quella parte dei proventi straordinari specificata come “Altri” (pag. 217 della nota integrativa al bilancio consolidato) pari a 179,9 milioni, importo che dovrebbe ricomprendere anche i ricavi delle cartolarizzazioni ma non è detto, il risultato diventa negativo per 37,4 milioni. Se invece l’utile della cartolarizzazione non fosse ricompresso tra i proventi straordinari (non sono riuscito a capire dove esso sia stato contabilizzato), ovviamente si parlerebbe di una perdita derivante dall’attività ordinaria ben superiore.
E se la stessa analisi l’applico alla Banca MPS, la perdita presunta dell’attività tipica raggiunge i 186 milioni di euro (360 miliardi di lire).

Ma la cosa che più preoccupa è che non si tratta di un incidente di percorso (mi ricordo un esercizio alla fine degli anni ’80, quando il Monte era ancora pubblico, che si chiuse con 8 miliardi di lire di utile, ma fu un’eccezione), perché ci troviamo ormai davanti a una prassi. Si tratta infatti della ripetizione della chiusura del precedente esercizio. Anche allora la depurazione dell’utile dagli eventi straordinari e irripetibili, come la plusvalenza dell’improvvida vendita della Cassa di Prato o la perdita contabile per l’acquisizione della Banca 121 classificata come ”avviamento” (sai che avviamento!) e quindi come bene da ammortizzare anziché come costo, metteva in luce una perdita netta d’esercizio di 236 milioni di euro.

Ecco, di tutto ciò nella relazione che abbiamo ora all’esame non c’è traccia, mentre si trovano spesso frasi tranquillizzanti del tipo “sostanziale stabilità”, “risultati di rilievo”, “espansione delle masse intermediate”, “progresso apprezzabile dei ricavi primari”, assolutamente incompatibili con un bilancio che vede un prelievo da capitale di 300 milioni per apparire in attivo, che vede ossia l’adozione del meno virtuoso dei provvedimenti: spendere il capitale per fare bella figura. Nei confronti di simili operazioni non si può infatti avere un atteggiamento diverso da quello che avremmo verso chi intacca il capitale familiare per poter andare in ferie. Probabilmente condizionato dall’essere stato per alcuni decenni testimone dei virtuosi bilanci della vecchio Monte pubblico che faceva ogni sforzo per ridurre l’utile dichiarato e trasferire il più possibile a riserva (è dunque grazie a quelle gestioni se oggi si distribuisce un utile), non posso non considerare una simile prassi come irresponsabile: mai avevo sentito dire di situazioni in cui, per far quadrare i bilanci si prelevasse contemporaneamente dagli utili del passato (le riserve) e da quelli del futuro (le cartolarizzazioni).
 
E nessuno può togliermi dalla testa che a monte di tanta assurdità stiano esigenze sia di immagine che finanziarie, almeno per la Fondazione, soprattutto in prossimità di una competizione elettorale importante come quella di giugno di quest’anno e soprattutto della successiva, quella comunale del 2006.

Se nella relazione avessi notato qualche atto di contrizione, qualche nota autocritica, qualche segnale che la situazione era stata non solo capita (cosa che non dubito) ma anche sottoposta a analisi per adottare ogni misura atta a raddrizzarla, mi sentirei più sollevato. Ma questo non è successo, per cui sono convinto che il prossimo anno sarò ancora qui prendere atto che nulla è cambiato.

Signori azionisti, ho passato 42 anni al Monte e ho ancora fresco il ricordo dell’orgoglio che tutti provavamo se si guardava al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli (quando ne era presidente un certo Ventriglia). Non avete idea del male che mi fa ora vendere il Monte avviato sulla stessa strada.

Non chiedetemi, dopo la diagnosi, quale potrebbe essere la terapia, perché non ne ho da suggerire o, meglio, perché temo che l’unica terapia possibile non sia praticabile. Per capirsi meglio citerò a memoria lo scozzese Adam Smith, il settecentesco fondatore della moderna scienza economica, che all’apparire delle prime società anonime, oggi società per azioni, ebbe a dire: “Queste società comportano l’affidamento del proprio capitale a terzi affinché lo facciano fruttare. Questi non possono usare nei confronti di quel capitale la stessa attenzione e la stessa diligenza che usano nei confronti del proprio. Per cui è umanamente inevitabile che quelle società siano destinate prima o poi ad essere fiaccate dalla disattenzione e dal disinteresse che, in maniera minore o peggiore, sempre caratterizza chiunque gestisca fiduciariamente le cose altrui”.

Ma cosa si può dire di amministratori, consentitemi lo sfogo, che premiano con laute quanto immeritate gratifiche e liquidazioni l’ex direttore generale De Bustis e l’ex direttrice del Monte Paschi Finance, Venneri, ambedue lasciati liberi di imperversare così a lungo nella Banca, mentre si riducono i premi di bilancio ai dipendenti, che nessuna responsabilità hanno in questa situazione?

Per quello che mi riguarda, e mi avvio a chiudere, riconfermo la mia sfiducia, già espressa in occasione del rinnovo delle cariche nel corso dell’assemblea per i bilancio 2002, al Presidente e al Consiglio di amministrazione.

Da qui la mia decisione, che anticipo, del voto contrario sul bilancio e le relazioni, a meno che l’assemblea non prenda la decisione virtuosa di devolvere l’intero utile a riserva. Su tale ipotesi mi aspetto comunque che si esprima il Presidente del Consiglio di amministrazione.

Chiedo infine che il presente intervento sia acquisito integralmente agli atti.

 

(Mauro Aurigi)


(intervista sull’assemblea degli azionisti Mps per il bilancio 2003, pubblicata da Il Cittadino il 1.5.2004)

Mauro, Aurigi, le sue impressioni sull’Assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi per la chiusura del bilancio del 2003.
Sono la persona meno indicata per fare valutazioni spassionate. La questione mi coinvolge troppo. Sarei imparziale. Perché si rivolge a me?
Perché in questa occasione lei ha avuto un ruolo importante; un ruolo di critica intendo. Anche altri hanno avuto un ruolo importante, qualcuno più di me.
Sì, ma lei questo ruolo l’ha svolto anche nelle assemblee precedenti: c’è una continuità, un filo che collega nel tempo questi suoi interventi.
Insomma ho capito: non posso sottrarmi. Guardi che non faccio il finto ritroso. Voglio solo che i lettori sappiano che la mia è una visione di parte.
Non si preoccupi: i lettori lo sanno che lei non è super partes, che è uomo di parte insomma.
Va bene, che le devo dire? La caratteristica saliente di questa assemblea è che gli interventi critici non sono stati più come in passato un fatto isolato, ma hanno assunto un aspetto, come dire, di massa. Sulla ventina di interventi degli azionisti almeno tre quarti hanno contestato modi e contenuti del bilancio e della relazione. E tutti o quasi tutti gli interventi sono andati in profondità. Voglio dire che erano interventi meditati, frutto di convincimenti formati sull’esame dei documenti e dei conti, non di passione o sentimento.
C’era un piano dietro a tutto ciò? Insomma si è avuta l’impressione di un coordinamento tra gli interventi.
Certamente no, almeno da parte mia. Degli altri intervenuti non so che dire: a parte quattro o cinque, mi erano tutti dei perfetti sconosciuti. Forse tre di loro potevano essere sospettati di “opposizione politica” perché appartenenti tutti allo stesso partito, ma io non vi ho visto nessun disegno preordinato. No, sono portato a pensare a puro spontaneismo individuale, ancorché per alcuni politicizzato.
Ma ci sono stati anche interventi a favore.
Sì, tre o quattro ascari: si trovano sempre quando c’è bisogno di correre in soccorso del vincitore.
Ma secondo lei gli interventi, alcuni come dire? davvero “spietati”, erano fondati?
In che senso?
Nel senso della salute della banca.
No, nessuno ha fatto ipotesi del genere. E’ stata criticata la gestione, è stata messa in discussione la capacità degli amministratori, sia della Banca che della Fondazione. E’ vero che negli ultimi due anni la banca non ha guadagnato e che l’utile dichiarato deriva da partite straordinarie e irripetibili come la vendita della Cariprato o le cartolarizzazioni o il prelevamento da riserva. Ma cosa sono due esercizi problematici di fronte a 529 in attivo?  Certo che se la situazione dovesse protrarsi a lungo, alla fine sorgerebbero problemi di equilibrio e dopo ancora anche di sopravvivenza. Ma il patrimonio è ancora enorme e quell’ipotesi è lontana.
Cosa c’è che non va negli amministratori? 
Politici e privati finanzieri: i politici, tutti, solo interessati ad accaparrarsi poltrone, prebende e clientele; i privati solo preoccupati di trarre il massimo profitto economico personale dalla situazione. Io non mi scandalizzo, perché politici e privati stanno solo facendo il loro mestiere. E lo fanno bene, purtroppo sulla pelle della Città. Sono altri quelli che mi scandalizzano, quelli che non sanno fare il loro mestiere.
Chi?
I Senesi, non ho ancora capito se colpevolmente indifferenti o servilmente impauriti. Eppure se solo lo volessero potrebbero rovesciare la situazione come un calzino, anche se il blocco di potere che gestisce il Monte è spaventosamente potente.
A proposito di potere: com’è che tra lei e Mussari è finita coi fuochi d’artificio? C’era della ruggine vecchia?
No niente ruggine, almeno da parte mia, se si eccettua la mia indiscriminata avversione verso chiunque, e quindi non solo verso il Mussari, detenga il potere senza controlli. Oltretutto non avevamo mai avuto occasione, prima, di guardarci in faccia e comunque quella per me è stata la prima volta.
E allora perché quella fiammata finale?
E’ successo solo perché il Mussari è letteralmente montato in cattedra ed ha tenuto una lunga lezione ai Senesi su come si fa la banca. Gli è mancato del tutto il senso del ridicolo. Nessuno, e per nessuno intendo nessuno al mondo, figurarsi un Mussari, può insegnare ai Senesi come si fa la banca. In nessun’altra parte al mondo esiste un fenomeno come il Monte. Basta pensare alle condizioni storiche, culturali, economiche, geografiche e politiche in cui quel fenomeno ha visto la luce ed è cresciuto, per capire di cosa parlo. Come se non bastasse ha dato un senso particolare al discorso, criticando coloro che guardano ancora alla vecchia banca pubblica, come dire: meno male che a un certo punto sono arrivato io, sennò chissà che rottame vi trovereste oggi in mano. Avesse fatto almeno un appello ai Senesi perché senza di loro la situazione non si rimedia! No, faccio tutto io, ha detto. E invece degli ottimi banchieri che ancora ci sono dentro la Banca o che pullulano in Città perché messi a riposo anzitempo, manda nei posti di responsabilità gente da night o da bar.  Ecco, ce n’era già abbastanza per rendermi nervoso, quando è uscita fuori la storia …
Dell’avvoltoio, vero?
Sì, l’avvoltoio. Io nel mio intervento avevo detto che il Monte si stava avviando sulla strada del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia della prima repubblica. Quindi sentire il Mussari parlare di avvoltoi che, incapaci di predare gazzelle vive, sperano di trovarne di morte, mi ha letteralmente mandato in bestia. Sono nato in una Contrada dove, almeno ai miei tempi, era costume essere molto espliciti. Insomma è il contradaiolo che ha preso il sopravvento sul pensionato. Un po’ me ne dispiace, ma un po’ ne vado fiero. E riconfermo quello che ho detto: non sono un avvoltoio, ma un leone, uno dei diecimila leoni che hanno fatto grande il Monte nei secoli, e che se un avvoltoio c’è questo è lui, paracadutato non si sa come su una ricchezza di cui non ha nessun merito. Anzi si sa come: sgomitando nel partito egemone, debole con i forti e forte con i deboli, schiacciando chi per sventura fosse caduto in ginocchio. Gli ho anche detto che aveva una fortuna sola, che i leoni a Siena si fossero addormentati e che pregasse il cielo che un giorno non si dovessero svegliare. Poi me ne sono andato infuriato, ma ho fatto in tempo a cogliere la fulminante battuta del presidente Fabrizi, che è stata brillante, sì, ma con un fondo di amarezza.
Che ha detto il presidente?
Ha detto: “tra avvoltoi e leoni va a finire che faccio la parte della gazzella”. Dopo che il Mussari aveva insistito, dichiarando di volere così smentire voci malevole, sugli ottimi rapporti correnti tra lui e Fabrizi, quella battuta del presidente mi ha fatto un certo effetto. Forse è vero: Mussari alla Banca e Bassanini alla Fondazione. Un calabrese capo del Monte e un milanese capo della Fondazione. I Senesi sono stati cacciati da ogni posto di responsabilità: nessuno nella deputazione della Fondazione, forse uno o due su ben 16 membri del cda della Banca, dentro la quale a danno dei Senesi è stata messa in atto una vera e propria pulizia etnica. Se i leoni senesi non si svegliano, faranno tutti la fine delle gazzelle.
I Senesi sì e lei no?
Io no, io me ne andrò prima. Io sono fatto degli stessi nervi e dello stesso sangue di quei Senesi, nobili e popolani, che il 21 aprile del 1555, mentre Spagnoli e Fiorentini entravano da Porta Camollia, scapparono dalla Città e si chiusero a Montalcino e poi, anche quando quell’ultimo baluardo della libertà senese cadde, si rifugiarono nelle Marche o all’Isola d’Elba e non sono più tornati. Non potevano sopportare di vedere la Città asservita. E neanche io.
Le devo dire che la metafora dei leoni mi sembra azzeccata: il leone è l’antico simbolo del popolo che la Città volle raffigurato anche sul fastigio della Torre del Mangia. Non ci sono speranze che i leoni, come dice lei, si sveglino dal loro torpore?  
Me lo auguro. Ma i segnali sono disperanti. Sentire, all’inaugurazione dei rinnovati locali della Società Trieste, gli sperticati ringraziamenti del Governatore di una Contrada come quella dell’Oca al Mussari perché ci dà i nostri soldi, è un sintomo demoralizzante.


 

Assemblea dei soci della Banca

MONTE DEI PASCHI DI SIENA

 

 

Bilancio al 31.12.2006

 

Siena 27.4.2004

 

            Breve premessa estemporanea.

Non so quale mestiere faccia il socio Bompani che mi ha appena preceduto. Di certo non ha capito che non si deve lodare, come ha fatto, l’attuale amministrazione per le plusvalenze derivanti da vendite di cespiti antichi e portate come profitti di questo bilancio. Questa amministrazione infatti non ha nessun merito, che invece va esclusivamente ascritto alle vecchie amministrazioni di un periodo felice ormai lontano, quando quei cespiti si era soliti acquisire, non vendere come ora succede. Poco male per Bompani, perché i misteri dei bilanci non sono alla portata di tutti. Ma se egli esercitasse invece una professione di tipo commerciale o finanziario, beh, allora ci sarebbe da preoccuparsi.

Sig. Presidente, lei ha detto nella sua relazione due cose molto inquietanti.
La prima è che il Monte è lontano dall’eccellenza. Ma come è potuto succedere ciò, se eccellente questa banca è sempre stata almeno fino a quando è rimasta banca pubblica? Aveva la massima considerazione in Europa e sempre massimo, ripeto massimo, rating da parte di tutte le agenzie specializzate. Perché, Presidente, non ci ha spiegato com’è che si è persa quell’eccellenza nonostante che il Monte fosse stato privatizzato, a detta di tutti ed anche sua, proprio perché quell’eccellenza fosse addirittura esaltata?
La seconda è che il non essere competitivamente all’altezza della situazione espone qualsiasi impresa, anche grande e forte, al rischio di essere fagocitata. Perché si è fermato qui? Il Monte corre questo rischio? Sta forse mettendo le mani avanti per crearsi un alibi, quando questo succederà?

Buon giorno a tutti. Sono Mauro Aurigi, già  dipendente per ben 42 anni del Monte. Me ne sono andato nel 1999 con ben 5 anni di anticipo perché non riuscivo a convivere con la situazione che al Monte si è creata dopo la sua privatizzazione. Ora del Monte sono non un piccolo azionista, ma un micro-azionista.
Siccome non ambisco a diventare assessore, la mia relazione che segue non sarà così condiscendente e accomodante come quella dell’assessore Fiorenzani.

Ma veniamo a noi e alla relazione che avevo preparato.

 

Signori Azionisti,

                            in precedenti assemblee ho già avuto occasione di lamentarmi per l’incomprensibilità del bilancio, almeno per quanto riguarda la sua parte illustrativa e i commenti alle voci. Oggi mi devo complimentare col sig. Presidente perché quanto a comprensibilità la situazione è di molto peggiorata. Più che un documento indirizzato agli azionisti, appare come una dotta comunicazione per un congresso di analisti finanziari di vaglia.

Meno male che c’è il linguaggio dei numeri, certo anch’esso assai complesso, ma meno suscettibile di arcane alchimie. Ed è questo linguaggio, al quale mi atterrò esclusivamente, che fa giustizia sia di tanto sofisticata e vertiginosa letteratura, sia delle affermazioni trionfalistiche – queste sì, rese in termini accessibili – che sono apparse sulla stampa (“il migliore bilancio di sempre!”).

 

---oooOooo---

 

Da che mondo è mondo il dato primario, empirico quanto si vuole, ma assolutamente il più significativo di ogni altro per valutare efficacia e efficienza di una banca, è stata la dinamica della raccolta, ossia l’andamento dei depositi: era soprattutto sulla base della loro più o meno rilevante crescita (non voglio neanche pensare alla decrescita) che una banca era valutata.

Guardiamo allora cosa ci dice il bilancio.

                                       (in milioni)         2006                   2005           differenza                       %

10. Depositi da banche:                             20.456                20.144        + 312                       +1,5
20. Depositi da clienti                                38.284                37.707        + 577                       +1,5
                                                         -----------------------------------------------------------------               
                         Totale                                  58.740                57.851        + 889               +1,5

La raccolta è cresciuta  solo dell’1,5%: non ha recuperato neanche l’inflazione, ossia è diminuita in termini reali. Brutto, pessimo segnale.

Nel frattempo però gli impieghi presso banche e clienti sono arrivati a ben 80.828 (nel 2005 erano 69.597, ossia c’è stato un incremento di 11.291 pari a +16,2%). Gli impieghi dunque superano i depositi di ben 22 miliardi di euro. Insomma questa banca ha rovesciato un criterio che la voleva fortemente liquida e con margini della raccolta sugli impieghi amplissimi. Mi domando con cosa si sia sopperito per coprire la differenza, dove si siano trovate le risorse per coprire un simile inquietante squilibrio. Ho cercato la risposta nell’enorme mucchio di considerazioni contenute nei tre tomi che mi sono stati consegnati, considerazioni tanto dettagliate quanto incomprensibili, ma quella risposta non l’ho trovata. Mi sono immaginato che si fosse fatto ricorso alle obbligazioni. C’è una voce, la n. 30 delle passività patrimoniali, “Titoli in circolazione” pari a 24 miliardi che potrebbe adattarsi allo scopo. Ma anche se fosse vero, e probabilmente non lo è, ciò non consentirebbe di raggiungere un margine di sicurezza tra impieghi e depositi tale da farmi sentire tranquillo, perché la provvista complessiva (depositi + titoli) supererebbe di soli 2 miliardi gli 80 miliardi di impieghi. E poi quale ratio ci sarebbe nell’emettere obbligazioni per finanziare gli impieghi all’economia?

L’attività di intermediazione è ancora l’attività principe di una banca: se questa entra in crisi non servirà che altri comparti siano in buona salute per mettere l’intera struttura al riparo di rischi gravissimi.

E anche se di questo fenomeno soffrisse tutto il sistema bancario (mi pare che un raffronto del genere, ancorché generico, sia del tutto assente nella relazione), ossia se fossimo nella media del sistema, ciò confermerebbe sempre che stiamo recedendo almeno rispetto ad un passato neanche tanto lontano in cui la nostra vecchia e “elefantiaca” Banca pubblica aveva un rapporto depositi/impieghi di assoluta tranquillità. Per inciso: i tassi di crescita dei depositi, che erano sempre maggiori di quelli degli impieghi, prescindevano sempre da eventuali crisi in atto ed erano sempre largamente al di sopra della media, e spesso al di sopra di qualsiasi altro concorrente. Questo rovesciamento dei dati, ripeto, è di per sé inquietante.

Forse i miei limiti personali non mi hanno consentito di trovare la risposta logica, ma vorrei essere tranquillizzato, dati alla mano, a tale proposito.

Signori azionisti, voi direte: cosa ci importa dei dati disaggregati della gestione, anche dei più importanti, quando la cartina al tornasole di tutto quanto è il dato di sintesi finale, il risultato d’esercizio, che quest’anno si attesta addirittura su 868 milioni, ossia 498 più dell’esercizio precedente con un incremento del 135%?

Io invece dico che ci importa e lo dimostro subito.

Ci sono due componenti attive del conto economico che vi prego di prendere in considerazione perché molto interessanti sia per la qualità che per il valore.

70.    Dividendi e proventi simili                                 661 milioni
100.  Utili per vendita di attività finanziarie               399 milioni
                                                                                 ------------------
                                           Totale                            1 .060 milioni

Ben un miliardo di profitti derivanti da dividendi e da surplus da alienazione di cespiti, contro solo 868 milioni di utile netto finale dichiarato! Insomma la Banca sarebbe in utile solo per attività non tipiche, astraendo dalle quali e basandoci esclusivamente sulla sua attività tipica avremmo una perdita secca o comunque un risultato che non si discosta di molto da zero. Insomma un po’ pochino per un’azienda che conta quasi 7 miliardi di capitale e quasi 20.000 dipendenti e un’enorme quantità di dirigenti strapagati (per non parlare del cda). Tutto questo patrimonio e tutta questa gente per rendere nulla! E per giunta in un momento di vacche grasse come non si conosceva da tempo.

Devo dire che la prassi odierna di dichiarare utili ricorrendo alle riserve nascoste accumulate nel passato e di strombazzare trionfalisticamente il risultato di una simile poco virtuosa operazione come se fosse effetto della buona gestione attuale, è ormai diventata una regola.

Nel bilancio 2002 si dichiarò un utile ricorrendo ad una plusvalenza nella vendita della Cariprato di 279 milioni, ad una cartolarizzazione dei mutui che fruttò 78 milioni, e ad una riduzione del fondo rischi bancari generali per altri 85 (in totale 442 milioni di euro).

Nel bilancio 2003 si prelevarono da riserva 300 milioni, mentre se ne ottennero 82 da un’ulteriore cartolarizzazione dei mutui: in totale di 382 milioni di euro (questa di fare il bilancio con gli utili, contemporaneamente, del passato e del futuro è un primato da Guiness).

I bilanci del 2004 e 2005 non ho potuto visionarli per miei personali impedimenti vari, ma mi auguravo che nel frattempo la prassi fosse cambiata e si fosse tornati a più virtuosi comportamenti. Ma non deve essere così, visto che nel 2006 si persevera. Insomma questa banca non guadagna più e per far finta di avere guadagnato ricorre agli accantonamenti fatti in un passato virtuoso.

Mi domando cosa succederà quando quegli accantonamenti, quelle riserve occulte che stanno nei cespiti creati tanti anni fa e lasciati a libro ai valori originari o poco più, saranno esauriti.

Si è praticamente venduto o si sta per vendere, come mai e ripeto mai era successo (il Monte ha un passato di solo e esclusivamente acquisizioni). Ecco la lista: Cariprato, le partecipazioni in San Paolo, Bnl, Generali, Fiat, Monte Paschi Vita, Farmafactoring, Finsoe, Borsa Italiana. E si stanno vendendo o sono in corso di alienazione perfino fiori all’occhiello come Fontanafredda, gli immobili di Monte Mario (qualche valutazione parla di quasi 1000 miliardi di lire di valore attuale),  l’Agraria Chigi Saracini e quella di Marinella e chissà quant’altro che ora mi sfugge o che non so o che a noi piccoli azionisti sfugge perché di proprietà di altre aziende controllate dal Monte (sono centinaia!) della cui gestione poco o niente sappiamo.

A parte 988 milioni di plusvalenze realizzate dalla cessione di partecipazioni assicurative, accantonati a riserve straordinarie (e mi domando se non siano anch’essi in attesa di futuro trasferimento a utili), niente dei maggiori valori realizzati è stato portato a riserva, come sarebbe stato logico e soprattutto salutare: tutto è stato disperso immediatamente nella distribuzione degli utili.

Come non pensare che stia succedendo al Monte quello che sta succedendo in tutte le aziende pubbliche privatizzate, che vengono smembrate per venderne la polpa e realizzarla subito, salvo poi rimettere sul mercato il sacco ormai vuoto a disposizione che chi, soprattutto stranieri, sia disposto a rilevarlo pur di entrare in un mercato, come il nostro, dove è tollerato ciò che nei paesi civili dell’Occidente non solo non è tollerato ma fa correre anche rischi di carattere penale.

Il pensiero va alla Telecom, ormai spompata e che lo Stato rischia di dover ricomprare dopo aver consentito, con la privatizzazione, che fosse spremuta delle sue componenti migliori. O all’Alitalia con la quale, se non altro, abbiamo in comune le alte, talvolta altissime ricompense alla massima dirigenza (per i mortificanti risultati di cui sopra i direttori generali De Bustis e Tonini sono stati ricompensati con qualcosa come una ventina di miliardi di lire ciascuno e il De Bustis forse con ancora qualcosa di più).

Né mi consola punto l’aver preveduto questa conclusione sin dal 1995, anno della privatizzazione del solido, solidissimo Monte, forse, allora la banca più solida d’Europa.

Per questo, per vedere di salvare il salvabile, chiedo alla Deputazione della Fondazione, azionista di maggioranza, di revocare al cda della Banca l’incarico e di procedere a nuove e più oculate nomine, almeno per la parte di sua competenza, auspicando che si riservi per sé la quota di cda che le compete, senza più concedere ai privati, che possiedono più o meno il 20% del capitale del Monte, di essere presenti nel massimo organo della Banca col 50% dei componenti e in maniera assolutamente gratuita.

Questi privati hanno già avuto abbastanza. Gente nata con la camicia, questa. Per lo più sono riusciti anche ad acquistare la loro partecipazione quando il valore del titolo è sceso al suo minimo storico, ossia ben sotto i 2 euro (contro una quotazione naturale di circa 4 euro, ma che ora è salita addirittura fino a sfiorare i 5 euro: ma cosa vogliono ancora?). Senza contare i consiglieri della ex Banca 121 che le azioni del Monte le hanno avute regalate, visto l’inesistente valore delle azioni della loro banca che hanno dato in concambio. Cos’altro si vuol loro dare ancora? Non avrei mai pensato di vedere i comunisti e i cattolici che hanno sotto stretto controllo la Fondazione, mettersi a fare la beneficenza a chi è già ricco a dismisura. Cari compagni di Rifondazione comunista, quanti rospi avete silenziosamente inghiottito! Ma perché? Cosa vi ha convinti a farlo?
 
Ed ora un’ultima raccomandazione alla Deputazione della Fondazione, sempre visto che è composta quasi esclusivamente da comunisti e cattolici.

Dopo la privatizzazione del Monte, ossia dopo che ne avete preso possesso, la forbice retributiva tra dipendenti e dirigenza, che era la più stretta tra le banche italiane (ossia i dipendenti guadagnavano molto di più e la dirigenza molto di meno), si è smisuratamente allargata. Mi domando se vi sentite la coscienza a posto, sul piano morale e etico intendo. O forse cose come la coscienza, la morale e l’etica, per comunisti e cattolici oggi non valgono più niente. Ma se non ne volete fare una questione di coscienza, fatene una questione economica: col vecchio sistema la Banca guadagnava molto di più. Che ne dite? Non sarà il caso di adottarlo nuovamente?

 
                              Mauro Aurigi   

 

Nota.
La risposta del presidente Mussari e del d.g. Vigni non ha chiarito niente (a parte un errore nella bozza di bilancio della Banca che mi ha fatto apparire il rapporto depositi/impieghi appena un po’ peggiore della realtà che resta allarmante (la tensione nella liquidità cambia di poco: la forbice tra le due poste è sempre pericolosamente troppo stretta). Su tutto il resto solo vuote riflessioni giustificatorie. Per cui ho dovuto replicare quanto segue.

”””Non ho avuto risposta sulla questione della perduta eccellenza da parte del Monte, né su quella inquietante affermazione del Presidente, che fa da corollario alla perduta eccellenza, secondo la quale chi non è all’altezza della situazione rischia di essere fagocitato.
Per niente convincente è anche l’affermazione del Presidente che i cespiti attivi non vengono venduti affinché, sfruttando le plusvalenze così ottenute, si possano distribuire generosi dividendi anche se l’utile reale è inesistente, ma perché si è deciso che tutto ciò che non ha niente a che fare con l’attività bancaria si realizzi al fine di mettere il ricavato a migliore frutto. Ora io mi domando com’è che questa esigenza non era mai stata sentita in passato, un passato in cui la Banca solo comprava e non vendeva niente, mentre oggi solo si vende e non si compra niente. Per difendere i propri gioielli di famiglia, come Fontanafredda oggi pure in vendita, il Monte ingaggiò per decenni un duro braccio di ferro addirittura con la terribile Banca d’Italia di allora, che voleva, come Mussari oggi, che tutto ciò che non avesse a che fare con l’attività tipica bancaria fosse venduto.
Allora lo dico io perché allora si comprava e ora si vende: perché allora si guadagnava e quello che si guadagnava andava soprattutto a riserva, costituendo così i presupposti per approfittare delle opportunità di acquisto nel momento che il mercato le offriva.
Era il tempo della filosofia “meglio essere che sembrare”. Oggi non si guadagna più, ma siccome vige la filosofia “meglio sembrare che essere”, si distribuiscono ugualmente dividendi grazie alle plusvalenze delle vendite. Non ci sono discorsi che tengano: quando si è ridotti a vendere i gioielli di famiglia è segno che si sta raschiando il fondo del barile.”””


Mauro Aurigi

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                                                                            Siena, 30 Aprile 2007

 

All’Avv. Giuseppe Mussari
Presidente della Banca MPS
Siena

Al. Dott. Antonio Vigni
Direttore Generale della Banca MPS
Siena

 

La mia critica a proposito dello squilibrio tra raccolta e impieghi (rispettivamente 84 miliardi contro 81, con un margine di appena il 3,6%), si basava sui dati (v. fotocopia 1) della bozza di bilancio ritirata alcuni giorni prima dell’Assemblea presso la Segreteria Generale, che evidentemente erano sbagliati. Il bilancio definitivo consegnatomi la mattina dell’Assemblea invece indica una raccolta di 10 miliardi maggiore (v. fotocopia 2), per cui in realtà i due dati si attestano rispettivamente a 81 miliardi contro 91 (margine dell’11%). Una situazione migliore di quella da me rappresentata, ma che non lascia ugualmente tranquilli.

Un margine dell’11% non sarebbe infatti sufficiente a superare una crisi delle dimensioni di quella della fine ‘800, dove fallirono tutte le maggiori banche private proprio a causa della ristrettezza di quel margine, o di quella della terza decade del ‘900, quando ugualmente e per lo stesso motivo fallirono tutte le maggiori banche private. Ma anche nel secondo dopo-guerra fu solo grazie agli accordi di Brettonwood se non ci fu un’analoga, immediata catastrofe. Infatti la crisi fu diluita nel tempo: di nuovo il sistema bancario privato scomparve, anche se non con l’immediatezza delle crisi precedenti, ma grosso modo per gli stessi motivi (insufficiente margine tra raccolta e impieghi): Banco Ambrosiano, Banca Privata Italiana, Banca d’America e d’Italia, Istituto Bancario Italiano, Banca Nazionale dell’Agricoltura sono solo un ricordo.

Crisi del genere si sono ripetute ogni 30-40 anni. Come escludere che prima o poi non se ne debba affrontare un’altra? La buona liquidità allora potrebbe rappresentare la differenza tra un nuovo grande balzo in avanti e l’estinzione. Nel passato le allora piccole, modeste ma oculatissime banche pubbliche (tutte, comprese fino al secondo dopoguerra anche il Sicilia e il Napoli) non solo sopravvissero tranquillamente ma, grazie a quelle tre crisi e a quei conseguenti fallimenti si trovarono a propria disposizione tutto il mercato. Questo e solo questo è il motivo per cui il sistema bancario italiano poteva definirsi tale grazie esclusivamente alle banche pubbliche.

Sia detto per inciso: ecco perché suonò idiota o ipocrita l’osservazione dell’allora ministro Amato (ma anche di Dini, Ciampi e D’Alema o della Confindustria) che non si poteva ulteriormente sopportare che il mercato del credito fosse in mano quasi esclusivamente a banche pubbliche (la foresta pietrificata di Amato). Possibile che non sapessero che ciò era avvenuto solo perché quelle private erano tutte fallite e ripetutamente? E se le banche private hanno la pessima abitudine di fallire tutte, quale intelligenza ci può essere stata, dopo quei fallimenti, nel privatizzare quelle pubbliche?).

Ecco perché considero preoccupante quel ristretto margine dell’11%, ristretto come mai il Monte ha avuto in passato (vado a memoria, ma mi ricordo margini del 30% e anche di un 40% e comunque sempre superiori al 20% imposto dalla Vigilanza). E la tendenza è verso un ulteriore deterioramento. Infatti ancora alla fine del 2005 quel margine era del 18%: la crescita degli impieghi (16,3%) è praticamente vertiginosa rispetto a quella della raccolta  (7,5%). E se delle obbligazioni si sapesse quante sono state effettivamente accolte dalla clientela e quante accollate a aziende del gruppo, forse anche quel 7,5% andrebbe rivisto in ribasso.

Insomma la situazione non mi lascia tranquillo. E probabilmente neanche chi ha avuto e chi ha ora in mano le sorti del Monte si sente tranquillo, visto il ricorso in questi ultimi anni all’alienazione di parte del patrimonio, ossia alla monetizzazione delle riserve accumulate in un passato molto virtuoso.

E come non ricollegare a ciò l’ipotesi fatta dal presidente della Fondazione di un annacquamento della quota: che senso ha un ulteriore annacquamento dopo avere così duramente lottato contro il tentativo governativo di ridurre le quote delle Fondazioni al 30%? Come non pensare che davvero è stato già raschiato il fondo del barile ed che ora c’è bisogno del “cavaliere bianco”?

Quanto precede solo affinché non pensiate che nel mio dire e nel mio fare io sia mosso da pregiudizi o avversione preconcetta. Il Monte è la più grande realizzazione, tra le tante (consentitemi un po’ di retorica), del genio senese, tanto grande da apparire, se ci pensate bene, incredibile: non mi è facile mandare giù l’amaro boccone della previsione di un suo immiserimento.

Cordialmente vostro (nonostante tutto),    


 

  Unica precisazione inequivoca ricevuta è che non il presidente Fabrizi, ma altri per conto del Monte sedeva nel CdA del San Paolo all’epoca della definizione del prezzo della Banca del Salento, ma la cosa, come si può facilmente verificare,  non cambia i termini della questione posta.